
Insieme a Gesù, solo la Vergine Maria e Giovanni Battista sono ricordati dalla liturgia della Chiesa nel giorno della loro nascita. Per tutti gli altri santi il ricordo è riservato al giorno della morte, la nascita al cielo. Per Gesù, Maria e Giovanni invece la celebrazione del loro essere radicati nel mistero di Dio ne illumina l’esistenza fin dalla loro venuta in questo mondo. Il motivo per cui ciò avviene per il Battista, lo svela sua madre Elisabetta a Maria «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44). Il piccolo bambino nel grembo di Elisabetta riconosce e indica il Messia che gli viene incontro nel grembo di Maria. Prima ancora di nascere, Giovanni è già all’opera nella storia della salvezza, come testimone di Gesù. È la sua e la nostra missione: riconoscere in Gesù il principio di salvezza dell’umanità e manifestarlo agli altri nella gioia.
Ma l’odierna festività ci proietta oltre quel primo incontro e quella prima testimonianza che Giovanni rende a Gesù, e ci colloca nel momento della sua nascita, più precisamente otto giorni dopo, il giorno della circoncisione del bambino, vale a dire del suo inserimento nella promessa consegnata al popolo di Israele e, contemporaneamente, dell’imposizione del nome. Il dialogo che si intreccia tra i presenti riguarda proprio questo: che nome dare al bambino? Vale a dire, per il significato che il nome ha per una persona, espressione del suo valore unico e irripetibile e al tempo stesso proiezione sul suo futuro: che identità dobbiamo riconoscere a questo bambino?
La risposta della madre e del padre è concorde: «Si chiamerà Giovanni… Giovanni è il suo nome» (Lc 1,60.63). È un nome nuovo, che rompe con le tradizioni familiari e rivela quindi in questo bimbo una novità che viene donata non solo ai genitori, alla sua gente e al popolo d’Israele, ma all’umanità tutta. Dio sta per fare nel mondo qualcosa di assolutamente nuovo: ha inizio con Giovanni, che ne preparerà l’avvento. Una novità che è pura grazia, come esplicita il nome Giovanni, che significa: «Dio ha fatto grazia». Ha fatto grazia ai due anziani genitori, che umanamente non potevano più sperare di avere un figlio; ha fatto grazia al suo popolo, perché per mezzo di questo bambino potrà avviarsi il compimento delle promesse fatte ai Padri; ha fatto grazia all’umanità, perché, come dirà Zaccaria nell’inno con cui celebra il dono che ha ricevuto, «ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, per dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78b-79).
E proprio nell’orizzonte della luce e di una salvezza che abbracci tutte le nazioni, «fino all’estremità della terra» (Is 49,6), il libro di Isaia aveva collocato la missione del Servo, con cui la liturgia oggi identifica la missione stessa di Giovanni, ponendo quindi il Battista in continuità con la missione del Messia, di cui il Servo del Signore è figura. C’è un’unità di missione tra Gesù e Giovanni, che aiuta a comprendere l’identità di quest’ultimo, ma anche la nostra identità. Questa diventa piena quando si pone in continuità con quella di Cristo: essere testimoni nel mondo della luce e della pace, della verità e dell’amore.
Luce e pace, dunque: i due poli di una missione che annunziata da Giovanni, compiuta in pienezza in Gesù, è affidata ora alla nostra responsabilità. Il Papa a Barbiana ha parlato di una fiaccola da raccogliere, l’ha detto ai preti ma vale per tutti, dentro e fuori la comunità ecclesiale. È una questione di responsabilità da assumere. Per dirla con un’immagine, c’è da smettere di inseguire i «mi piace», per ribadire, con la scuola di Barbiana: «I care», «mi interessa»; anzi, mi fa pensare e mi costringe a prendere posizione, in modo responsabile e creativo.
