
Un lavoro pisano sui germi resistenti agli antibiotici ha rilevato, per la prima volta, come i sistemi semi-automatici di esecuzione dell’antibiogramma (un esame in vitro che permette di valutare se un batterio è sensibile a un determinato antibiotico) sottostimino in realtà la resistenza batterica alla colistina, nel senso che i macchinari possono “travisare” la suscettibilità dei germi a questo principio attivo dando come risultato “sensibile” quando invece l’agente patogeno è “resistente”.
Il lavoro è stato condotto nei Laboratori dell’Unità operativa di Microbiologia (responsabile la dottoressa Simona Barnini) dell’Aoup ed è stato selezionato come presentazione orale al recente congresso europeo di Microbiologia tenutosi ad Amsterdam (ECCMID, Amsterdam, 9-12 aprile 2016), dove l’ha illustrato la dottoressa Cesira Giordano, biologa specializzanda in Microbiologia e Virologia all’Università di Pisa. La sua presentazione è stata talmente apprezzata che i colleghi hanno richiesto a Pisa una collaborazione internazionale. L’argomento è infatti di estrema attualità e urgenza trattandosi delle resistenze batteriche più insidiose come Klebsiella pneumoniae, batterio killer contro il quale nulla possono neppure i carbapenemi, una classe di antibiotici ad ampio spettro di ultima generazione, usati esclusivamente in ambiente ospedaliero nella cura di infezioni gravi e multi farmaco-resistenti. Negli ultimi anni si è ricorsi, in alternativa, alla colistina, un vecchio composto antimicrobico che agisce interrompendo la membrana batterica, con conseguente morte cellulare.
Solo che l’aumento dell’utilizzo di quest’ultimo baluardo terapeutico ha generato la comparsa, in tutto il mondo, di resistenze della Klebsiella anche alla colistina. Lo studio pisano tende a dimostrare che questa resistenza, finora considerata sovrastimata dai rilevatori meccanici, sia in realtà sottostimata e quindi in misura maggiore di quel che si è ritenuto finora. La ricerca, che introduce una lettura dei dati innovativa, rappresenta ora un punto fermo per i clinici, da cui ripartire per sperimentare ulteriori associazioni di farmaci da contrapporre a questi microbi resistenti a tutti i trattamenti. Nel corso dell’elaborazione dei dati, funzionali alla pubblicazione di questo studio scientifico, è stato comunque osservato che, negli anni, al crescere della ‘sorveglianza’ (aumento dell’esecuzione del numero di tamponi per cercare la Klebsiella resistente) è diminuito il numero delle klebsielle trovate, il che significa che la strategia adottata è quella giusta
Fonte: Ufficio Stampa AOUP
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