Continua la mostra su Cosimo Ridolfi al Teatro del Popolo

La mostra su Cosimo Ridolfi, che rimane aperta al Ridotto del Teatro del Popolo di Castelfiorentino fino a domenica 28 febbraio, si sofferma su due aspetti della sua biografia, una delle più interessanti nella Toscana granducale della prima metà dell’Ottocento: il Ridolfi insegnante, fondatore della prima scuola agraria d’Italia nella sua tenuta di Meleto (e in seguito titolare della prima cattedra universitaria di “Agricoltura e Pastorizia” a Pisa); e il Ridolfi imprenditore, un uomo che si adoperò per cogliere fino in fondo ogni opportunità che l’epoca poteva offrirgli. Il Cosimo Ridolfi insegnante è, forse, il più noto, quello che ha lasciato maggiormente il segno nella memoria collettiva. La scuola agraria di Meleto, da lui fondata nel lontano 1834, è rimasta indissolubilmente legata al suo nome, fin dai primi studi e dalle prime biografie a lui dedicate.

Va chiarito anzitutto che la scuola di Meleto non rappresentò per Ridolfi un progetto improvvisato: ci stava pensando seriamente da molti anni, almeno una quindicina. Già nel 1818 aveva caldeggiato l’idea di un istituto agrario “che alle pratiche dell’agricoltura recasse il lume dei principi scientifici”. Negli anni Venti, viaggiò in diversi paesi europei (Svizzera, Francia, Germania) dove ebbe modo di conoscere le scuole di Hoffwyl, Roville, Grignon, Hohenheim. Nel 1833, dopo averlo annunciato all’Accademia dei Georgofili (di cui all’epoca era vicepresidente) era pronto per avviare la sua impresa: e partì con entusiasmo, insieme a tanti buoni propositi. L’Istituto aprì i battenti il 2 febbraio 1834 con i primi alunni, i quali nel giro di un mese divennero dieci e, in seguito, diciotto. La scuola crebbe e se ne cominciò a parlare in tutta la Toscana; poi, in tutta la penisola e in altri paesi europei.

Ma quale fu l’idea vincente di Meleto? Il connubio fra teoria e pratica, tra la formazione e la sperimentazione. Da un lato, l’istruzione di base impartita agli alunni (ricordo che stiamo parlando di ragazzi dagli 11 ai 13 anni) attraverso materie quali l’aritmetica, il disegno, l’italiano, perfino l’insegnamento di una lingua straniera (il francese!), sulle quali si faceva sentire – sempre – l’impostazione pedagogica, educativa di Ridolfi, in particolare attraverso gli esercizi di dettatura; dall’altro la pratica agricola, da svolgere all’interno di un “podere modello sperimentale” che Ridolfi ricavò dal frazionamento di un paio di poderi della sua fattoria. Ma non dovete pensare che la formazione teorica fosse prevalente: andate a vedere – all’interno della mostra - l’orario delle lezioni, verificatelo con i resoconti di qualche visitatore dell’epoca. Era il lavoro, ovvero l’attività pratica nel podere ad occupare la maggior parte del tempo durante la giornata; quest’ultima, di norma, era articolata in 10 ore: 4 di studio, 6 di lavoro.

