
L’Associazione LABORATORIO VALDARNO ha affrontato, come da programma, uno dei temi più sensibili per la comunità. Le notizie balzate in prima pagina in questi ultimi giorni, dall’arrivo di materiale alimentare dall’estero senza nessuna etichetta alle produzioni agricole nella terra dei fuochi, non sono che punte dell’iceberg e non fanno che accrescere l’insicurezza nell’usare cibo tutti i giorni.
Una riflessione su questo argomento, rifuggendo dai molti luoghi comuni positivi e negativi, ci riguarda tutti.
Ma qual è la vera condizione dell’agricoltura oggi? E’ davvero, come spesso si afferma, il settore che può offrire più lavoro ai giovani, che di fatto affollano le facoltà di agraria, oppure la crisi si abbatte su di un settore strutturalmente problematico da sempre?
Laboratorio Valdarno lo ha chiesto agli agricoltori riuniti nell’azienda agricola Romilda di Corazzano alla presenza del dirigente regionale all’agricoltura Enrico Favi e di Giulia Parri, in rappresentanza dei collegi interprovinciali dei periti agrari di Pisa, Lucca, Massa Carrara,Livorno, Pistoia.
La fotografia che è stata scattata quella sera da Parri e dagli stessi agricoltori, è purtroppo quella di un’agricoltura in forte crisi in tutti i suoi ambiti, dall’allevamento alla produzione di ortofrutta,ai cereali.
Dal 2007 ad oggi sono state chiuse in Italia 136.000 fra stalle e aziende agricole. Nei primi nove mesi del 2013 la diminuzione è stata di 32.500 aziende, che vuol dire, fra l’altro, 36.000 occupati in meno (dati Coldiretti naz).
Il 2014, affermava Parri, non si preannuncia migliore di altri, anzi si prevede una ulteriore selezione tra chi sarà in grado di continuare l’attività e chi non potrà farlo.
I problemi sono endemici: primo fra tutti il calo progressivo dei redditi, dovuto all’aumento continuo dei costi alla produzione e alla diminuzione, parallelamente, dei prezzi che gli agricoltori riescono a spuntare al momento della vendita dei raccolti. Dall’altra parte per i consumatori il carrello della spesa si fa sempre più caro. Ma è ben vero che di quello che pagano i consumatori meno del 20% va a chi ha prodotto le merci, mentre oltre il 60% va alla commercializzazione e un altro 20% se ne va in altri passaggi intermedi.
La globalizzazione dei mercati, inoltre, offre merce che arriva da altri paesi (soprattutto grano, carne, latte, formaggi ) a prezzi molto più bassi di quelli che può offrire chi produce nel rispetto di tante regole che riguardano la produzione e la lavorazione dei prodotti alimentari, dei diritti dei dipendenti, ecc… Anche nel le regioni italiane da sempre produttrici di carni come il Veneto e la Lombardia le aziende faticano moltissimo a stare in piedi. La concorrenza sleale derivata dalla commercializzazione di prodotti di scarsa qualità, dalla contraffazione delle merci, dalla carenza di regole per il riconoscimento dell’origine e della presenza dei requisiti necessari, sono tutti problemi che rendono ancora più complessa la vita delle aziende.
D’altra parte dobbiamo anche sapere che la nostra produzione alimentare complessiva non è affatto sufficiente all’alimentazione nazionale: in Italia si produce il 10% di ciò che mangiamo. Dovremo sempre importare. Diventa veramente essenziale, dunque, poiché tante sono e saranno le merci da importare, dotarsi di un sistema di etichettatura efficace, certo e leggibile da parte di tutti, che consenta la loro completa tracciabilità.
