
"All’interno del Partito Democratico molti lamentano un appannamento del ruolo del PD nel delineare la politica a tutti i livelli di governo.
Gli esempi che corroborano questa tesi sono tanti: la difficoltà di trovare canditati autorevoli per le prossime amministrative oscillando tra le vecchie glorie e candidati del tutto estranei “recinto”; oppure la constatazione del generale crollo degli iscritti così come quello del numero dei votanti alle ultime elezioni regionali. Tutte cose vere ed inoppugnabili la cui causa è da ricondursi, ad avviso di molti, alla attuale gestione del partito. In realtà l’attuale condizione del partito, e dei partiti in generale, non è fenomeno recente ma affonda piuttosto le radici già nel secolo scorso.
Nell’89 si arrivò a dire che la politica era finita col definitivo fallimento dell’ Unione Sovietica e del suo modello di sviluppo e qualche anno dopo i partiti italiani, protagonisti e collettori di consenso nel dopoguerra, videro la loro Caporetto sotto i magli di “mani pulite”. Tutto questo contribuì ad aprire la strada ad un nuovo modo di concepire le modalità con le quali la cosa pubblica dovesse essere gestita.
Ora, se i partiti di massa non erano più gli interpreti di una visione del mondo, non erano in grado cioè di immaginare autorevolmente un futuro possibile, chi o che cosa avrebbe potuto rappresentare quella necessaria tensione al bene comune?
Da questo, anche se non solo, prese le mosse quel fenomeno sociologico, prima che politico, che risponde al termine di “disintermediazione” che ebbe la sua prima declinazione nelle elezioni comunali delle grandi città. Perché lasciare ai partiti il compito di decidere durante fumose riunioni i futuri sindaci? Facciamoli eleggere direttamente dai cittadini! Da allora, cominciò la corsa a personalizzare le liste da parte dei candidati, con la malcelata intenzione, una volta eletti, di utilizzarle come un elemento che preservava il sindaco da un pericoloso abbraccio del partito di cui, in qualche modo, continuava ad essere espressione. Quanto è successo in molte parti d’ Italia, è stato un fenomeno da noi, in Toscana, non interamente sperimentato perché il PCI-PDS-DS ha mantenuto per molto tempo ancora quella presenza sul territorio che altrove altri partiti, sotto i colpi di tangentopoli, avevano perduto. Era già allora comunque evidente una tendenza, e cioè che il sindaco lo si sceglie in base al grado di affidabilità che esprime a prescindere dalla bandiera che impugna. Le bandiere vengono dopo e gli stessi candidati col passar del tempo sono sempre stati più restii ad impugnarle nel tentativo di risultare più trasversali possibile e quindi vincenti.
Quel fenomeno che ha visto i suoi albori con le lezioni comunali si è poi allargato anche a livello nazionale con le politiche del 94 allorquando i cittadini per la prima volta andarono alle elezioni politiche convinti che il capo della coalizione vincente sarebbe divenuto automaticamente Presidente del Consiglio. E così avvenne. Molti ancora rimproverano Scalfaro, all’indomani della caduta di Berlusconi, di non aver rimandato il paese alle urne, dimenticando peraltro che il compito di ricercare una nuova maggioranza in parlamento è precipuo dovere di ogni Presidente della Repubblica che abbia a cuore il rispetto del dettato della nostra Costituzione. Questo dimostra però che nell’immaginario collettivo qualcosa era profondamente ed irreversibilmente mutato: l’aspetto leaderistico, personalistico, della politica stava prendendo anche da noi il sopravvento.
Tale tendenza non è peculiare soltanto del nostro paese, segna piuttosto la cifra di ciò che sta succedendo anche in altre realtà europee dove a far premio non sono tanto le posizioni dei singoli partiti del ‘900 sempre più in crisi di identità quanto piuttosto la forza leaderistica dell’aspirante premier. Se così non fosse non potremmo spiegarci il successo di Tsipras all’indomani dell’inversione ad U tenuta nei confronti della politica europea sul debito greco o la recentissima affermazione di Podemos in Spagna guidato dall’ istrionico Pablo Iglesias. L’elenco potrebbe continuare ancora passando dall’Ungheria alla Polonia dalla Gran Bretagna alla Repubblica Ceca dove movimenti recentissimi vengono portati ai successi elettorali per le “virtù” dei loro leaders.