Il successo di Meleto fu tale che quando il Granduca Leopoldo II (“Canapone”) decise di istituire una cattedra di “Agricoltura e Pastorizia” alla Facoltà di Scienze dell’Università di Pisa (embrione della facoltà di Agraria di Pisa, la prima nel mondo) ne affidò l’incarico proprio a Cosimo Ridolfi. Quest’ultimo accolse naturalmente di buon grado una nomina così prestigiosa. Ma, tra l’atto formale (1840) e la prima lezione (1843) trascorsero più di 2 anni. Perché? Essenzialmente, per due motivi: anzitutto perché Ridolfi era consapevole che l’accettazione della cattedra avrebbe reso impraticabile il proseguimento dell’esperienza di Meleto; né intendeva delegare ad altri la gestione dell’Istituto; la prima conseguenza, dunque, fu la chiusura della scuola agraria di Meleto, nel 1842. Inoltre, prima di accettare la cattedra a Pisa, pose al Granduca una precisa condizione: l’insegnamento universitario doveva essere accompagnato dall’attività sperimentale sul “campo”, in modo da replicare il modello formativo che aveva positivamente collaudato a Meleto. Ci volle quindi del tempo per acquistare i terreni (una trentina di ettari) e solo quando questa condizione poté essere soddisfatta Cosimo Ridolfi iniziò la sua “seconda vita” di docente all’Università. Fu un periodo, per lui, estremamente ricco di gratificazioni, che lo ricompensarono ampiamente della scelta – pressoché obbligata – di chiudere la scuola a Meleto. Il 1842 rappresentò, anzi, per lui, l’anno della definitiva consacrazione. Oltre ad essere nominato presidente dell’Accademia dei Georgofili (carica detenuta ininterrottamente fino alla morte, nel 1865), ricevette numerosi riconoscimenti, in Italia e all’estero. In Francia, una delle più conosciute riviste di agronomia gli dedicò la copertina e la pagina di apertura, e un famoso floricoltore, Jean-Pierre Vibert, ibridò addirittura una rosa in suo onore. Nacque così la rosa “Cosimo Ridolfi”, un bellissimo fiore di color violaceo che ancora oggi fiorisce nei giardini della Villa di Meleto.

Ma Cosimo Ridolfi, come ricordavamo all’inizio, non fu soltanto un buon insegnante. Fu anche un proprietario imprenditore, lontano anni-luce da certi nobili “assenteisti”, che non si prendevano cura dei loro possedimenti, che poco si impegnavano a renderli più efficienti e produttivi. E non è da pensare che questa vocazione imprenditoriale fosse indotta dalle circostanze. La stoffa dell’imprenditore ce l’aveva nel suo DNA, in quanto fin dagli anni giovanili Cosimo Ridolfi manifestò una caratteristica tipica dell’uomo aperto all’innovazione: la curiosità. Già nel 1816, ad esempio, Ridolfi aveva ideato uno strumento cui avrebbe dato il nome di “Termolampo”. Un congegno che consentiva di ottenere gas illuminante da un processo di distillazione del legno, mediante il quale illuminò, una sera, il loggiato dell’Accademia di Arti e Mestieri di Firenze.

Ma fu soprattutto al tema della meccanizzazione agraria che – durante gli anni Venti – RIdolfi si sarebbe dedicato con amore e passione, con l’obiettivo di elaborare un modello di aratro (coltro) che non si limitasse ad effettuare le operazioni di scasso, ma eseguisse lo stesso lavoro della vanga, ovvero fosse in grado di capovolgere completamente la zolla di terreno. Nel 1824 Ridolfi partecipò ad un concorso indetto dall’Accademia dei Georgofili proponendo una versione modificata dell’aratro Machet; in seguito, egli rivolse le sue attenzioni alla realizzazione di una nuova curva dell’orecchio del coltro, individuando quale modello ottimale quello realizzato da Raffaello Lambruschini. Ma non si fermò: proseguì anzi il suo lavoro di ricerca sperimentando i modelli Dombasle e Grangé, che alternò in base alle caratteristiche del terreno. Bisogna infatti tenere presente che le colline della sua fattoria erano state bonificate grazie alle “colmate di monte” e le “sistemazioni a spina” introdotte a suo tempo da Agostino Testaferrata; in questi casi, dunque, occorrevano coltri più leggeri.

Comunque, all’inizio degli anni Trenta, Cosimo Ridolfi decise di realizzare in loco la produzione di questi macchinari. A fianco della Villa di Meleto egli fondò così una fabbrica di “arnesi rustici” per poter rifornire – in primis - tutti i poderi della sua fattoria, e in secondo luogo chiunque ne facesse richiesta. La fabbrica si rivelò un successo, una fonte ulteriore di reddito probabilmente inaspettata. Il suo sviluppo fu tale (anche nei decenni successivi) che nel 1857 Cosimo Ridolfi decise di compiere un salto di qualità: aprì infatti un punto vendita nel centro di Castelfiorentino (a quanto sembra in Piazza Cavour), in società con Benedetto Ciapetti. Benedetto era il bisnonno di Giovanni Ciapetti, attuale titolare della Lorenzo Ciapetti e figlio (che ha la sede attuale alla zona industriale di Pesciola) che può essere quindi considerata come l’azienda più antica di Castelfiorentino ancora in attività!