La burocrazia (non i controlli, che devono esserci e caratterizzare positivamente le aziende serie ) è in primo piano fra i problemi di varia natura. Quasi tutta la normativa che gli agricoltori devono seguire per accedere ai bandi della PAC (Politica Agricola Comunitaria) proviene dall’Europa ed è complessa come per tutti i paesi membri. Ma l’Italia aggiunge ad essa,per gli agricoltori e per tutte le imprese, le proprie complicazioni: certificazione antimafia per tutti i componenti della famiglia, DURC , documenti che non esistono negli altri paesi europei. E non poche sono le disfunzioni burocratiche del nostro sistema, che generano regole cui comunque si deve ottemperare: nel corso dell’ incontro sono stati fatti numerosi esempi di richieste di doppi controlli, di Enti che non comunicano tra loro: una vera calamità per chi ha pochi margini di reddito necessari a pagare amministratori, consulenti, talvolta avvocati. Anche le Associazioni di categoria, non sempre possono far fronte a problemi che hanno natura e dimensioni diverse e lontane dal loro campo di influenza.
Il dott. Favi ha fornito agli agricoltori utili informazioni ed alcune anticipazioni sulle proposte della nuova PAC 2014-2020 e sulle mosse della Regione Toscana, che deve recepire le direttive del Regolamento comunitario non ancora uscito, con il nuovo Piano di Sviluppo Rurale, anch’esso in via di costruzione, la cui ultimazione è prevista dopo la prossima estate. Ma non siamo fermi: il dirigente ha annunciato la prossima apertura di alcuni bandi per finanziamenti possibili usando risorse non utilizzate nel vecchio PSR.
Un grosso problema per gli agricoltori è rappresentato dal credito: le banche non concedono denaro agli agricoltori nemmeno in presenza di garanzie consistenti. Non ci si pone il problema di capire quali sono i bisogni specifici del settore, che viene trattato come qualsiasi altro. Meglio le piccole banche, più aderenti al territorio.
Le aziende in generale, e in particolare nella nostra zona, sono troppo piccole: devono risolvere singolarmente tutti i problemi, soprattutto quello della competitività dei prezzi che su scala piccola non possono che risultare fuori mercato rispetto a realtà più grandi o addirittura di dimensione globale (v. grano). La produzione di molte specie ( v.ortofrutta) in piccola quantità va a svantaggio di un ricavo che ricopra i costi.
Ci si occupa di produrre, meno della commercializzazione. L’attività agricola di per sé assorbe tempi ed energie in grande quantità, ed è difficile,per un singolo agricoltore, organizzare la collocazione ottimale dei prodotti .
D’altra parte anche forme di vendita, quali la filiera corta, che avvicinano produttore e consumatore, pur valide sotto diversi aspetti, se praticate in maniera sporadica in azienda o in mercatali a cadenza settimanale o mensile non costituiscono una fonte di reddito significativa. L’evoluzione attuale, come da esperienze già in atto, porta i produttori a doversi unire per costituire un negozio comune, un vero e proprio punto vendita stabile che ogni giorno possiamo trovare aperto. Niente è semplice, ma tutto, compreso i vari problemi, è da condividere fra vari produttori.
Anche nel caso dell’agricoltura,quindi, l’unione rappresenterebbe una forza. Laboratorio Valdarno ha scelto l’associazionismo delle imprese agricole come tema da seguire più da vicino nel prossimo futuro ed ha preso l’impegno, con l’aiuto degli esperti presenti, a fornire uno spazio utile e supporti necessari per favorire l’aggregazione, anche dal punto di vista formale, di più aziende.
Ciò in linea con l’approccio con il quale si pone l’Associazione nei confronti dell’agricoltura: un’attività che dovrebbe vedere riconosciuto, anche in termini economici, il suo ruolo di produttrice di mezzi di sostentamento, di salvaguardia idrogeologica del territorio, di preservatrice del paesaggio e dei nostri ambienti biodiversi, nonché come fattore culturale identitario della nostra società, tutti elementi essenziali per la qualità della nostra vita.
Fonte: Laboratorio Valdarno
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