E questo anzitutto in ordine alla comprensione del tempo che viviamo, questo tempo che Papa Francesco definisce un cambiamento d’epoca, e che va compreso non in termini astratti, di pura analisi culturale, ma in rapporto ai bisogni concreti della gente che ci sta intorno. E se ai tempi di don Milani questo significò per lui – nei luoghi in cui fu inviato nel suo ministero sacerdotale – affrontare il fenomeno epocale della trasformazione della società contadina in società industriale al fine di assicurare agli ultimi pienezza di dignità umana, oggi per noi, qui, concretamente, significa ridefinire il volto di una città che non può accettare di ridursi a uno spazio per turisti frettolosi, un centro disancorato dalle proprie periferie, abbandonate alla loro insignificanza, ma come una comunità solidale, parimenti attenta a tutti, in specie agli ultimi. La città ha bisogno di presenze vive, di istituzioni che sappiano valorizzare e promuovere contemporaneamente il loro portato culturale con la loro vocazione all’incontro tra gli uomini. Non solo contenitori, ma soggetti attuali di esperienze. Penso a quanto fanno e possono ancor più fare istituzioni come Montedomini, le Fabbricerie, gli Innocenti e altre realtà della nostra amata Firenze.
E poi, non si dovrà anche noi cominciare a pensare a partire dalle periferie, come spesso invita il Papa, scommettendo sulle loro potenzialità di rigenerare l’intero corpo sociale cittadino, di una città che deve concepirsi in modo unitario, fino alla sua più ampia dimensione metropolitana? Perché il carattere comunitario, che il centro della città sta perdendo sotto la pressione dei tanti visitatori che ne vengono ad ammirare le bellezze, nelle periferie trova ancora potenziali forze costruttive nei diversi soggetti sociali che le animano.
Ma per far questo occorre ricostruire le relazioni nel tessuto sociale dei nostri territori, creando e sostenendo radici capaci di generare unità, e questo ai vari livelli dell’esperienza umana, dalla famiglia al vicinato, dalle forme aggregative della società civile, incluse le comunità parrocchiali, alle stesse attività economiche; sì, fino a un’economia di relazione, che a partire dalle piccole azioni sia in grado di creare sviluppo sociale, un tessuto di speranza, una solidarietà organica. Sarebbe importante riuscire a costruire un mappa di tutti quei soggetti che concorrono al bene comune: realtà solidali, sociali, economiche, culturali esistenti nella nostre periferie, una ricchezza da valorizzare e mettere in rete.
Nel generare queste relazioni, i cristiani hanno un compito particolare, in forza di quella sorgente di comunione e di pace che è loro offerta dall’incontro con la persona di Gesù, quel Gesù che Giovanni è venuto ad annunciare come colui che al momento della nascita sarà accolto dall’annuncio: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14). Una pace che non è vacuo irenismo, confusa commistione di tutto, perché la presenza di Cristo, come annuncerà il Battista è discernimento, purificazione, luce sulla verità dell’uomo: «Viene colui che è più forte di me… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Lc 3,16-17). E il discernimento si fa sull’amore, per cui l’opera dei testimoni di Gesù è creare legami, dialogo, confronto, solidarietà. Su questo orizzonte si pone il Cammino sinodale della nostra Chiesa, che auspichiamo possa essere un cammino di incontro e di dialogo per la crescita comune, non solo nella comunità ecclesiale ma nella città tutta.
Tutto questo non viene proposto come un discorso ideale, perché siamo convinti di quanto sia giusto quel principio sociale che Papa Francesco richiama nella sua Evangelii gaudium, e cioè che la realtà precede l’idea: «La realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (n. 231). Partiamo da ciò che il Signore ha già seminato di bene tra di noi, partiamo anche dalle nostre debolezze, di cui prendere coscienza e da correggere, e incamminiamoci, alla luce del vangelo di Gesù, verso la costruzione di una città più consapevole della propria missione storica di “città sul monte”, come ricordava spesso Giorgio La Pira, e sempre più concordemente tesa a costruire esperienze di bene comune, da offrire come luci di speranza a tutti.
Cardinale Giuseppe Betori
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