Il cardinal Betori in Senato per parlare di libertà religiosa

Giuseppe Betori

L’aggettivo “nuove”, che nel titolo di questa tavola rotonda accompagna l’espressione “dimensioni della libertà religiosa”, è evidente richiamo al fenomeno di globalizzazione sociale che caratterizza la vita degli uomini e dei popoli nel nostro tempo, globalizzazione esplicitamente evocata nel titolo dell’odierno Convegno. La globalizzazione costituisce il fattore prevalente di quello che Papa Francesco ama definire “cambiamento d’epoca”, per sottolineare che non siamo di fronte a trasformazioni che si verificano in un quadro sostanzialmente stabile, ma del cambio progressivo e radicale dei confini stessi del quadro della storia umana. Uno scenario da cui il Papa si preoccupa di togliere ogni fosca previsione di ineluttabile “fine della storia”, per assumerlo invece come un compito. Così si è espresso a Firenze il 10 novembre scorso: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli» (Discorso al 5° Convegno Ecclesiale nazionale, Cattedrale di S. Maria del Fiore, Firenze 10 novembre 2015).

Tali sfide assumono una gravità particolare per la convivenza civile nell’ambito della libertà religiosa, dove oggi non poche volte si affacciano tensioni drammatiche e cruente. Di qui l’opportunità di momenti di riflessione come questo, in cui la problematica della libertà religiosa, considerata nelle sue radici e nei suoi esiti, viene ricondotta nell’orizzonte dei diritti umani, del riconoscimento comune cioè di chi è la persona umana nella sua specificità e dignità, come patrimonio di ciascuno e di tutti.

Si tratta di un riferimento, questo, particolarmente vincolante per un credente, nella consapevolezza del cammino che la fede cattolica ha compiuto negli ultimi secoli su questo terreno. Non possiamo infatti dimenticare che il riconoscimento della libertà religiosa giunge alla coscienza di fede attraverso un processo di chiarificazione giunto alla meta nel Concilio Vaticano II, segnando una cesura rispetto a un quadro di riferimento rimasto stabile fino alla metà del Novecento; un capovolgimento di prospettiva, che per sommi capi, e quindi con molte ingiustizie, provo a riassumere così.

Il paradigma imperante su questo tema dall’era costantiniana al secolo scorso prevede che solo la verità abbia il diritto alla libertà; l’errore può soltanto essere tollerato, in forza della condizione di peccato in cui giace l’umanità.

L’affermazione che solo la verità poteva aver diritto alla libertà, doveva scendere a fare i conti con la realtà, e riconoscere uno spazio alla tolleranza, e ciò introduceva un doppio regime circa la libertà religiosa: uno (la “tesi”) da applicare dove i cattolici fossero maggioranza, l’altro (l’“ipotesi”) da applicare dove il cattolici fossero minoranza; il primo che contemplava diritti solo per la religione cattolica e tollerava gli altri culti, l’altro che chiedeva spazi per la religione cattolica al pari degli altri culti.

Sia detto per inciso, è curioso come ancor oggi, nel dibattito pubblico, la polemica anticattolica si attardi ad accusare la Chiesa di intolleranza, utilizzando una categoria che, come ora vedremo, è stata radicalmente superata dal pensiero cattolico. Insomma, i critici della Chiesa appaiono più vecchi del loro avversario, che nel frattempo ha acquisito un paradigma nuovo nel pensare le religioni e il loro ruolo nella società.

Il “nuovo” paradigma, introdotto dalla Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, àncora infatti il problema della libertà religiosa non alla verità o meno di questa o quella religione, bensì alla libertà dell’atto di fede come espressione della dignità della persona umana, su cui non si può esercitare alcuna costrizione, nel rispetto dell’inviolabilità della coscienza. Allargando poi l’orizzonte alla sfera sociale, dal momento che la persona ha un’irrinunciabile natura sociale, se ne deduce che lo Stato deve garantire e favorire l’esercizio pubblico della fede come sostegno alla realizzazione della persona e del bene comune.

Il passaggio dall’uno all’altro paradigma si fonda su una concezione del rapporto tra verità e libertà che ne esclude l’opposizione e ne implica invece il legame. L’accesso alla verità diventa espressione della dignità ovvero della libertà della persona, e questo è altro rispetto alla rivendicazione di una libertà contro la verità che sfocia nel relativismo. «La verità vi farà liberi» proclama il vangelo (Gv 8,32).

