
Prima di cedere la parola a Dario Bedarida, presidente della Comunità ebraica, Eugenio Giani ha salutato Renzo Montini, presente in Aula, “che aveva quindici anni quando fu deportato a Mauthausen”. Tutta l’Aula lo ha salutato con un lungo applauso in piedi. Nel suo intervento, Dario Bedarida ha rivolto una richiesta al Consiglio regionale e alle istituzioni locali.
"Anche a Firenze, come già in altre città in Toscana, vengano collocate le pietre d’inciampo. In questa città – ha ricordato – furono deportati 248 ebrei iscritti alla Comunità e altri 150 che a Firenze avevano cercato rifugio. I loro nomi sono scritti nelle due lapidi nel giardino della sinagoga.
Ma i rastrellamenti, gli arresti, l’inizio delle deportazioni avvenne nelle loro case, per strada, nei rifugi provvisori che avevano trovato. È giusto che oltre ai loro nomi, anche i loro luoghi in città non vengano dimenticati. Affinché, se passiamo in una strada del centro, dobbiamo e possiamo ricordare che cosa è avvenuto in quel luogo e ci impegniamo a fare in modo che quello che è già accaduto non si ripeta". In mille città d’Europa, tra queste in Italia a Roma, Torino, Milano, ha spiegato Bedarida, sono presenti quasi cinquantamila pietre d’inciampo.
“In Toscana ce ne sono qualcuna a Livorno, a Prato, di recente anche a Siena. Piccole targhe di ottone incastonate sul selciato per dare un nome alle persone di fronte alla casa dove sono state uccise o deportate. Vi chiedo di attivarvi perché anche a Firenze venga utilizzato questo simbolo di civiltà. Ci richiamano il nostro passato, le atrocità, gli errori e ci aiutano a non dimenticare”.
Il presidente della Comunità ebraica di Firenze ha invitato ad andare oltre “la tolleranza, che implica sopportazione e si basa sul pregiudizio. Dobbiamo essere contrari a tutto questo, facciamo un passo avanti, prima con l’accettazione, poi con l’accoglienza”. E a non essere “indifferenti, perché essere indifferenti accentua la radicalizzazione e le conseguenze dei fenomeni che si presentano. Per questo dobbiamo sapere, dobbiamo studiare, dobbiamo ricordare. Capire come nascono e si sviluppano i fenomeni, combatterli, cercare di non fare più gli stessi errori”.
A Simone Neri Serneri, presidente dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana, l’intervento conclusivo di questa seduta solenne. “A cosa serve celebrare la giornata della memoria? La memoria è uno strumento prezioso e fragilissimo, è risorsa che si consuma e vive solo perché si riproduce e si rielabora nel dialogo con le generazioni e soprattutto con il tempo presente”.
Per “fare educazione civile”, dice Neri Serneri, la memoria deve diventare “strumento di conoscenza del presente”. Per non perdere di vista che “il male era tra noi, nelle nostre città”, che “i carnefici erano uomini e donne come noi, come le loro vittime”, la memoria “deve coniugarsi con la conoscenza storica.
Oggi più che mai, la cultura e la conoscenza storica sono risorse indispensabili”. La Shoah “è divenuta paradigma di tutti i genocidi che lastricano la storia dell’umanità. Appartiene a pieno titolo alla modernità novecentesca. Non fu un delirio – avverte –, fu una risposta alle sfide poste da quella modernità".
"Come docente di storia contemporanea – ha detto ancora Neri Serneri – in una delle Università di questa Regione (Siena, ndr), l’invito a partecipare alla seduta di oggi è anche un riconoscimento per quei ragazzi che nello studio della storia contemporanea cercano uno strumento per comprendere il mondo in cui vivono".
Fonte: Consiglio Regionale
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