
Al presidente del Consiglio diciamo che il suo “basta con le polemiche” dovrebbe rivolgerlo a se stesso, perché dovrebbe lui evitare di non alimentarle con la sua ignoranza delle regole costituzionali.
Infatti, affermare che “gli sconfitti sono quei pochi, pochissimi consiglieri regionali e qualche presidente di Regione che ha voluto cavalcare un referendum per esigenze personali politiche” non ha alcun senso istituzionale, perché questi ultimi hanno solo esercitato un diritto costituzionale a loro riconosciuto ed esercitare un diritto non è mai una sconfitta. Che poi nel referendum proposto da 9 regioni, ammesso dalla Corte di Cassazione e dichiarato legittimo dalla Corte Costituzionale, vi sia qualcosa di personale, solo un provocatore lo può sostenere.
I veri vincitori del referendum sono, in realtà, le compagnie petrolifere le cui concessioni non scadranno più e potranno così continuare la loro attività estrattiva alle vigenti condizioni di favore: in Italia le società petrolifere pagano solo il 10% di royalties allo Stato, contro tassazioni sugli utili dei petrolieri all’80% chieste dalla Norvegia che abbonda di petrolio, e hanno diritto a franchigie perché non versano nulla se estraggono meno di 20mila tonnellate su terra e meno di 50mila in mare.
Non avere più un termine nella concessione di estrazione, in violazione della direttiva europea direttiva 94/22/CE, significa che le stesse compagnie potranno estrarre poco per molto tempo, in modo da stare nella fascia di esenzione dalle royalties, senza nulla dover pagare alle casse pubbliche e potranno rinviare a loro piacimento i rilevanti costi per smantellare gli impianti di trivellazione conseguenti all’esaurimento del giacimento.
Sconfitte sono, invece, le casse dello Stato, non solo perché si lascia alle compagnie di decidere se superare o meno i limiti di estrazione senza royalties, ma anche perché questo referendum è costato trecento milioni. Dice il premier: “Trecento milioni buttati, potevamo comprare 350 carrozze per il trasporto pendolare”, dimenticando che l’unico responsabile di questo sperpero è il premier stesso che si è rifiutato di accorpare il referendum alle amministrative del prossimo Giugno, la qual cosa consentiva di risparmiare buona parte di quei soldi, ma ciò avrebbe comportato anche il rischio del raggiungimento del quorum, contro il quale Renzi si è tanto operato per vanificare il voto di quegli italiani che considerano ancora il voto un esercizio di democrazia.
Non faccia, quindi, il premier demagogia tirando in ballo i pendolari e i lavoratori del comparto petrolifero, ma si assuma la responsabilità del regalo fatto agli amici del suo ex ministro Guidi, contro il quale si sono espressi 13.334.754 di cittadini che hanno votato sì al referendum.
Fonte: SeL Arezzo - Ufficio Stampa
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