Unity in Diversity, Nardella apre il forum che coinvolge 60 paesi: gli interventi delle sessioni a tema pace, cultura e fratellanza

Si è aperto oggi con il saluto del sindaco Dario Nardella ‘Unity in diversity’, l’evento voluto dal primo cittadino a sessant’anni precisi dalla conferenza organizzata nel 1955, nel pieno della Guerra fredda, dall’ex sindaco ‘santo’, primo esempio di ‘Glocal forum’ al mondo.

Il forum, che andrà avanti fino a domenica, vedrà a Firenze 80 sindaci da 60 Paesi del mondo, soprattutto da zone di guerra, da Herat in Afghanistan a Nazareth, da Kobane in Siria a Baghdad, da Tunisi a Mogadiscio a Juba, da municipalità della Palestina a quelle degli stati balcanici, per confrontarsi sui temi della pace, della cultura, della fratellanza tra popoli. Assieme a loro interverranno premi Nobel e personalità internazionali, tra le quali anche la principessa Haya Bint Al Hussein di Giordania, ambasciatrice di pace dell’Onu e moglie del primo ministro degli Emirati Arabi, che è intervenuta stamani nel Salone dei Cinquecento.

Di seguito l’intervento completo del sindaco Dario Nardella:

“Il 5 novembre 1966, 49 anni fa, Firenze si risvegliò ferita a morte. Non fu una guerra ma qualcosa di molto simile: una catastrofe naturale. L’alluvione mise in ginocchio la città. I fiorentini, però, seppero rialzarsi.

Piero Bargellini, sindaco di Firenze in quei tragici giorni, ne ha sempre evidenziato l’impressione che gli fece il silenzio della gente di fronte al passaggio del Cristo di Cimabue per la via Romana, mentre l’opera d’arte veniva trasportata da Santa Croce alla Limonaia del Giardino di Boboli dove venne restaurata. Erano uomini e donne che avevano appena visto la morte, la distruzione, la violenza della natura, ma nonostante questo, racconta Bargellini, di fronte a quel capolavoro sfregiato dal fango e dall’acqua, ebbero la forza di raccogliersi in un silenzio commemorativo, quasi come se davanti ai loro occhi stesse passando un vero corpo martoriato.

Il Cristo del Cimabue, prima vessato dalle intemperie e poi rinato grazie all’incredibile lavoro di restauro, fu il simbolo di quei giorni, il simbolo di una città che non volle e non seppe arrendersi.
E vorrei aggiungere che forse nient’altro che un’opera d’arte poteva esserlo. L’arte, con la sua valenza allegorica, è ciò che è capace di muovere la nostra pietas, di scuotere le nostre coscienze, di condensare in un frammento la nostra storia, in una frase: l’arte è ciò che ci rende umani.

Il musicista israeliano Daniel Barenboin ha detto che ogni grande musica, e più in generale ogni opera d’arte, ha due facce: una per il proprio tempo e una per l’eternità. Credo sia proprio così e prova ne è il luogo dove siamo. Guardiamoci intorno: in questo Salone siamo circondati dai dipinti del Vasari e dalle statue del 1500, in un palazzo che Arnolfo di Cambio progettò per l’eternità e non solo per il suo tempo. Ma potrei dire di più: tutta la città di Firenze è una sorta di inno all’eternità dell’arte. A quell’arte che non è semplicemente contemplativa, ma è prima di tutto un’arte utile, capace di creare mondi culturali e luoghi emblematici destinati alla formazione spirituale e materiale delle generazioni venture.
Leon Battista Alberti nel XV secolo, quando doveva spiegare cos’era per lui Firenze diceva una cosa molto semplice: “una casa grande, funzionale e bella, casa costruita nei secoli, con l’apporto di tutte le generazioni”.
Con l’apporto di tutte le generazioni. È importante sottolinearlo. Perché una città, e voi lo sapete meglio di tutti, non vive mai soltanto nel presente, ma anche nel passato e nel futuro. E ogni generazione sente su di sé la responsabilità di prendersi cura della propria città, come fosse la sua casa. Usare, migliorare e ritrasmettere la dimora comune, ecco le regole del vivere civile e tutto ciò lo si può fare in un modo solo: lavorando, sempre e soltanto, per la pace e mai per la guerra. Può sembrare ovvio, ma purtroppo non è così.
Quante delle nostre città, delle nostre opere d’arte, delle nostre biblioteche, dei nostri ponti sono rimasti feriti, distrutti o sono andati perduti a causa della guerra? Forse troppi.
La guerra è la catastrofe naturale inventata dall’uomo, è stato detto. Niente di più vero: come la natura deturpò Firenze nel 1966, così la guerra lo aveva fatto nel 1944. I nazisti distrussero alcuni meravigliosi ponti, trafugarono opere d’arte, bruciarono palazzi, ben consapevoli che l’arte fosse il bersaglio privilegiato per chi vuole seminare terrore nel nemico. E se oggi possiamo ancora ammirare il Ponte Vecchio lo dobbiamo a un illuminato console tedesco (Gerhard Wolf ) che amava l’arte più del suo Furher. Ponte Vecchio come il ponte della città di Mostar, in Bosnia-Erzegovina, distrutto nel 1993: ponte che è tornato recentemente a tener vivo il collegamento tra le due parti della città.

