Riforma penitenziaria, Corleone: "I diritti hanno valore nei momenti difficili"

Franco Corleone (foto gonews.it)

Esiste un pericolo che deve essere governato. Nel complesso dibattito sulla riforma penitenziaria italiana, si inserisce la riflessione del Garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, lanciata nel corso della tre giorni in programma a Firenze. “Viviamo il rischio di un ritorno alla tolleranza zero. Il ritorno a misure coercitive e di richiusura del carcere da un lato e la riflessione abolizionista, affrontata da voci autorevoli come quelle di Gherardo Colombo, Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky, dall’altro”. Nella seconda giornata di lavori ospitati in Consiglio regionale, i mutamenti della pena, l’efficacia del carcere, le misure alternative alla detenzione sono state al centro di una tavola rotonda dalla quale è emerso il “fallimento del carcere”. “Appena l’anno scorso – ha ricordato Corleone in apertura del dibattito – organizzammo un convegno su questo tema e presentammo il manifesto ‘No Prison’ di Massimo Pavarini. Oggi sono convinto che il contrasto a pulsioni pericolose passa attraverso un fruttuoso confronto su abolizione dell’ergastolo ostativo, chiusura dei manicomi criminali e riduzione al minimo della pena detentiva femminile” ha detto ricordando che lo “stato di diritto e i diritti hanno valore nei momenti difficili”.

Ai lavori del convegno che tenta di “mettere punti fermi sui possibili cambiamenti” e che potrà essere un “patrimonio di riflessione da consegnare, in questo momento storico, al dibattito culturale e politico”, ha osservato il presidente del Tribunale di sorveglianza di Messina, Nicola Mazzamuto, c’è stato spazio anche per parlare di terrorismo e di momenti drammatici che travalicano ogni confine. “Sono convinto – ha detto Mazzamuto – che l’arma migliore per combattere la violenza islamica e in generale ogni forma di terrorismo, sia usare il rigore filologico”. “Non dobbiamo abbassare il livello di garanzie né fare la faccia feroce” ha sottolineato riferendosi, tra l’altro, all’intenzione della Francia di ridurre le garanzie costituzionali europee.

Il magistrato di sorveglianza di Padova, Michele Bortolato, ha aperto la sessione dedicata alle riforme della penalità osservando come il “tema del profilo sanzionatorio sia strettamente legato a quello del sistema della legittimità e della compatibilità con la costituzione dell’intero sistema penitenziario italiano”. “Io credo che il difetto genetico della grande riforma del 1975 sia stato la frattura tra il profilo sanzionatorio, il codice penale e l’ordinamento penitenziario. Il carcere deve sempre avere come cornice la Costituzione”. “Nel punire – ha continuato - c’è l’essenza dello Stato. La pena, per quanto mite ed utile, è sempre un problema complesso. Ancora di più oggi che ci siamo accorti che non esiste un carcere capace di limitare la sofferenza umana allo stretto indispensabile. La prigione è diventata il luogo della violazione dei diritti”.

Il problema della penalità, anche alla luce di sentenze della Corte di Strasburgo che hanno avuto il merito di accendere i riflettori sulla situazione italiana, ha fatto nascere dubbi che “non abbia mai capacità riparativa nei confronti della vittima”. Da qui le domande filo conduttore della tavola rotonda: chi, come, quando, quanto e perché punire, cui ha tentato di rispondere Luigi Ferrajoli, professore ordinario di filosofia del diritto all’Università di Roma. “Si è puniti per i fatti, non per ciò che siamo. Occorre insistere sul principio della pari dignità sociale e sul principio di uguaglianza e procedere sulla strada maestra per un abbassamento della durata massima della pena”. “Qualunque discussione razionale sul perché punire, come punire, quanto e quando deve muoversi da una distinzione radicale tra pena e carcere” ha continuato. “La prima è una garanzia e una seconda violenza istituzionalizzata che si aggiunge a quella del diritto. Garanzie penali e processuali sono tecniche di minimizzazione, condizioni in assenza delle quali non è giustificato punire”. “Altra cosa è il carcere, storicamente un tipo di pena alternativo a misure orrende come la tortura, fondato sul principio di privazione di un tempo di libertà personale e non di altri diritti, primo fra tutti l’identità personale”. Secondo Ferrajoli se è “provocatorio sostenere l’abolizione del carcere, è pur vero che alternative esistono. Pene riduttive della libertà personale quali l’affidamento in prova, la detenzione di fine settimana, la sorveglianza speciale, gli arresti domiciliari”. Pene alternative che dovrebbero, sempre secondo il professore, marciare di pari passo ad una “previsione del carcere solo per i reati più gravi e comunque con una riduzione della sua durata massima”.

Il convegno, voluto dal coordinamento magistrati di sorveglianza e realizzato in collaborazione con il Garante regionale, la Fondazione Giovanni Michelucci, il dipartimento di scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Firenze e le associazioni ‘L’Altro diritto’ e ‘La Società della Ragione’, proseguirà nel pomeriggio. Al centro del dibattito gli ospedali psichiatrici giudiziari, ancora drammaticamente aperti e in attesa che le Regioni diano forma, nella maggior parte dei casi, alle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

Emilio Santoro, professore ordinario di filosofia del diritto all’Università di Firenze, presiederà i lavori della tavola rotonda. Prevista la partecipazione del sottosegretario di Stato al ministero della salute, Vito De Filippo, cui sono affidate le conclusioni.

Il programma del convegno: http://www.consiglio.regione.toscana.it/oi/default.aspx?t=2604&idc=42&nome=GDETENUTI&id=2604

 

 

Fonte: Toscana Consiglio Regionale

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