Introdurre i concetti di persona, di verità, di libertà significa collocare il dibattito sulla libertà religiosa su un piano razionale, che è terreno comune di ogni uomo e donna nel mondo; è ciò che ci fa umani, prima delle nostre differenze, incluse quelle religiose. In tal senso la libertà religiosa si colloca nel novero di quei diritti a cui ogni persona umana deve poter accedere e che deve essere aiutata e realizzare per sé e per gli altri. Di questi diritti la libertà religiosa, a sentire San Giovanni Paolo II, è «fonte e sintesi» (Centesimus annus, 47). Così lo chiarisce Benedetto XVI: «Il diritto alla libertà religiosa è radicato nella stessa dignità della persona umana, la cui natura trascendente non deve essere ignorata o trascurata. […] Senza il riconoscimento del proprio essere spirituale, senza l’apertura al trascendente, la persona umana si ripiega su se stessa, non riesce a trovare risposte agli interrogativi del suo cuore circa il senso della vita e a conquistare valori e principi etici duraturi, e non riesce nemmeno a sperimentare un’autentica libertà e a sviluppare una società giusta. […] Quando la libertà religiosa è riconosciuta, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice, e si rafforzano l’ethos e le istituzioni dei popoli. Viceversa, quando la libertà religiosa è negata, quando si tenta di impedire di professare la propria religione o la propria fede e di vivere conformemente ad esse, si offende la dignità umana e, insieme, si minacciano la giustizia e la pace, le quali si fondano su quel retto ordine sociale costruito alla luce del Sommo Vero e Sommo Bene» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011, nn. 2 e 5). La libertà dell’uomo nella ricerca della verità, che è ciò che lo fa propriamente umano, implica e si nutre della ricerca della verità come fattore trascendente, e quindi della sua espressione anche religiosa. Ne deriva per lo Stato un ruolo nuovo e impegnativo: l’abbandono di una funzione egemonica in ambito religioso e l’approdo a una funzione sussidiaria ma neppure indifferente. Né supporto né negatore della religione, ma garante della sua libertà.

Come questo orizzonte incroci l’attuale situazione, con i suoi scenari di tensioni e conflitti, ci viene insegnato da Papa Francesco. Il magistero del Santo Padre offre preziosi spunti di riflessione sulla libertà religiosa quale via per la pace e per il rispetto della dignità e dei diritti umani. Da questo punto di vista occorre, per evitare di incorrere nell’equivoco di richiamare la libertà religiosa solo di fronte a fenomeni di persecuzione, distinguere tra i casi di violazione della libertà religiosa in Occidente e le violenze e persecuzioni dei cristiani nei Paesi islamici o là dove l’islamismo intollerante vorrebbe imporre il proprio dominio. Si tratta di mettere a fuoco certamente un’unica urgenza, ma distinguendo tra quelle che sono le violazioni dei diritti umani più elementari e le minacce più o meno implicite collegate alla pretesa di relegare il credo religioso al puro ambito della sfera privata.

Nel nostro Occidente appaiono ricorrenti i tentativi di ricacciare la libertà religiosa nella sfera privata, in nome di un confuso egualitarismo e di una malintesa neutralità che vorrebbe bandire o emarginare ogni traccia dell’esperienza religiosa dal discorso pubblico. Durante la visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha messo in chiaro come minimizzare o emarginare il ruolo della fede nelle società non può essere la risposta ai problemi attuali, perché «le nostre diverse tradizioni religiose servono la società anzitutto mediante il messaggio che proclamano. […] Ci richiamano la dimensione trascendente dell’esistenza umana e la nostra irriducibile libertà di fronte ad ogni pretesa di qualsiasi potere assoluto. […] Le nostre ricche tradizioni religiose cercano di offrire significato e direzione, “posseggono una forza motivante che apre sempre nuovi orizzonti, stimola il pensiero, allarga la mente e la sensibilità” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 256). […] Le nostre tradizioni religiose ci ricordano che, come esseri umani, noi siamo chiamati a riconoscere l’altro/l’Altro che rivela la nostra identità relazionale di fronte ad ogni tentativo di instaurare una “uniformità che l’egoismo del forte, il conformismo del debole, o l’ideologia dell’utopista potrebbero cercare di imporci” (M. de Certeau)» (Discorso all’Incontro per la libertà religiosa con la comunità ispanica e altri immigrati, Indipendence Mall, Philadelphia, 26 settembre 2015).

Di fronte poi ai minacciosi scenari di conflitti che si ammantano di ragioni religiose, il Papa invita a recuperare una effettiva e leale capacità di dialogo, come ha fatto in occasione dell’incontro con i leaders di altre religioni svoltosi a Tirana il 21 settembre 2014: «Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano. Da questo punto di vista, la libertà religiosa non è un diritto che possa essere garantito unicamente dal sistema legislativo vigente, che pure è necessario: essa è uno spazio comune, un ambiente di rispetto e collaborazione che va costruito con la partecipazione di tutti, anche di coloro che non hanno alcuna convinzione religiosa» (Discorso all’incontro con i leaders di altre religioni e altre denominazioni cristiane, Università Cattolica, Tirana, 21 settembre 2014).

Infine, vorrei offrire un’ultima riflessione a riguardo del fatto che l’esperienza religiosa non è un dato astratto ma una storia concreta di volti diversi di religioni diverse. Ciò significa che lo spazio della libertà religiosa è anche uno spazio di riconoscimento della storia di ciascuna religione in rapporto alla storia dei popoli. Non c’è vera libertà dove non c’è questa considerazione specifica del rapporto tra ciascuna religione e la convivenza civile di un popolo. Non farebbe bene alla mia Firenze se l’Italia non riconoscesse il peculiare legame che essa ha con la presenza del cattolicesimo, che ne ha disegnato tratti irrinunciabili del volto esteriore e di quello interiore, delle coscienze e dei costumi. Questo rende ancora attuale la connessione e l’integrazione tra art. 7 e art. 8 della nostra Carta costituzionale, in un quadro giuridico che, se deve superare le disposizioni circa i culti ammessi, deve però mantenere saldo il legame con una tradizione religiosa che, nel suo affermarsi come anche nel suo essere avversata, è parte integrante della coscienza nazionale. Su questo versante dell’identità si gioca non poco del futuro dell’interazione in un mondo globalizzato.

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