MOBBING: quando lavorare crea sofferenza

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Il termine mobbing deriva dalla parola inglese “to mob”, cioè “molestare, aggredire, assalire” e consiste in una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro; colleghi o superiori mettono in atto comportamenti aggressivi e violenze morali e psicologiche reiterate nel tempo, che causano un elevato potenziale stressogeno, andando a limitare la qualità di vita della persona che viene mobbizzata.
Le vittime di questa violenza si sentono messe da parte, sole, non appoggiate, criticate in continuazione; inoltre, spesso vengono affidate loro mansioni più pesanti, vengono presi in giro e ridicolizzati.
Il mobbing è una condizione lavorativa estrema e può portare ad avere effetti negativi sulla salute delle persone che sono coinvolte. Le persone sottoposte a violenza psicologica presentano un rischio elevato di sviluppare disturbi d’ansia, depressione, perdita dell’autostima, disturbi del sonno, calo del desiderio sessuale etc.

Quanti tipi di mobbing ci sono?
Possiamo distinguere sei tipologie di mobbing:
1.Mobbing Strategico: quando la vittima viene ripetutamente messa da parte ed è oggetto di soprusi e di azioni dirette a isolarlo dall'ambiente lavorativo, fino ad arrivare persino alla sua espulsione. E’ una forma di mobbing che viene usata in modo strategico dalle imprese per far sì che i soggetti ritenuti scomodi possano allontanarsi dal posto di lavoro.

2.Mobbing Emozionale: causato da un’alterazione delle relazioni interpersonali, le emozioni esperite da ciascun individuo, come gelosia, antipatia e paura, sono esasperate. Può verificarsi sia fra colleghi che fra superiore e dipendente .

3.Mobbing Verticale: i comportamenti aggressivi o discriminatori possono essere messi in atto da un superiore o da un subordinato.

4.Mobbing Orizzontale: quando i comportamenti aggressivi sono attuati da un gruppo di colleghi.

5.Mobbing Doloso: possiamo definirlo come: “ una serie continua e intensa di atti ostili del management o dei colleghi verso un lavoratore sgradito, volti deliberatamente a rendergli la vita impossibile”. Il datore di lavoro potrebbe avere la responsabilità diretta degli atti vessatori.

6. Mobbing Colposo: non è direttamente imputabile in modo “oggettivo” al/i soggetto/i ma piuttosto da una serie di circostanze, definibili come “contesto” che comunque determinano la sintomatologia dell'individuo sul piano emotivo, cognitivo, comportamentale, relazionale e psico-somatico.

Quali sono le azioni di violenza psicologica sul posto di lavoro?
Lo psicologo Heinz Leymann ha individuato le azioni mobbizzanti più significative:
1) Attacchi alla possibilità di comunicare: vengono messe in atto azioni che limitano la possibilità di esprimersi alla vittima, si riscontra un’assenza di sguardi e si rifiuta il contatto, la vittima è costantemente interrotta quando cerca di parlare e le vengono fatte critiche al lavoro svolto e/o alla propria vita privata.
2) Attacchi alle relazioni sociali: il mobbizzato viene isolato, messo da parte, non viene coinvolto e gli altri si comportano come se non esistesse (es. Non lo invitano a fare una pausa).
3) Attacchi all’immagine sociale: la vittima viene ridicolizzata, umiliata e presa in giro.
4) Attacchi alla qualità delle condizioni e delle mansioni lavorative: al mobbizzato vengono assegnati incarichi svalutati o troppo difficili per le proprie competenze per farle fare qualche errore, viene continuamente trasferito da un posto all’altro o da una mansione all’altra senza giusta causa.

Come possiamo far fronte a situazioni di mobbing?
Un buon esercizio consiste nel prestare attenzioni e soffermarsi sui nostri pensieri per poter diventare il più consapevoli possibile del modo in cui tendiamo a interpretare i commenti degli altri. Cerchiamo di prendere il lato positivo di ogni battuta sgradevole che viene fatta, senza focalizzarsi sugli aspetti negativi. In determinati situazioni, quando ci viene fatto un commento esagerato o effettivamente fuori luogo, non è opportuno reagire, ma è preferibile scegliere di rimanere in silenzio, soprattutto quando l’attacco avviene in maniera improvvisa e inaspettata. Un’altra strategia consiste nel cambiare discorso se l’interlocutore comincia a offendere, questo permette di dire altro senza prestare attenzione a ciò che è stato detto prima dall’interlocutore. Questa strategia dimostra che non abbiamo subito alcun colpo dovuto all’attacco, rende l’avversario impotente e ci permette di parlare di quello che più preferiamo.

 

 

Nel caso in cui vogliate suggerirci un argomento da affrontare o esporci una vostra problematica o preoccupazione scriveteci a studiopsicologicoilcammino@gmail.com, e noi vi risponderemo o pubblicando la lettera in forma anonima o affrontando la tematica da voi richiesta.

Federica Giacinti