
Appuntamento molto particolare questa settimana per la rubrica di gonews.it ‘Toscani in Giro’. La storia di Luca Piantadosi, 27 anni, empolese, è infatti un po’ diversa dalle molte raccontate fino ad oggi.
Luca, dopo il diploma al liceo scientifico il Pontormo di Empoli, ha iniziato a lavorare alla piscina comunale facendo l’istruttore di pallanuoto, sport che ha sempre praticato con passione.
Sembrava tutto scritto, mentre invece qualcosa è cambiato e Luca ha deciso di iniziare il suo lungo cammino in giro per il mondo, partendo all’inizio un po’ per gioco. Qui la sua intervista con gli aneddoti e le impressioni di un ‘giramondo’ di professione.
- Il nuoto e la piscina erano una tua passione. Quindi possiamo dire che avevi un lavoro in qualche modo soddisfacente. Perché lo hai lasciato?
Il lavoro in piscina mi piaceva un sacco, allenare le giovanili della Pallanuoto era un lavoro che mi appassionava, è vero, però era l’Estate 2010 ed io stavo lasciato Empoli con l’idea di lavorare 4 mesi a Jesolo, non di stare via quasi 6 anni (per ora 6). L’idea di un’esperienza come animatore turistico mi aveva sempre attirato, e quando ho avuto la possibilià l’ho presa al volo, anche se all’inizio non volevo lasciare Empoli e, soprattutto, il lavoro come allenatore e i ragazzi che allenavo.
- E poi cos’è successo?
E’ successo che il lavoro come animatore mi è piaciuto, e mi era stata offerta la possibilità di andare a lavorare 6 mesi in Egitto (a Sharm) in un villaggio internazionale. Però il mio inglese era abbastanza scarso, per cui mi son dovuto accontentare “solo” di 5 settimane a Marsa Alam, che mi hanno lasciato con una voglia ancora maggiore di continuare a fare quel lavoro. E per questo Dublino, con l’idea di passare lì qualche mese, migliorare un po’ l’inglese ed essere pronto per tornare a lavorare con l’animazione per l’estate.
- Ed a Dublino come è andata?
L’esperienza a Dublino è stata stupenda, all’inizio vivevo in casa di una famiglia irlandese e andavo a scuola di inglese. Ovviamente all’inizio un po’ di difficoltà nel parlare con la famiglia e nell’andare in giro ci sono state, però, piano piano, ci si abitua a tutto.
Poi sono andato a vivere in un appartamento con altri ragazzi ed ho iniziato a lavorare come lavapiatti. Mi piaceva stare in una città internazionale e multiculturale, ed avere amici che venivano da diverse parti del mondo.
Poi ho avuto la fortuna di trovare lavoro in un call center (non che sia una fortuna lavorare in un call center, in realtà, però, contratto di 11 mesi e un bello stipendio. Qualche giorno prima di quando avrei dovuto firmare il contratto ricevetti un pre-contratto di lavoro dall’agenzia di animazione per andare a lavorare l’estate in Grecia (che era quello che inizialmente avevo chiesto), oppure per tornare a Jesolo se avessi voluto. Però alla fine ho optato per restare in Irlanda...nonostante il clima!
- Perché con un buon lavoro hai deciso di prendere un biglietto sola andata per il Sud America? Cosa ‘rincorrevi’?
A Dublino mi fu offerto il contratto a tempo indeterminato, però il giorno dopo che aver ricevuto questa offerta prenotai un volo solo andata per il Brasile. Perchè? Volevo essere sicuro che non avrei avuto ripensamenti, e, per ora, posso dire che è stata la scelta migliore che avessi potuto fare. Non so se stavo rincorrendo qualcosa o scappando da qualcos’altro. A Dublino stavo bene, così come stavo bene ad Empoli quando decisi di partire.
Probabilmente è proprio questo il trucco: partire sapendo che se le cose non dovessero andare bene si ha sempre la possibilità di tornare in un posto che ci piace, senza avere il rimorso di non averci provato.
Credo che lasciarsi quasi guidare dagli eventi faccia vivere le esperienze in modo migliore, più rilassato e in maniera più serena piuttosto che vivere scappando da qualcosa e avere come una pressione addosso del tipo “se parto e poi non mi trovo bene che faccio, che a casa non ci voglio tornare?”. Avevo il sogno del Sud America da quando avevo 14 anni, però l’avevo sempre visto come una destinazone lontana e mai avrei pensato di andarci. Fino a che a Dublino feci amicizia con tantissimi ragazzi sudamericani, e pensai “se loro son venuti fin qui, io posso andare là, non deve essere così difficile”.
