Giusto 40 anni fa, la biondina californiana vinse il suo primo titolo, inaugurando l'era del gioco dominato dalle adolescenti
Fu il 10 gennaio 1977 che lo sport divenne per la prima volta terreno di caccia per adolescenti appena sbocciate. Quel giorno, la neo-quattordicenne Tracy Austin, con codine da infante e regolare apparecchio per i denti, scese in campo a Portland per la prima finale di una carriera che sarebbe stata tanto folgorante quanto breve, sottomise in tre set la collega Stacy Margolin e si aggiudicò il primo titolo nel circuito tennistico femminile.
La ragazzina californiana rifiutò però il premio in denaro che spettava alla vincitrice del torneo, con l’obiettivo di conservare ancora per un po’ di tempo lo status di dilettante. Da amateur, nel luglio seguente, divenne la più giovane giocatrice ad aver disputato Wimbledon, dove si arrese in secondo turno alla magnifica Chris Evert e poi ottenne lo stesso record di precocità ai successivi US Open, dove fu addirittura capace di inerpicarsi fino ai quarti di finale, dove la sua corsa fu arrestata da Betty Stove.
Austin era nata il 12 dicembre 1979 nella penisola di Palos Verdes ed era stata instradata al tennis dai genitori, entrambi praticanti, e dai quattro fratelli maggiori, tutti patiti della racchetta. Fu così appena sorprendente che disputasse il primo incontro junior a sette anni, che vincesse in quella categoria a 10 e che sbaragliasse ogni concorrenza, sia al chiuso che all’aperto, dopo aver appena compiuto 13 anni – fu allora che Sports Illustrated le dedicò una copertina, sotto il titolo “È nata una stella”. Infine, fece il suo ingresso fra le professioniste il 23 ottobre 1978. Nel maggio dell’anno dopo, trionfò agli Internazionali d’Italia, sconfiggendo l’apparentemente imbattibile Evert, che nell’occasione fu obbligata a interrompere la striscia di 125 successi consecutivi sulla terra rossa. In settembre, Evert si inchinò anche a Flushing Meadow, mentre inseguiva il sogno del quinto trionfo di fila, consentendo all’intraprendente teen-ager di diventare la più giovane vincitrice del major americano. Grazie a colpi di rimbalzo solidi e affidabili quanto la sua tenuta nervosa, al sempre sicuro passante di rovescio bimane e a un gioco di rete più efficace di quanto lasciasse credere la sua predilezione per la linea di fondo, Austin si issò al primo posto della classifica del computer nell’aprile 1980 e bissò la vittoria a New York nel 1981, stavolta superando in finale Martina Navratilova, l’altra dominatrice del circuito riservato alle donne.
Non ancora ventenne, cominciò a soffrire vari e gravi problemi fisici, quali microfratture alla schiena, lesioni al nervo sciatico e infortuni alla spalla. La sua vertiginosa ascesa ne fu raffrenata e anzi prese a precipitare sempre più in basso nel ranking mondiale. Di fatto, la sua carriera si concluse allora, poiché il suo più serio tentativo di tornare in campo naufragò alla vigilia dello Slam newyorkese del 1989, quando fu quasi uccisa da un pirata della strada, che la lasciò con una gamba rotta e un ginocchio a pezzi, che richiesero mesi e mesi di terapia riabilitativa.
Come ha acutamente osservato il suo coetano David Foster Wallace, tennista fallito e stella del firmamento letterario mondiale, ancorché morto suicida all’apice della gloria, Austin fu fermata sulla soglia dell’immortalità sportiva dalle stesse caratteristiche e qualità che le avevano permesso di splendere così presto. Nel suo “Considera l’aragosta” (Einaudi, 2006), lo scrittore americano individua nell’implacabile perfezionismo stakanovista la radice del precoce declino di Austin. Minuta e gracile anche dopo la pubertà, la californiana pagò il conto all’ossessivo regime di allenamenti e all’infaticabile tendenza a sovraccaricarsi di estenuanti sedute di preparazione psico-fisica, che si tradussero nei noti e ricorrenti guai e malanni che sempre colpiscono l’ipertrofia e l’usura senza posa.
«All’età di otto anni decisi che volevo diventare la più forte giocatrice del mondo e da allora in avanti quel pensiero rimase sempre nella mia mente», ha scritto Austin nella sua autobiografia. Come detto, ci riuscì nemmeno ventenne e fu però privata della sua arte a un’età in cui la maggior parte delle persone comincia appena a porsi un obiettivo nella vita. La sua carriera ebbe vita brevissima e dovette in tutta fretta acconciarsi al ruolo di “vecchia gloria” ancora nel vigore degli anni, prestandosi a tornei d’esibizione pagati dagli sponsor e chiosando commenti stucchevoli su quelle stesse televisioni commerciali dove era comparsa come acerbo fenomeno appena qualche anno prima. Aveva però inaugurata l’età delle adolescenti terribili, il periodo della storia del tennis egemonizzato da ragazzine imberbi che avrebbero incluso di lì a poco leggende come Steffi Graf, Monica Seles e Martina Hingis.
Paolo Bruschi