Prima di diventare un'icona del Far West, nel dicembre 1896, il celebre pistolero si coprì di vergogna per una presunta combine pugilistica
Quando Wyatt Earp morì a Los Angeles nel 1929 le sue gesta valorose non finirono nei necrologi. Fu invece ricordato come un baro e un corrotto e il suo nome divenne persino sinonimo di imbroglione. Fu solo dopo la pubblicazione dell’encomiastica biografia, Wyatt Earp, uno sceriffo di frontiera, che la sua fama cambiò di segno: Hollywood si impossessò del personaggio e, con le facce di Henry Fonda, Burt Lancaster e Kevin Costner, lo trasformò nell’eroe adamantino del Far West, l’inflessibile custode della legge che nell’ottobre 1881 aveva sgominato una temibile banda di fuorilegge durante la leggendaria sparatoria all’O.K. Corral.
Durante la Guerra civile americana, a differenza dei fratelli maggiori, Wyatt non poté arruolarsi perché troppo giovane, ma sviluppò presto un’evidente perizia nell’uso della pistola e del fucile, doti assai utili in un periodo e in territori nei quali il confine fra norma e reato era una linea sottile e frastagliata. Studente di legge sulle orme del padre, ma anche giocatore d’azzardo e occasionale ladro di cavalli, Earp si fece conoscere nel mondo della boxe, prima ancora di sfruttare professionalmente la sua abilità di pistolero. Da adolescente era un pugile promettente, ma il suo vero talento lo dimostrava come arbitro: in occasione dei combattimenti organizzati sempre più spesso nelle terre che si popolavano di cacciatori di bisonti e di indiani, ma anche degli operai che posavano le rotaie delle prime ferrovie, Earp era considerato così onesto che gli si poteva affidare la custodia delle borse dei pugili e i soldi che i tifosi puntavano sui contendenti. Era un pugilato rozzo e violento, disputato a mani nude in un perimetro polveroso o fangoso delimitato da una corda tenuta dagli stessi spettatori, i quali non si esimevano dall’intervenire per indirizzare il combattimento. Ci sarebbero voluti ancora un po’ di anni prima che si diffondessero le regole del marchese di Queensberry, il nobiluomo inglese che disciplinò la brutalità della “nobile arte”, imponendo i guantoni (a protezione soprattutto delle mani, visto che le nocche si fratturano con facilità) e mettendo al bando morsi, spinte e abitudini barbare come i tentativi di cavare gli occhi all’avversario.
Dopo la “sfida infernale” del 1881, la carriera di Earp come sceriffo si concluse. Stabilitosi a San Francisco con l’attrice e terza moglie Josephine Marcus, si guadagnò da vivere con le scommesse, come proprietario di cavalli da corsa e nella compravendita di immobili. Sporadicamente, tuttavia, non disdegnava di tornare alla sua passione di arbitro di boxe. A San Francisco viveva anche Jim Corbett, l’allora campione dei pesi massimi, e quando si ritirò parve naturale allestire in città la sfida che il 2 dicembre 1896 avrebbe designato il suo successore – che in quella parte di California il pugilato fosse un’attività illegale non preoccupò nessuno, men che meno i due candidati alla successione, il marinaio irlandese Tom Sharkey e il fabbro inglese Bob Fitzsimmons. Ciò che li angustiava, al pari dei loro manager, erano i rischi di combine. Per questo motivo, soprattutto i secondi di Fitzsimmons, che era largamente favorito, rifiutarono tutti gli arbitri che i promotori proposero, sino a che, a poche ore dal match, a qualcuno venne in mente il nome di Earp, benché fosse noto principalmente come arbitro di quei confronti primitivi che non seguivano le regole di Queensberry. L’incontro, tuttavia, era stato pubblicizzato come nessuno prima, centinaia di tifosi avevano pagato l’oltraggiosa cifra di 10 dollari per acquistare il biglietto e un vorticoso giro di scommettitori, inclusi lo sceriffo e numerosissimi poliziotti, avevano puntato sul match somme favolose. Seppur con riluttanza, i due angoli si accordarono per affidare l’arbitraggio all’ex sceriffo, il quale si fece subito notare salendo sul ring col proverbiale cinturone.
Il più alto e veloce Fitzsimmons dominò l’avversario fin dalla prima campana, entusiasmando il pubblico con la sua potenza. All’ottavo round, sferrò uno dei suoi celebri montanti alla figura, che centrò Sharkey al plesso solare. L’anno successivo, quel pugno gli avrebbe garantito la cintura mondiale contro il ritornante Corbett, ma in quel momento era un movimento pressoché sconosciuto e tutti furono colti di sorpresa, proprio come Sharkey, che cadde riverso in avanti. Incapace di rialzarsi, fu però in grado di protestare la presunta irregolarità del colpo subito. Earp gli diede ragione e lo proclamò vincitore, dopo aver squalificato l’inglese. La maggior parte degli spettatori non aveva mai visto chiamare un fallo in un match di pugilato e la folla esplose in minacciose proteste verso Earp, che guadagnò l’uscita in tutta fretta.
Lo scandalo finì su tutti i giornali e vignette che ironizzavano sul presunto accordo fra l’ex sceriffo e lo staff di Sharkey fecero il giro del paese. Fitzsimmons prese la strada del tribunale e la reputazione di Earp finì alla sbarra. Nelle due settimane di dibattimento, protagonisti e testimoni furono ascoltati dalla corte, ma le versioni discordanti non chiarirono l’accaduto. Il giudice respinse il caso: poiché il combattimento era illegale, non si poteva dare corso a un’azione civile per un’attività criminale. La sola sanzione che colpì Earp fu una multa di 50 dollari… per aver portato la pistola sul ring.
Paolo Bruschi