Ma perché Cosimo Ridolfi aprì questo punto vendita nel centro di Castelfiorentino? Personalmente, ritengo che abbia fatto questa scelta per due motivi: anzitutto perché (se fosse confermata la tesi di Piazza Cavour come luogo originario dell’attività) un punto vendita in “piazza” conferiva ai suoi attrezzi maggiore visibilità, in particolare agli occhi dei contadini che, come è noto, tradizionalmente utilizzavano la “piazza” come area di mercato per i loro prodotti; in secondo luogo (e, forse, questa è la ragione più importante) perché nel 1849 era stata inaugurata la ferrovia Empoli-Siena, quale diramazione della “Leopolda”. Quindi, un qualsiasi proprietario, invece di recarsi a Meleto, poteva acquistare le macchine di cui aveva bisogno a pochi passi dalla stazione, caricarle sul treno e trasportarle agevolmente dove voleva. In buona sostanza, Cosimo Ridolfi, che pure non era entusiasta della ferrovia, aveva perfettamente compreso le sue potenzialità, soprattutto sul versante dello sviluppo commerciale. Per questo motivo, il negozio di Benedetto Ciapetti fu ampiamente pubblicizzato da Cosimo Ridolfi sul “Giornale Agrario Toscano”, che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 1827. Questo aspetto ci introduce ad un’ultima caratteristica della sua mentalità da imprenditore: la capacità di sfruttare tutti i canali di comunicazione disponibili.

Per Cosimo Ridolfi, la comunicazione fu un elemento imprescindibile della sua innata attitudine all’imprenditorialità, che ebbe modo di manifestare a vari livelli. In primo luogo, riuscì ad instaurare a partire dagli anni Venti una fitta rete di relazioni con l’estero. Consultando il suo archivio, si rimane sorpresi dal numero di accademie e società agricole europee con cui era in contatto, e che rappresentavano da una parte una fonte costante di informazioni e dall’altra un canale prezioso per diffondere informazioni. In secondo luogo, si preoccupò di curare i rapporti con le riviste e i giornali dell’epoca (“il Giornale Agrario Toscano”, ma non solo quello), coltivando quindi le relazioni con i “media”; infine, e tenuto conto che buona parte dei contadini non sapevano leggere, organizzò una modalità di comunicazione diretta attraverso le “riunioni agrarie”, ovvero delle assemblee rurali nella sua tenuta di Meleto aperte alla partecipazione di tutti. Alle “riunioni agrarie” di Meleto parteciparono fino a 300 persone, alle quali Ridolfi illustrò le innovazioni introdotte nei suoi poderi, l’attività dell’Istituto agrario e del podere sperimentale, i bilanci della fattoria, ecc.. Ultima cosa, se mi è consentito, il rapporto di Cosimo Ridolfi con la Cultura. Proprio in questi giorni, a Firenze, sono in corso le celebrazioni indette per il 150° anniversario della nascita della “Nuova Antologia”. Ma forse sono in pochi, oggi, a ricordare che quella rivista si collegava idealmente all’”Antologia” di Vieusseux, che nel 1831 aveva seriamente rischiato di chiudere i battenti per motivi economici. Ebbene, credo sia giusto ricordare, una volta di più (Giovanni Spadolini lo ripeteva sempre) che l’artefice del salvataggio editoriale dell’”Antologia” - tramite un’operazione di acquisto copie - fu proprio Ridolfi. Perché, al di là dell’amicizia con Vieusseux, per Cosimo Ridolfi la cultura rappresentava un inestimabile fattore di progresso. Senza Cultura non sarebbe potuto esistere, a giudizio di Ridolfi, vero progresso. E senza Cultura non ci sarebbe stata, quindi, vera ricchezza.

Fonte: Alessandro Spinelli, Curatore della mostra

Notizie correlate



Tutte le notizie di Castelfiorentino

<< Indietro

torna a inizio pagina