Non mancano i nostalgici che ricordano i bei tempi andati rischiando così di deformare quella che è stata l’effettiva realtà: l’allora dirompente proposta del Compromesso Storico lanciata negli anni 70 non è stato il risultato di un processo decisionale nato dal basso quanto piuttosto la scelta di Berlinguer, direi frutto di un convincimento maturato nei caminetti della politica, che deteneva saldamente la leadership del partito. Molti meno ricordano quando Fanfani, nella Democrazia Cristiana, partito più apertamente frammentato, commissariò il Movimento giovanile della DC dimissionando i suoi dirigenti. Anche questa scelta non nacque da alcuna tesi congressuale, né fu il frutto di estenuanti mediazioni. Tutto questo per dire che le leadership sono sempre esistite anche quando i partiti erano qualcosa di molto più sentito e solido di adesso.
Alle formazioni politiche allora si aderiva perché offrivano visioni ed interpretazioni del mondo ma nello stesso tempo queste venivano utilizzate per veicolare il nuovo verbo della dirigenza con un processo che scaturiva dall’alto, utilizzando l’attaccamento della militanza al partito che aderiva per “convinzione”. D’altra parte si deve riconoscere che i vertici non venivano da marte ma erano il risultato di una selezione che il partito operava al suo interno al termine di una formazione politica impartita attraverso le proprie scuole che erano vere e proprie istituzioni, dove l’arte della politica aveva la dignità di scienza ed i fenomeni sociali e culturali venivano analizzati al fine di fornire valide chiavi di lettura per interpretare la realtà.
Tutto questo appartiene al passato, non esiste più. Adesso l’unica formazione che si richiama al partito è quella del PD, le altre hanno eliminato addirittura il termine dal loro logo diventando nella maggior parte dei casi meri strumenti in mano ai leader di turno destinate a crescere ed a morire con loro. Destinate come sono a fare mera cassa di risonanza alle tesi del capo.
In tale contesto emergono leader che appartengono alle categoria dei demagoghi che si contrappongono a quella dei pedagoghi. Riporto qui un brano di Daniel Pennac ripreso dalla sua lectio magistralis all’università di Bologna tenuta in occasione del conferimento della Laurea honoris causa che riesce a definirli magistralmente per differenza. “ Il demagogo, invece approfitta del sentimento di solitudine suscitato dai nostri fallimenti, dalle nostre carenze, dalle nostre frustrazioni, dalle nostre pene, dalle nostre paure e dal nostro risentimento. Sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, il pettegolezzo all’evidenza dei fatti, le convinzioni cieche ai dubbi illuminati, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile a una pedagogia misurata, e soprattutto, soprattutto, addita il colpevole ponendosi come il vendicatore inviato dalla provvidenza….è il pifferaio che ci strappa alla nostra solitudine e noi siamo bambini perduti che lo seguono in massa verso il fiume dove affogheranno”.
Allora ecco la domanda: se tutto questo corrisponde alla realtà c’è ancora spazio per quelle associazioni chiamate partiti nella nostra società? La risposta non è scontata. Un partito senza leadership non è mai esistito ma il rischio che si sviluppino leadership senza strutture di riferimento è già divenuto realtà.
Nessun nostalgico si illuda che la storia possa tornare indietro. I partiti che offrivano visioni del mondo alle quali si aderiva talvolta quasi fideisticamente sono ormai svaniti. Adesso ci avviciniamo ai programmi (quando ci sono) per “convenienza” e non per “convinzione” generando elettorati volubili e basi instabili. Le categorie di “destra” e “sinistra” continuano ad essere utilizzate dagli addetti ai lavori sapendo, loro per primi, che quelle parole stanno perdendo il significato che avevano un tempo. Tutto sta divenendo più sfuggente. In questo quadro pensare alla forma partito del XXI secolo diventa alquanto difficile.
Ma, volendo sfuggire ad ogni velleitarismo, un percorso seppur stretto ed in salita è ancora praticabile. Un partito che voglia continuare a concorrere a determinare la politica nazionale, come recita l’art 49 della nostra costituzione, deve perseguire essenzialmente due finalità. La prima è quella di rappresentare un luogo di discussione tra i cittadini che vogliano misurarsi sulle grandi e piccole questioni che animano il nostro tempo. La seconda finalità è quella di sviluppare centri di formazione che educhino alla politica ed all’agire politico diventando per ciò stesso baluardo contro ogni demagogia. Che i nostri circoli siano luoghi aperti ed includenti per momenti di riflessione discussione e proposta sui piccoli e grandi temi. La moderna tecnologia ci consente di essere più interattivi. Sarebbe giunto il momento di metterla al servizio di una maggiori scambi tra la base ed il vertice".
Francesco Betti, ex vicesindaco di Certaldo
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