Trattare la demenza con la danza: i successi della Art Therapy

Dice una antica massima Sufi che ‘Dio ti rispetta quando lavori, ma ti ama quando danzi’. E forse è da questa primitiva intuizione che muovono le moderne teorie del ballo come terapia grazie alle quali Angelo e Carlo, come molti altri disabili intellettivi, riescono a riemergere dal buio delle loro sensazioni per approdare a una maggiore consapevolezza di sé e del mondo che li circonda.

Angelo e Carlo sono i protagonisti delle due emblematiche case histories su cui la psicologa bolognese Laura Neri ha centrato la sua relazione oggi a Pistoia al 7° Congresso sui Centri Diurni Alzheimer. Storie di straordinario significato perché dimostrano, una volta di più, che nell’universo delle demenze un approccio appropriato ha successo dove tutto il resto fallirebbe.

La dottoressa Neri è una specialista di Danza Movimento Terapia (Art Therapy Italiana) che pratica a beneficio dei pazienti della Usl di Bologna e di varie istituzioni convenzionate. Il metodo ha nobili ascendenze junghiane e, benché sia tutt’altro che inedito (i primi vagiti in Usa risalgono agli anni Quaranta), presenta sempre lati nuovi. Raffinandosi con l’uso, ha ormai una riconosciuta efficacia.

Per il terapeuta si tratta in sostanza, con o senza supporto musicale, di stabilire con il paziente un dialogo fiduciario fatto di soli movimenti (danza è un eufemismo) intesi come linguaggio delle emozioni. L’obiettivo è di portarle a livello cosciente in modo che, padroneggiandole, il paziente possa esprimerle senza angosce anche nel rapporto con gli altri. Per dirla con Cartesio, danzo ergo sum. E Angelo e Carlo sono appunto due dei molti che nella danza inseguono il proprio Io. La loro ballata inizia con la biografia.

Angelo, ricorda la psicologa, è un ex trovatello a lungo internato in vari manicomi. Di quel periodo si sa poco o nulla, ma è probabile che si sia prodotta in quegli ambienti la ‘debolezza mentale con epilessia’ che oggi traspare dalla sua perenne aria smarrita. Ha 64 anni, ma è stato vecchio anche in gioventù e sebbene da decenni viva in comunità e frequenti un Centro di Lavoro Protetto dell’associazione Opimm, il carattere schivo e silente ne fa un’anima solitaria. È buono, umile, perfino generoso, ma da quando ha perso alcune persone per lui importanti, mostra lati aggressivi, èfacile al pianto e capace di rabbie e violenze repentine.

Carlo di anni ne ha invece 46. È un soggetto Down di complessa gestione, tanto più a disagio dopo la morte della madre, che ha finito di destabilizzare un clima familiare già precario. Il padre, anziano e malato, non ce la fa più e il fratello è spaventato dall’idea di prendersi cura di entrambi. Per Carlo tutto ciò ha aggiunto squilibrio a squilibrio e lo ha reso più insicuro e aggressivo. Ha cercato di fuggire dal Centro di Lavoro Protetto, urla, offende, lancia oggetti contro le persone

“Con lui”, spiega la dottoressa Neri, “sono emerse coreografie in cui si grida, ci si rotola a terra, ci si arrampica o si usano semplici oggetti, tutti elementi che promuovono il senso di essere presenti, di esistere. Carlo ha
così acquisito un proprio vocabolario corporeo per canalizzare e orientare i suoi vissuti. Lentamente le pulsioni aggressive e distruttive sono state sostituite da una maggiore capacità espressiva e comunicativa. Adesso sta attraversando una fase di chiusura e ritiro: credo si stia concedendo una sana, importante fase depressiva legata sia al lutto della mamma che all’invecchiamento”.

Con Angelo ‘danzo ergo sum’ ha funzionato in modo più spontaneo e soft: “Fin da subito i suoi movimenti chiusi, minimali, flemmatici, hanno denunciato il trauma della separazione. Allargare le braccia, conquistare lo spazio intorno a sé gli è costato sforzi notevoli. Ma nell’arco di sei anni l’ho visto pian piano crescere in consapevolezza del proprio corpo e delle sue potenzialità in stretta relazione con i vissuti emotivi e i diversi aspetti della psiche”.

