Bracci del comitato per il no al referendum risponde al segretario Pd Bosi

Tomaso Montanari non ha bisogno del nostro aiuto per replicare alle accuse di complottismo mossegli dal segretario del PD pratese Gabriele Bosi su "l’Unità" dell’8 ottobre (http://www.unita.tv/…/il-complottismo-del-no-il-caso-scuol…/).

Tuttavia un piccolo ripasso a proposito delle vicende politiche italiane degli ultimi anni può essere utile.

Perché tra le parole che Bosi pronuncia ed i fatti che tali parole vorrebbero rappresentare c’è di mezzo una voragine, che va colmata.

Non serve chiamare in causa le paranoie.

Troppo ardito, davvero, negare che tra le classi dirigenti europee e le grandi banche o i grandi attori economico-finanziari non ci sia stato e non ci sia un continuo ed ambiguo alternarsi di ruoli e responsabilità. Oltre all'ex-premièr bitannico Blair, basterà citare i casi dell'ex cancelliere tedesco Schroeder, del primo ministro italiano Monti e dell'ex presidente della Commissione UE, Barroso.

Ancor più difficile appare negare il ruolo svolto dai cosiddetti “mercati” e dalle forze assai meno astratte che li muovono (compresa JP Morgan) nell’influenzare ed orientare alcuni passaggi decisivi dell’ultimo quinquennio.

Nell’agosto 2011 il governatore della BCE Trichet invia al governo italiano una missiva che indica i “compiti a casa” che lo stesso governo deve svolgere: agitazione e allarme nei palazzi romani, borse in tormento, governo Berlusconi sulla graticola.

Tra ottobre e novembre dello stesso anno precipita la crisi dello “spread”, che sollecita Napolitano ad insediare a capo del Governo un uomo “affidabile” e “gradito”.

Da Presidente del Consiglio il professor Monti esegue il suo mandato di investitura "dall'alto", eseguendo modifiche costituzionali che introducono l’obbligo del pareggio di bilancio e l’adesione al patto di bilancio europeo (il “fiscal compact”): un nodo scorsoio messo al collo di ciascun Paese firmatario, che costringe gli Stati membri (Italia compresa) a tagliare sistematicamente la spesa pubblica (comprimendo anche il peso delle autonomie locali) e a dipendere in misura sempre più ampia dal giudizio dei “mercati” (il famigerato “rating”) per la sopravvivenza finanziaria.

Nonostante le misure impopolari e l'insolito protagonismo, nel 2013 Napolitano viene riacclamato Presidente della Repubblica e nel suo discorso di re-insediamento - senza tanto “bon ton”, lo riconoscerà anche Bosi - schiaffeggia i parlamentari che lo ascoltano.

La strada per la legislatura costituente è aperta, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale sul porcellum.

Il “responsabile” Letta resiste per poco al ritornante signore fiorentino, che dopo avere perso le primarie 2012 si impadronisce delle rovine fumanti del PD post-bersaniano.

Renzi dà il colpo di grazia allo scolorito tentativo di mitigare le punte estreme del neoliberismo portato avanti prima da Bersani e poi da Letta.

E così dal Jobs Act alla riforma costituzionale ri-accentratrice si arriva a oggi.

Bosi sa meglio di noi che ciascuno di questi passaggi, analogamente a quanto sta avvenendo per la riforma costituzionale, è stato giustificato con termini molto vaghi: di volta in volta il “cambiamento” è stato invocato per dare risposta alle esigenze di “stabilità”, per mostrare il volto di un Paese “affidabile”, per corrispondere alle domande delle “istituzioni finanziarie internazionali”.

Trascurabile, in tutti questi ragionamenti, è stato il ruolo svolto dalla sovranità popolare e dalla rappresentanza parlamentare: ridotte entrambe al ruolo di fondale.

Si può dunque ironizzare sul complottismo e sulle paranoie, riducendo a macchietta ogni obiezione e ricostruzione critica di quanto è avvenuto e sta avvenendo.

Più difficile e complicato è difendere una scelta che non viene dal nulla, ma rappresenta il culmine di una serie di passaggi nei quali i “mercati” hanno contato più della sovranità popolare.

Con buona pace dei tentativi di dimostrare – da parte dei sostenitori del “sì” – che la prima parte della Costituzione “non si tocca”.

In effetti, non serve: l’articolo 1 (“la sovranità appartiene al popolo”) lo si è già da tempo sospeso, sostituendo il consunto ed antiquato “popolo” con gli inafferrabili ma implacabili “mercati”.

N.b.: il report di JP Morgan non è un’invenzione paranoica di Montanari e dei sostenitori del ‘No’. Lo si può leggere per intero a questo indirizzo: https://culturaliberta.files.wordpress.com/…/jpm-the-euro-area

…. Il passaggio più interessante, per chi cercasse il collegamento tra il rapporto e la riforma costituzionale, è contenuto nel capoverso finale a pagina 12.

Fonte: Comitato Democrazia Costituzionale di Prato per il no al referendum

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