- Le esperienze che hai fatto in Sud America sono migliaia. C’è qualcosa che le accomuna? Hai trovato quello che cercavi? Hai rimesso in discussione il nostro modo di vivere?
In Sud America ho vissuto migliaia di situazioni diverse e di qualunque tipo. E’ difficile trovare un qualcosa che le accomuni tutte. Son stato in posti “di lusso”, bevendo champagne e mangiando aragoste (cosa rarissima in realtà, sarà successa 1-2 volte) così come mi è capitato di dormire nelle stazioni dell’Autobus (cosa che è successa molto più spesso) in Bolivia o in Paraguay, per esempio, o la notte passata dormendo nella tenda che avevo montato sotto il rimorchio del camion che mi aveva dato un passaggio mentre facevo autostop in una stazione di servizio lungo un’autostrada brasiliana.
O ancora le 2 settimane passate dormendo su un’amaca su alcune barche merci per attraversare l’Amazzonia, navigando il Rio delle Amazzoni e poi altri affluenti da Manaos (Brasile) fino a Yurimagua (Perù) per poi arrivare in Ecuador.
Così come è stato strano trovarsi a Rio de Janeiro dirante la finale dei mondiali e 2 settimane dopo essere in un piccolo paesino nel sud dell’Amazzonia (Poxoreo) lavorando come volontario per un’associazione che, tra le alte cose, si occupa di aiutare bambini con famiglie disagiate, per esempio.
All’inizio l’ho vissuta molto più da turista, da backpacker (o mochilero), ero appena arrivato dall’Europa e a Dublino avevo messo i soldi da parte per poter stare 5-6 mesi viaggiando senza lavorare, facendo attenzione alle spese.
Poi piano piano ho iniziato ad entrare più in contatto con le persone del posto, iniziavo ad avere meno problemi con la lingua, a lavorare, a viaggiare in auto stop, a fare amicizia con le persone dei posti dove andavo, e non solo con altri turisti, e a conoscere meglio la realtà dei luoghi dove mi trovavo. Potrei raccontarti milioni di aneddoti.
Sicuramente sono esperienze tutte diverse tra loro, e non so se c’è qualcosa che le accomuni. Probabilmente si possono dividere le esperienze in vari gruppi: quelle più a livello “sociale”, dove ho potuto scoprire la realtà sudamericana per quello che è, parlando con la gente più umile, andando a dormire ospite di famiglie che vivono senza acqua corrente e senza luce elettrica, parlare con i minatori di Potosì e poter visitare la miniera e vedere le condizioni in cui lavorano (da quel momento non mi sono (quasi) mai più lamentato di qualunque lavoro abbia dovuto fare).
Poi ci sono le esperienze più di livello “paesaggistico”. L’ alba a Machu Picchu, le nottate passate accampando nei parchi nazionali del Paraguay, della Patagonia, con fiumi con acqua potabile ed un cielo incredibilmente stellato, la notte passata da solo in un bosco, con la tenda, in Ecuador a 4000 m, i trekking in montagna e le spiagge del Brasile e di Cuba.
Attraversare l’Amazzonia in barca, vedere l’alba dalla cima del Cotopaxi a 5900, dopo aver fatto lo sforzo fisico più grande della mia vita.
O l’aver dovuto tirare un autobus con le corde perché rimasto impantanato nel fango lungo “l’autostrada”, o viaggi di 24 ore per fare 450 Km (immaginate il comfort!)
Poi ci sono le 2 settimane che ho passato con stampelle e collare dopo un incidente di autobus in Patagonia, quando mi svegliai a “testa in giù”, con un piede sanguinante e con l’autobus ribaltato.
Sicuramente quello che mi ha lasciato il Sud America è l’essermi reso conto che molte cose che prima consideravo indispensabili sono in realtà “un lusso”.
- Perché hai lasciato il Sud America per l’Australia? E’ più ‘occidentale’ come vita?
