
Seduta solenne del Consiglio regionale, questa mattina, alla presenza di numerose autorità. L’occasione è stata la celebrazione della ricorrenza del 13 luglio 1970, data in cui si svolse la prima seduta del Consiglio regionale della Toscana. La cerimonia è stata scandita dagli interventi del presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani, dell’assessore Cristina Grieco in vece del presidente della Giunta regionale Enrico Rossi, di Filippo Donati, docente di diritto costituzionale dell'Università di Firenze.
Giani ha colto l’occasione della ricorrenza per una riflessione sul regionalismo nel nostro paese, e nello specifico in Toscana. Il presidente ha ricordato come, dopo le elezioni dell’8 giugno 1970, il 13 luglio il Consiglio regionale si riunì per la prima volta. Il primo presidente del Consiglio regionale toscano fu Elio Gabbuggiani, il primo presidente della Giunta regionale Lelio Lagorio. L’anno scorso fu consegnato ai loro familiari un riconoscimento, con l’impegno di premiare ogni anno, in successione, i presidenti. Quest’anno dunque il riconoscimento, il Pegaso simbolo della Toscana, è andato al secondo presidente del Consiglio, Loretta Montemaggi, e al secondo presidente della Giunta, Mario Leone.
“Veniamo da anni di indubbia crisi nel rapporto di rappresentanza dell’istituzione regionale con i cittadini – ha detto Giani –. Anche se, va detto, in Toscana questa crisi c’è meno che altrove e in questa legislatura abbiamo già prodotto interventi legislativi importanti”. “Quarantasei anni fa la Regione era un’istituzione assolutamente nuova – ha ricordato il presidente del Consiglio regionale -. Il primo modello di stato unitario, organizzato prevedendo Province e Comuni, non dava spazio al regionalismo. Nell’Assemblea costituente l’istituzione della Regione diventò poi, soprattutto per la sinistra e il mondo cattolico, una bandiera di democraticità, un modello di partecipazione capace di superare quello di Province e Comuni succubi della dimensione prefettizia”. Ci sono poi voluti 22 anni, dall’entrata in vigore della Costituzione, perché le Regioni prendessero effettivamente vita. “Fin dalla sua nascita il Consiglio regionale toscano è stato particolarmente fecondo – ha detto ancora Giani -. Abbiamo vissuto passaggi importanti come la modifica del titolo V, e oggi, con il referendum costituzionale, il profilo della Regione potrebbe diventare maggiormente amministrativo così come, attraverso il Senato, divenire un profilo di raccordo con lo Stato e con l’Europa”.
“Siamo dunque all’alba di una potenziale terza fase del regionalismo – ha concluso il presidente – e già nella prassi la Regione si è assunta responsabilità che vanno oltre il dettato costituzionale. I Comuni, inoltre, vedono sempre di più la Regione come il loro punto di riferimento per le politiche sovracomunali. Dobbiamo dunque esercitare al meglio questo ruolo, raccogliere la sfida per il nostro futuro”.
Le parole di Donati
“Questo anniversario è un’occasione che ci permette di riflettere sul modello toscano di regionalismo, su come si è sviluppato e sulle sue prospettive future, anche alla luce della riforma costituzionale, su cui entro l’anno saremo chiamati a pronunciarci”. Filippo Donati, ordinario di diritto costituzionale all’università di Firenze, ha sintetizzato in queste parole il senso della sua relazione alla seduta solenne del Consiglio toscano, che si riunì per la prima volta il 13 luglio del 1970.
Il professore ha ricordato che la Regione si trovava allora in una situazione di “oggettiva debolezza”, sia per la mancanza di radici storiche ‘dell’istituto Regione’, sia per l’impianto normativo ed istituzionale fortemente accentrato. La stessa Assemblea costituente non individuò le Regioni sulla base di criteri socio-economici, culturali o identitari, ma sulla base dei compartimenti utilizzati nel passato a fini statistici. Donati ha sottolineato che i loro primi anni di funzionamento furono caratterizzati da una fortissima resistenza al trasferimento di funzioni amministrative e di risorse finanziarie, indispensabili per una reale autonomia. E’ in questo contesto che fu affrontato il problema della struttura organizzativa, cioè della forma di governo e dei rapporti tra Giunta e Consiglio. “Il Consiglio regionale utilizzò un metodo molto innovativo per discutere ed approvare il nuovo statuto – ha rilevato – Ci fu il coinvolgimento diretto di associazioni istituzionali, come quella delle province toscane, le università, un lungo dibattito in commissione ed in aula, una consultazione popolare”. Il punto di arrivo fu una forma di governo di tipo assembleare, con un ruolo preminente del Consiglio, in linea con la ‘centralità parlamentare’ a livello nazionale. Secondo Donati i primi trenta anni di attività furono caratterizzati da un ulteriore indebolimento del ruolo delle Regioni, sia per le resistenze dello Stato a cedere poteri, sia per lo sviluppo dell’integrazione europea, che ha portato la gestione di alcune materie, come l’agricoltura, verso altri livelli istituzionali, con lo Stato che avocava a sé sempre nuovi poteri e fare interventi sostitutivi. A tutto questo si contrapponeva un movimento autonomista sempre più motivato. “Un trasferimento organico di funzioni e risorse si ebbe soltanto nel 1998 – ha affermato il professore – quando Bassanini decise di realizzare il massimo di federalismo possibile a Costituzione invariata”. Le istanze autonomistiche, però, si scontravano contro un impianto istituzionale marcatamente centralistico, destinato a cambiare solo con le riforme costituzionali, che hanno introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione ed hanno permesso a ciascuna regione di dotarsi di un proprio statuto e di una propria legge elettorale, nel quadro del tutto nuovo che si è determinato con la riforma del Titolo V. “Il riconoscimento che la Regione ha competenza legislativa a carattere generale – ha detto Donati - ed il principio di sussidiarietà nell’esercizio delle funzioni amministrative sono elementi che vanno tutti nella direzione di un grandissimo rafforzamento dell’autonomia regionale”. Un’autonomia che, secondo il professore, ha permesso la valorizzazione di alcuni elementi identitari della Toscana, quali la concentrazione e la qualità del suo patrimonio storico, artistico, paesaggistico ed un’economia di piccole e medie imprese legate all’artigianato, al turismo, all’agricoltura. La crisi economica che investe le stesse istituzioni locali e la globalizzazione dell’economia stanno mettendo in crisi un modo tradizionale di fare politica. Emergono nuovi localismi, che però hanno effetti ben lontani dal territorio di riferimento. Le stesse Regioni rischiano di diventare un soggetto amministrativo e non più organo di indirizzo politico. Qual è il futuro che ci attende?
“Avevamo nel Settanta un Consiglio regionale privo di legittimazione, dalle radici storiche debolissime, che operava in un sistema istituzionale profondamente centralistico e avverso alla autonomie – ha concluso Filippo Donati – Oggi partiamo da basi molto piu salde, ma le sfide sono molto impegnative. Credo che l’esperienza del passato ci indichi che possono essere affrontate e vinte”.
Fonte: Consiglio Regionale della Toscana - Ufficio Stampa
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