I campi non producono più reddito, i sindacati si mobilitano: "Misure urgenti per prevenire fenomeni di illegalità"

I prezzi dei prodotti agricoli in caduta libera, le incognite dell’embargo russo e le vendite sottocosto; gli investimenti bloccati e le innovazioni tecnologiche al palo; una reale tutela del made in Italy; la cementificazione del suolo; l’abbandono delle aree rurali e il crescente problema dei danni alle colture provocati dalla fauna selvatica. Queste la ragioni più importanti della mobilitazione organizzata dalle tre sigle sindacali a livello nazionale e che domani effettueranno presidi a Bologna, Roma e Catanzaro. I pisani saranno a Bologna.

Quale il polso della situazione a livello locale? "Senza politiche d’intervento urgenti e misure efficaci e puntuali, si profilano situazioni fallimentari per le aziende agricole, anche nel pisano ci sono decine di casi - spiega Stefano Berti, direttore di Cia Pisa - La politica deve agire con rapidità e dare seguito a quegli interventi annunciati e non realizzati".

Quello del gap tra prezzi al produttore e prezzi al consumo è, comunque, un tema centrale: «Abbiamo i dati di una ricerca che evidenzia come la forbice tra questi due dati non sia più sostenibile - rileva Massimo Terreni, direttore di Confagricoltura Pisa - per questo continuiamo a chiedere l’esposizione del doppio prezzo in etichetta: all’origine e alla vendita, al fine di dare dignità al lavoro dell’agricoltore e tutelare il consumatore. Così come vogliamo l'etichetta trasparente che dica la provenienza: se è olio fatto con olive tunisine scriviamolo, sarà il consumatore a scegliere".

Esempi tutti locali? I baccelli vengono pagati all'agricoltore 0,75 al kg mentre il consumatore li paga 197% in più; i sei litri di latte che servono per fare un pecorino da un chilo (tipo di Volterra, ad esempio) valgono all'allevatore 5,4 euro (+201%): l'agricoltore per ricomprarsi un pecorino da un chilogrammo dovrebbe vendere 18 litri di latte e per un chilogrammo di baccelli dovrebbe venderne il triplo.

"Tutto questo è causa di un'agricoltura che non riesce a produrre reddito e neanche lavoro - conclude Berti con a fianco il vicepresidente di Cia Pisa Francesco Elter - Un settore che non cresce e che è esposto a pericoli come, ad esempio, lo sfruttamento degli extracomunitari: fenomeno ora marginale nella nostra zona, ma in agguato". In provincia di Pisa ci sono 3600 aziende di cui solo 1500 strutturate e professionali.

Fonte: Ufficio Stampa

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