In realtà ancora non so perchè ho lasciato il Sud America per l’Australia. Non c’è una ragione precisa. Un po’, sicuramente, era la voglia di continuare a girare e a conoscere posti diversi. Mi piace l’idea di aver lasciato l’Europa andando verso Ovest e tornare da Est, “completando il giro”. Quando tornerò in Italia mi piacerebbe farlo il più possibile via terra, viaggiando un po’ per alcuni paesi dell’Asia per arrivare a Pechino e prendere la Transiberiana, fino a Mosca.
E poi perchè cercavo un posto con un po’ più stabilità economica, per lo meno per un periodo, se riesco a mettere da parte qualcosa non è escluso che ritorni in Sud America, chissà. O magari in Italia. L’Australia è molto più simile al modello nord europeo, senza dubbio. Però l’acccoglienza e il calore dell’America Latina son difficili da trovare in altri posti. E’ un paese stupendo in cui si vive bene, e per questo sto facendo il lavoro nelle famose farm per poter rinnovare il visto e restare un anno in più, però per adesso non mi convince a pieno. O , semplicemente, non sono ancora stato nei posti giusti, il paese è grande e meraviglioso, serve tempo per girarlo.
- Hai mantenuto contatti con l’Italia? Come la vedi vista dall’estero?
In realtà non molto, purtroppo. All’inizio un po’ di più, poi da quando sono andato in sud America sempre meno. Anche perchè il primo anno di viaggio l’ho fatto senza cellulare. E’ che di solito, quando viaggio, cerco di farmi prendere al 100% dalla situazione che sto vivendo, dal posto in cui mi trovo, e per questo ho lasciato un po’ indietro i rapporti con l’Italia.
Ovviamente continuo a sentirmi con la mia famiglia ed alcuni amici quando ne ho la possibilità, però non quotidianamente. L’Italia all’estero non ha un’ottima reputazione purtroppo, come sapete. Anche se noi italiani siamo ben visti e ben accolti più o meno ovunque.
- Cosa ne pensi del ‘mitizzare’ l’estero? Hai visto solo aspetti positive?
Penso che su molte cose a noi italiani piaccia lamentarci e credere che altrove sia sempre tutto più bello. Sicuramente ci sono cose che in altri paesi funzionano meglio, questo senza dubbio, però anche altre che funzionano peggio, fidatevi. E’ vero che paragonando gli stipendi italiani con quelli nordeuropei o australiani viene voglia di partire subito, però, per esempio, nel paesino dove mi trovo ora c’è solo un piccolo ospedale che copre le necessità basilari, e chiamare un’ambulanza, se non si ha un’assicurazione privata, costa costa circa 1000 Euro. Questo per fortuna in Italia non succede. Poi però c’è anche un altro tipo di estero, dove per esempio ti pagano $15 per un’intera giornata di lavoro (11 ore). E vi assicuro che non è piacevole
Preferirei piuttosto un “modello” intermedio, come quello di alcuni paesi sudamericani, come l’Argentina per esempio, dove sanità ed istruzione (università compresa) sono completamente gratuite per tutti, anche per gli stranieri.
- Ti fermerai prima o poi? Cosa ti servirebbe per fermarti?
Prima o poi credo proprio di si. Non so dove e quando perchè non ne ho idea, però un giorno credo che mi fermerò. Mi sarebbe piaciuto stare un po’ di più in Brasile, però era difficile conseguire il visto, e son stato molto vicino a fermarmi in Argentina (ci ho vissuto un anno e mezzo), mi ero già informato su cosa avrei dovuto fare per ottenere i visti per rimanere a lungo termine ed il permesso di soggiorno. Poi alla fine ho cambiato idea, c’era ancora tutta la parte est del planisfero che mi chiamava (anche se io ho sempre continuato ad andare verso Ovest, però per fortuna il mondo è tondo), e così son ripartito. Mi son reso conto che sentivo che ancora non era arrivato il momento di fermarmi. La mia idea, per ora, è di tornare in Italia (con la transiberiana, ovviamente) finito il primo anno di visto qui in Australia, dato che è già qualche anno che non torno, passare lì l’estate e poi tornare qui per fare il secondo anno e, probabilmente, anche un anno in Nuova Zelanda, visto che molte persone me ne hanno parlato benissimo. E poi vedremo, però per lo meno per un paio d’anni ancora dovrei restare da queste parti. Sempre se viaggiando l’Asia non trovo un posto che mi faccia innamorare e resto lì!










