
E' uno di quei libri che ogni empolese dovrebbe leggere ed avere nella propria biblioteca: perchè parla di Empoli, perchè ci riporta alla mente personaggi che hanno fatto la storia recente della medicina di casa nostra, perchè sfogliandolo si rivive l'atmosfera e si annusa l'aria di un tempo che fu. Come dice, appunto, il titolo: <Storie d'ospedale e di un tempo che fu, venti anni di chirurgia a Empoli> stampato per i tipi dell'empolese Ibiskos. Autore di queste cento pagine che si leggono tutte d'un fiato è uno che quelle stanze le ha frequentate giorno e notte, il dottor Roberto Taviani, chirurgo di casa nostra col pallino della scrittura e, per fortuna, con la mente piena zeppa di ricordi.
Un libro agile che racconta poco più di trenta anni di chirurgia all'ospedale vecchio di via Paladini, dal 1970 in poi, trenta anni che hanno fatto la storia di questo reparto. Merito, soprattutto, di due personaggi che aleggiano su tutto il libro e che per ogni empolese di mezza età non hanno bisogno di presentazioni. Il professor Piero Tuci e il collega Gianfranco Guerri. Due persone che Roberto Taviani ricorda senza fare loro sconti, mettendone in risalto i tanti pregi ma anche i difetti coi quali spesso, come confessa, non era facile convivere. Ma chi avrebbe osato dire al Tuci che aveva dei difetti? <Era scoglionato, un padre padrone gran figlio di bona donna - scrive Roberto Taviani - ma un chirurgo semplicemente ottimo, formatosi a Pisa e poi passato da Fucecchio dove era considerato un Dio prima di approdare a Empoli a fine anni '60>. Uno che aveva a cuore la sorte dei pazienti e del quale si raccontano nel libro mille aneddoti. E poi il Guerri, chiamato 'cavillo' dallo stesso Tuci per la sua pignoleria e 'santissimo' dai suoi colleghi più giovani, uno che visitava tutti e gratis, uno che quando era in ferie chiamava in reparto anche alle 2 di notte per chiedere notizie dei suoi pazienti, un medico che, purtroppo, morì in ospedale nel suo ambulatorio. La loro forza, oltre alla bravura, era il fatto che erano complementari, <legati da un rapporto di amore odio che nascondeva stima visto che non potevano stare l'uno senza l'altro, un rapporto del quale i primi a beneficiarne erano per fortuna i pazienti e l'ospedale tutto>. <Io tifavo Guerri - confessa il Taviani - per me era un faro, un esempio da imitare, un modello>.
Un ospedale che viene ricordato attraverso i mille aneddoti e i suoi tanti personaggi, da Ughino alla Gioconda, da Aimone alle suore o a Vasco che in realtà faceva i lavori dentro l'ospedale e che il Tuci chiamava a volte anche mentre operava per fargli vedere di cosa aveva bisogno per fare qualche passaggio dell'operazione, certo che Vasco con la sua inventiva sarebbe riuscito a far diventare magicamente un tubo a T un sondino. <Allora - ricorda il Taviani - mica esisteva il monouso>. E in questa battuta sta l'altra parte del fascino di questo libro, nel riportare alla mente un mondo diverso, una medicina diversa dove non esistevano tecnologie evolute come oggi, dove che uno era malato si capiva quando entrava nella stanza, dove la palpazione era l'ecografia del tempo e c'era solo quello che si poteva vedere con i sensi. <Con questo l'evoluzione scientifica e tecnologica è fondamentale ed è importantissimo che ci sia stata>, scrive Roberto Taviani, ma è altrettanto vero che rileggere questi ricordi fa sempre piacere e provoca comunque un pizzico di emozione.
<Storie d'ospedale e di un tempo che fu, venti anni di chirurgia a Empoli>, un volume che non può mancare nelle librerie di ogni empolese.
Marco Mainardi