Guardare e non agire, Perché?

Sempre più spesso ci ritroviamo davanti a fatti di cronaca in cui “gli spettatori” di crimine rimangono inermi, perché?

Esiste un motivo per cui, persone che osservano una violenza, spesso non agiscono in prima persona a favore della vittima?

Come mai un gruppo di persone resta inerme difronte a un delitto, pur essendo in maggioranza numerica rispetto agli aggressori?

Attraverso alcuni studi gli psicologi sociali hanno provato a trovare le motivazioni che sono alla base dell’inerzia sociale in situazioni di emergenza. Molto probabilmente avrete sentito parlare di: effetto spettatore, diffusione di responsabilità e ignoranza pluralistica, termini utilizzati per poter descrivere le situazioni di inerzia sociale.

 

Perché le persone non aiutano?

Per poter capire a pieno ciò di cui voglio parlarvi in questo articolo è utile accennare brevemente a un fatto di cronaca avvenuto nell’agosto del 1964: Il caso Kitty Genovese. La sera del 13 marzo 1964 Kitty Genovese aveva parcheggiato la macchina a pochi metri dal portone d’ingresso dell’edificio, quando fu avvicinata da un uomo, Winston Moseley, che la accoltellò alla schiena per due volte. Kitty gridò e le sue urla furono udite da alcuni vicini, i quali però non le riconobbero subito come una richiesta d’aiuto. Successivamente, quando la polizia intraprese le indagini, emerse che all’incirca una quindicina di persone avevano avuto modo di sentire le grida della donna e di osservare parti dell’attacco. Molti vicini riferirono di non essere stati consapevoli di aver assistito a un delitto, credevano che si trattasse di un litigio tra fidanzati o di schiamazzi di ubriachi. Questo evento diventò subito un caso mediatico, in quanto descriveva un singolare fenomeno di inerzia sociale di fronte a un tragico evento. In seguito a questo fatto si sono sviluppati una serie di studi e di ricerche della Psicologia Sociale, volte a indagare l’effetto spettatore: fenomeno per cui soggetti spettatori di una situazione di emergenza tendono a non prestare aiuto se altre persone sono presenti.

Secondo due psicologi, Darley e Latane  (1968), se molte persone sono testimoni di un’emergenza che coinvolge un’altra persona, ognuno è consapevole del fatto che gli altri potrebbero intervenire. Questa consapevolezza costituisce la base della diffusione della responsabilità: ognuno dei testimoni ritiene che la piena responsabilità non sia centrata su di sé, ma sia condivisa tra tutti i testimoni. Di conseguenza, la disponibilità a offrire aiuto si riduce. Dunque possiamo derivare l’ipotesi che i testimoni di un’emergenza che sono consapevoli della presenza degli altri, ma che non possono vederli o sentirli, aiutino meno rispetto a quando non vi sono altri testimoni. Ciò accade perché, all’aumentare del numero dei testimoni, è probabile che si intensifichi il processo di diffusione della responsabilità. Darley e Latane condussero un esperimento a riguardo che prevedeva la convocazione di alcuni studenti in una sala d'aspetto per compilare un questionario. Come condizione variabile era prevista la presenza di un solo soggetto ignaro, la presenza di più soggetti ignari o la presenza di un soggetto ignaro e due complici. Mentre i partecipanti erano concentrati nel rispondere alle domande un fumo bianco veniva fatto uscire da una fessura sotto la porta cominciando a riempire la stanza. Quando i soggetti sperimentali erano soli, entro i primi minuti uscivano in corridoio per avvertire qualcuno. Nei casi in cui erano in gruppo, invece, soltanto il 38% di loro cercava di avvisare qualcuno entro i primi 6 minuti, percentuale che non mutava nel caso in cui nella stanza ci fossero soltanto soggetti ignari oppure i complici debitamente istruiti a fingere disinteresse per quanto avveniva intorno a loro.

Secondo i loro studi, l’inibizione del comportamento prosociale potrebbe essere dovuto alla combinazione di tre elementi:

  1. La diffusione della responsabilità: uno spettatore da solo sente su di sé la responsabilità di intervenire. Se altre persone sono presenti, ogni spettatore percepisce meno responsabilità, poiché questa è diffusa tra tutti i presenti; questo riduce la motivazione ad agire in modo prosociale a favore della vittima.
  2. Il modello implicito del “non è successo niente”: dal momento che gli spettatori esitano e cercano di capire cosa bisognerebbe fare, diventano senza volerlo modelli di passività per gli altri. La risposta appropriata diventa “non fare nulla”. La passività come norma sociale.
  3. La paura dell’imbarazzo: la presenza di altri spettatori suscita sensazioni di disagio, poiché gli altri potrebbero essere degli osservatori di un potenziale intervento. Ne risulta un’ansia sociale che inibisce gli interventi, specialmente quando ci sono dei dubbi sulla possibilità di intervenire. Annessa a questa sensazioni troviamo la “paura della valutazione”, dove i potenziali soccorritori potrebbero temere di aver interpretato una situazione in modo erroneo e quindi non urgente/di emergenza ed essere giudicato come sciocchi di conseguenza.

Queste spiegazioni devo essere una scusante dell’inerzia sociale?

No, il motivo per cui ho brevemente descritto tali eventi e teorie è perché vorrei che fosse utilizzato come spunto di riflessione su come alle volte mettiamo in atto determinati comportamenti. Indubbiamente l’uomo è un “animale sociale”, che in presenza di altri soggetti tende a valutare la propria azione in funzione degli altri. Questo però non deve portare a conformarsi, mettendo in secondo piano la propria percezione della realtà e la propria valutazione. Proviamo a evitare l’ignoranza pluralistica, quel processo che coinvolge le persone quando sono all'interno di un gruppo, cioè quando ciascuno pensa che gli altri abbiano più informazioni sulla situazione e quindi di fronte a un evento ambiguo le persone osservano il comportamento altrui per cercare di interpretarlo correttamente senza considerare che anche gli altri fanno lo stesso

 Impariamo, attraverso gli errori e le storie del passato, a riflettere e agire in prima persona, senza guardare troppo “cosa fa e come agisce” il nostro vicino.

Nel caso in cui vogliate suggerirci un argomento da affrontare o esporci una vostra problematica o preoccupazione scriveteci a studiopsicologicoilcammino@gmail.com, e noi vi risponderemo o pubblicando la lettera in forma anonima o affrontando la tematica da voi richiesta.

Chiara Paoli