
"Ricordare è, come tante altre, parola d'origine latina. Significa: rimettere al centro del cuore. Ma cosa rimettiamo al centro del cuore, cosa rimette - ciascuno di noi singolarmente - al centro del proprio cuore quando ricorda non un proprio caro, non la propria madre, non il proprio figlio, non il proprio marito, non il proprio amico, ma la celebrazione di un "inaudito" nella storia dell'uomo, qual è appunto lo sterminio degli ebrei? Questo inaudito non lo abbiamo visto, non lo abbiamo sperimentato di persona, molti di noi, oramai, lo hanno sentito echeggiare, rileggere, rammentare, reinterpretare, soltanto in film, fiction TV, documentari, libri, conferenze, articoli. Cioè è un inaudito oramai trasmesso, travasato (e dunque trasformato) da testimonianza diretta, da trauma in prima persona, da voragine di violenza e dolore patita direttamente, a racconto, a celebrazione di racconto, a simulacro di racconto.
Da morte vissuta a morte raccontata. È il dramma (e forse la libertà) della commemorazione, cioè del far memoria personale, collettiva, civile, istituzionale, di un trauma, anzi di più, appunto, di un inaudito nella storia umana, ma farne memoria sempre più inevitabilmente indiretta. Quando anche l'ultimo dei sopravvissuti non potrà più esibire le cicatrici perché defunto e l'essere stati dilaniati nei campi di sterminio sarà solo un racconto, un flatus vocis, una fotografia in bianco e nero, una registrazione sonora, un sito storico museale da visitare ad Auschwitz, come avverrà il ricordare?
Come avverrà il rimettere al centro del cuore questo inaudito? È forse il momento più difficile, anche istituzionalmente. Finché le istituzioni, nel dopo guerra, avevano a disposizione città, palazzi, strade, piazze, stazioni che esibivano le distruzioni dei bombardamenti del conflitto mondiale, finché le vie e i viottoli avevano ancora caldo il suono dei rastrellamenti, delle fucilazioni, del mettersi in fila sui binari per essere deportati, il ricordare delle istituzioni era molto più scontato, perché diretta, più garantita, ancora calda era l'esperienza dell'inaudito.
Non occorreva andare in visita ad Auschwitz, tanto era ancora trepidante la memoria di quanto accaduto. Anche nei decenni '50, '60, '70 e successivi, le istituzioni per ricordare, per rimettere al centro del cuore, lavoravano su un materiale di vissuto, di testimonianze, di ricostruzioni, di letture, ancora vivido: il cinema rileggeva l'inaudito ad abundantiam; la letteratura fioriva di diari, lettere, romanzi, racconti, biografie, saggi storici; l'arrivo della televisione permetteva che quell'inaudito potesse diventare anche oggetto ripetuto di memoria nel piccolo schermo; le città di pari passo con la graduale, ma non totale, cancellazione dell'arte pubblica fascista, si rendevano disponibili alla commemorazione invitando i testimoni, i sopravvissuti delle leggi razziali, negli incontri con le scuole. E tutto è proceduto come si è sempre proceduto nella storia, ovvero travasando la memoria diretta in chi quella memoria (specie i bambini, i giovani) la possono avere soltanto raccontata. Ma ora, e nei prossimi decenni, è il momento istituzionalmente più difficile. I sopravvissuti sono sempre meno, le registrazioni filmate ci sono, ma una cosa è baciare, un'altra è vedere un bacio in un film.
L'esperienza diretta della testimonianza, che ha contraddistinto le commemorazioni dei decenni precedenti, si è surrogata nell'esperienza indiretta e mediata dell'ascolto sonoro delle registrazioni o dei testi. Istituzionalmente è il momento più difficile: come insegnare ad un bambino dell'esistenza del fuoco, se il fuoco non c'è più e c'è solo cenere? Ho in casa una bambina di 7 anni che, per fortuna, è nata in un paese in pace, sperimenta iPad, iPhone e computer che la attirano e le parlano con il linguaggio del XXI secolo. Non sa del terrorismo islamico, non sa degli attentati che sventrano le capitali d'Europa. Come possiamo mettere al centro del suo cuore un abominio inaudito, avvenuto 70-80 anni addietro, quando neanche sua madre era nata? Credo che inevitabilmente la cenere avrà vittoria sul fuoco, come sta avendo vittoria sul fuoco la memoria della Prima Guerra mondiale.
Però proprio quando rimettere al centro del cuore è istituzionalmente sempre più difficile, proprio quando la memoria da diretta diventa indiretta, ecco che non vengono meno le basi giuridiche e civili che quell'inaudito ha prodotto per reazione: i noti valori freddi della democrazia, così chiamati da Norberto Bobbio e richiamati più volte da Claudio Magris, e la difesa della Persona in quanto tale, avviata dal Cristianesimo, più volte duramente rinnegata nella storia, ma mai spenta. Cioè tanto più la commemorazione della strage degli ebrei diventa commemorazione traslata per indiretta testimonianza, quanto più è necessario riflettere, far riflettere, educare a quei valori "freddi", di norbertobobbiana memoria, che sono stati marmorizzati per reazione da quella strage nella nostra Costituzione, ovvero il libero esercizio del voto, le garanzie giuridiche fondamentali di rispetto e l’osservanza delle regole se di buon senso (perché anche le dittature chiedono l’osservanza delle regole).
E al tempo stesso la difesa della Persona, nella sua incolumità fisica e civile di creatura, di soggetto cittadino. Qui si aprirebbero capitoli lunghissimi di approfondimento e di discussione, ma credo che quanto più la commemorazione di un inaudito che ha sacrificato milioni di vite si fa lontana dal momento in cui quell’inaudito è accaduto, ecco che diventa importante trasformare la commemorazione da manifestazione storiografica (in cui si rammentano date e accadimenti e si mostrano cimeli e documenti) a manifestazione di educazione civile ai valori freddi della democrazia e all’importanza della Persona nel suo essere insopprimibile creatura e cittadino, insopprimibile protagonista di vita, energia e desiderio. E' questo un modo diverso, non retorico, non stanco, non puramente memorialistico, di ricordare, ovvero di rimettere al centro del cuore".
Fonte: Ufficio Stampa
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