Janet Guthrie, la prima donna alla 500 miglia di Indianapolis

Il tradizionale feudo maschile delle corse automobilistiche capitolò quarant'anni fa, grazie al coraggio e alla determinazione di un'ingegnere aerospaziale con la passione per i motori


Il 22 maggio 1977, Janet Guthrie divenne la prima donna a violare uno dei più esclusivi templi del maschilismo americano, qualificandosi per la 500 miglia di Indianapolis. Alla media oraria di oltre 303 km/h, la 39enne pilota coronò un sogno a lungo inseguito, superando avversari agguerriti e tabu anacronistici.

Janet Guthrie e il suo team intorno alla monoposto che le valse la qualificazione sull'ovale di Indianapolis

Janet Guthrie e il suo team intorno alla monoposto che le valse la qualificazione sull'ovale di Indianapolis

Nata a Miami, Guthrie si era laureata in fisica all’Università del Michigan nel 1960 e aveva successivamente lavorato come ingegnere aerospaziale presso la prestigiosa Republic Aviation, l’industria responsabile della progettazione e della costruzione di molti velivoli militari usati dall’esercito americano. Appassionata di automobilismo, dal 1963 aveva usato la sua Jaguar per partecipare a varie corse su strada, fino a che, nel 1967, lasciò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno all’automobilismo con l’obiettivo di entrare nel circo della Formula Indy. Non andò bene e l’anno seguente Guthrie accettò un impiego presso l’azienda elettronica Sperry Rand. Per cinque anni, corse quando il lavoro glielo consentiva, poi, nel 1973, prese il coraggio a due mani, si licenziò di nuovo e tornò al mondo dei motori: sarebbe stato il suo ultimo tentativo.

Dopo due anni difficili, nel febbraio 1976, Rolla Vollstedt, un costruttore di monoposto per gli ovali del maggiore palcoscenico motoristico americano, le offrì di testare l’auto che avrebbe gareggiato a Indianapolis. Quella primavera, tuttavia, la macchina era troppo lenta e la pilota non prese parte alle qualifiche ufficiali, ma poté comunque intestarsi diversi primati di genere: fu la prima donna a iscriversi ufficialmente alla 500 miglia di Indianapolis, la prima a superare i test obbligatori per gli esordienti e la prima donna a girare in prova. Come pioniera, negli anni ’70 scossi dalla prepotente avanzata del movimento di emancipazione femminile e dall’altrettanto solida resistenza dell’establishment più retrivo, Guthrie fu ostacolata, sbeffeggiata e grevemente svillaneggiata.

Nel febbraio 1977, Guthrie fu la prima donna a gareggiare anche sulla celebre pista di Daytona per la Winston Cup

Nel febbraio 1977, Guthrie fu la prima donna a gareggiare anche sulla celebre pista di Daytona per la Winston Cup

I guardiani di pista tentarono di sviarla al suo arrivo sul circuito, probabilmente allo scopo di farle mancare i necessari controlli prima delle qualifiche. La sua monoposto fu inspiegabilmente e ripetutamente dimenticata, così da rimanere sempre ultima nella procedura di esame da parte degli ispettori di gara e quindi riducendo di molto i tempi a sua disposizione per girare. Sugli spalti, i tifosi inalberarono cartelli con su scritto “Niente tette ai box”, evidentemente concedendo il loro benestare ai soli seni ornamentali delle paddock-girl, le ragazze in succinti bikini che graziosamente sono solite tenere l’ombrello per riparare i piloti dal sole o dalla pioggia.

Il mondo delle corse le si era rivoltato contro. Dicevano, come era già stato fatto decine di volte da quando le ragazze avevano deciso di dedicarsi agli stessi sport dei maschi, che avrebbe messo stoltamente a rischio la propria vita, perché l’automobilismo richiedeva forza, resistenza e stabilità emotiva, tutte qualità che una donna non poteva possedere in dosi sufficienti.

Fortunatamente, Guthrie era invece dotata di una grande determinazione, inferiore soltanto alla passione bruciante per uno sport nel quale la competizione può in effetti avvenire fra donne e uomini senza squilibri dovuti alla differente costituzione fisica. Inoltre, ci furono anche uomini che si schierarono al suo fianco fin dall’inizio e la sostennero di fronte alle difficoltà e ai pregiudizi. Guthrie proseguì e migliorò le sue prestazioni, fino a conquistare un sesto posto nella gara di Bristol, sempre nel circuito NASCAR. Nella tarda primavera del 1977, era dunque pronta per tornare all’assalto della regina delle corse a stelle e strisce.

Guthrie con Rolla Vollstedt, il primo costruttore a credere in lei

Guthrie con Rolla Vollstedt, il primo costruttore a credere in lei

Stavolta, aveva tutte le carte in regola e lo dimostrò spiccando il tempo più veloce nella giornata di test inaugurali. Dopo che la lancetta del tachimetro aveva passato la strabiliante soglia dei 307 km/h, Guthrie perse per un attimo il controllo della monoposto e finì contro un muretto. Danneggiò l’auto, ma se la cavò senza conseguenze fisiche. Il medico le dette l’autorizzazione a scendere in pista l’indomani, il pool di meccanici passò la notte a rimettere in sesto la vettura con i pezzi di ricambio fatti arrivare dalla Costa occidentale, il compagno di scuderia Dick Simon lavorò alacremente alla nuova messa a punto. Lo schianto fu archiviato con un grande sforzo collettivo, lo stesso che supportò Guthrie quando al ritorno sull’asfalto trovò ad attenderla un becero insulto, vergato su un manifesto che un gruppo di scalmanati teneva ben alto sulle tribune: “Janet, grab that pole”. Per ogni altro contendente, sarebbe stato nient’altro che un incitamento a oltrepassare l’elusiva soglia dei 320 km/h e a conquistare la pole position. Per Guthrie, aveva tutta un’altra connotazione, dato che sul manifesto campeggiava il distintivo disegno dei genitali maschili, che Janet era invitata ad afferrare.

Nonostante tutto, la donna conservò la concentrazione e a meno di due settimane dall’incidente, come detto in apertura, spuntò la qualifica e si preparò alla corsa vera e propria.

Sulla griglia di partenza, si poneva ora un problema per lo starter Tony Hulman. Per anni e anni aveva sempre usato la stessa formula rituale, chiamando i piloti alla contesa con le parole «Signori, accendete i motori». Avrebbe potuto elegantemente cavarsela con la parola “gente”, magari riesumando l’espressione vecchia di 400 anni, gentlefolk, già usata da Shakespeare, ma in ultimo si risolse per il seguente annuncio: «Insieme alla prima donna mai qualificatasi per questa 500 miglia, accendete i motori!», e omise la parola “signori”, benché avesse minacciato di scandirla, giustificandosi con il fatto che in realtà sono i meccanici ad avviare i bolidi.

La gara non fu un granché per Guthrie, costretta al ritiro per un banale guasto meccanico dopo sole 27 tornate. Con più fiducia nelle proprie possibilità e con una macchina più affidabile, Guthrie si sarebbe ripresentata l’anno dopo: nel 1978, completò la competizione con un onorevolissimo nono posto.

Paolo Bruschi