È sorprendente, dice Neri, osservare come oggi Angelo si attivi con piacere in queste esplorazioni e ne tragga particolare beneficio: “Ormai vive lo spazio della DMT come luogo sicuro e di benessere, un luogo dove può sentirsi più pienamente sé stesso. Oggi è più sereno”. La ballata continua.

Rete Alzheimer

Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), non potrebbe essere più chiaro: “Se le attuali 2502 strutture pubbliche e convenzionate per queste malattie fossero ben distribuite sul territorio l’Italia potrebbe rispondere in modo quasi soddisfacente alla domanda di assistenza delle centinaia di migliaia di pazienti e delle loro famiglie. Invece, in molte situazioni è mancata una regia, per cui ad aree sovraffollate corrispondono vuoti drammatici che emarginano i malati o li costringono a gravi disagi e spese”.

               Ma si può davvero realizzare una rete razionale ed efficiente, oggi che la crisi economica ha falcidiato le risorse? La risposta è sì e lo stesso Vanacore spiega come si può fare, grazie al Piano Nazionale delle Demenze, nella relazione che ha presentato oggi a Pistoia al 7° congresso italiano sui Centri Diurni Alzheimer, organizzato per la parte scientifica dall’Università di Firenze con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

            Quale sia oggi il quadro della situazione, a fronte di 1,2 milioni di malati, è facilmente intuibile dalla mappa delle strutture per le demenze che l’Istituto Superiore di Sanità ha in questi giorni pubblicato on line (www.iss.it/demenze) e che Vanacore ricorda con dovizia di particolari.

            In sé l’iniziativa è assai meritoria, giacché mette a disposizione del pubblico tutte le informazioni utili per ciascuna struttura. Ma la mappa porta allo scoperto anche problemi per nulla secondari. Ad esempio, per quanto riguarda i Centri Diurni Alzheimer (patologia che rappresenta il 60% di tutte le forme di demenza), le disparità tra nord e sud risaltano drammaticamente. Sul totale Italia di 578, laLombardia ne ha 289, Calabria e Basilicata zero assoluto, la Campania appena 5, la Sardegna 6. Eppure si tratta di servizi di assistenza qualificata ormai essenziali. Né altrove si sta troppo meglio e anche i 33 della celebrata sanità toscana sono lontani dal coprire il fabbisogno.

            Più equilibrata la rete dei 572 CDCD, i Centri Studi Cognitivi e Demenze (ex UVA, Unità di Valutazione Alzheimer): ai 70 lombardi corrispondono i 24 toscani e i 35 calabri e, almeno dai numeri, non sembrano emergere grandi scompensi geografici. Il guaio è che, trovandosi quasi tutti nei capoluoghi, in particolare nelle città universitarie, lasciano scoperti interi territori. È il risultato di un deficit di regia quando anni fa le Regioni ebbero il compito di istituire i CDCD.

            Si cita a confronto il metodo francese: quando a Parigi hanno varato il Plan National Maladies Neuro-Dégénératives, carta geografica alla mano hanno messo le nuove strutture dove mancavano e potenziato quelle carenti, costruendo così una rete nazionale capillare. Un criterio che il nostro sistema sanitario regionale, essendo di natura federale, ha seguito solo in parte.

            “Ma ormai abbiamo anche noi un piano nazionale analogo”, ricorda Vanacore, “E stato approvato un anno fa e le Regioni, titolari della sanità, hanno la piena possibilità di implementare e riequilibrare l’offerta di questi servizi. Del resto hanno collaborato al Piano e lo hanno approvato. Al momento sette l’hanno recepito: Toscana, Campania, Lazio, Marche, Liguria, Provincia Autonoma di Trento, Veneto. Delle altre si sta cercando di acquisire informazioni”.

            Il Piano fornisce essenzialmente le linee guida strategiche: oltre a completare e potenziare la rete in tutti i suoi aspetti diagnostici, terapeutici e di sostegno, suggerisce in particolare di creare unità operative integrate, di informare le famiglie, di monitorare costantemente il fenomeno.

            C’è che non pochi criticano la norma perché promette molto senza le risorse necessarie. “A queste proteste”, replica Vanacore, “rispondo che si può fare molto, anzi moltissimo, anche a costo zero. Ciò che dovrebbe essere potenziato è la regia e recepire significa anche essere disposti a cambiare. Mi pare che al fondo delle critiche ci sia solo un problema culturale, la paura del nuovo

Fonte: Ufficio Stampa

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