Oggi, nulla è cambiato: il terrorismo che ci pone davanti a una nuova guerra, ha colpito al cuore il patrimonio culturale, come a Palmira in Siria, al Museo del Bardo a Tunisi, perché si colpisce la cultura? Perché i beni culturali delle nostre città sono simboli e chi li colpisce punta a spaventare l’opinione pubblica e distruggere l’identità culturale dei popoli. La cultura però è l’arma più potente che abbiamo contro la guerra. E le città non possono che essere costruttrici di pace, perché devono essere prima di tutto luoghi di incontro e non di scontro. Lo scopo di questo convegno è anche quello di condividere, come sindaci, una iniziativa forte e corale, per proteggere i nostri patrimoni culturali, affermando la cultura come strumento di pace, rivolgendoci in primo luogo alle organizzazioni internazionali che sono anche qui rappresentate come l’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Unesco, e rivolgendoci altresì ai governi degli Stati. Credo quanto mai utile che ciascuno di noi possa avanzare qui proposte per azioni concrete per la tutela e il supporto al patrimonio culturale mondiale materiale e immateriale e che le nostre città si rendano protagoniste, a partire dalle esperienze già maturate anche in momenti tragici, conflitti, guerre, di progetti mirati a sollecitare le società globali verso temi che solo in apparenza sembrano astratti o lontani dai nostri cittadini. Penso alle reti di protezione dei patrimoni culturali in pericolo, alle politiche di conservazione e protezione dei beni materiale, quali la cultura viva dei popoli, le minoranze linguistiche, etniche e religiose che convivono nelle nostre città, ai progetti di recupero e restauro del patrimonio culturale colpito dalle guerre; penso al rafforzamento delle relazioni interculturali, alla cooperazione e agli scambi di esperienze tra le nostre città, aumentando la solidarietà tra i cittadini dei nostri popoli aventi differenti culture e lingue e uguali diritti di libertà, giustizia e pace. Penso alle nuove frontiere della resilienza delle città di fronte a eventi umani e naturali che minacciano sempre più spesso i beni e il patrimonio dell’umanità. E non ultimo: penso all’educazione, ai progetti di educazione rivolti alle generazioni presenti e future per una maggiore conoscenza e accoglienza della diversità, per la crescita dell’uomo e della donna e il mantenimento della pace tra i popoli.

Ho parlato delle donne, e sottolineiamo con grande piacere che tante donne partecipano oggi come testimoni, come politici, come intellettuali, premi Nobel, a questi giorni di lavoro. L’educazione a tutti i livelli è infatti la chiave del progresso che le nostre città hanno in comune: “Non esiste una città di successo che non abbia un capitale umano”, ha scritto l’economista Edward Glaeser nel suo best-seller ‘Il trionfo della città’, citando esempi di città in tutto il mondo tra cui negli Stati Uniti Boston e Minneapolis.
Cari colleghi, spesso mi capita di passeggiare per le stanze di un palazzo bellissimo: è qui vicino, si chiama Palazzo Medici Riccardi, ed è un po’ il palazzo gemello di questo palazzo che ci ospita. Lo fece costruire Cosimo il Vecchio dei Medici dall’architetto Michelozzo e tra i capolavori al suo interno ce n’è uno che voglio ricordare in particolare: è la cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli. Un ciclo di affreschi straordinario ispirato anche da un evento che ha segnato la storia di questa città: il Concilio del 1439 in cui la Chiesa d’Occidente con sede a Roma e quella d’Oriente con sede a Costantinopoli, provarono, dialogando, a cercare un’unità che forse avrebbe reso il mondo un posto migliore. Ci riuscirono solo in parte, ma il loro nobile tentativo è passato alla storia.
Giunsero a Firenze Papa Eugenio IV, l’imperatore di Costantinopoli Giovanni Paleologo e poi cardinali, patriarchi, arcivescovi, teologi, artisti, pensatori, politici delle Chiesa di Occidente e delle Chiese di Oriente. Firenze conserva ancora memorie e documenti di altissimo valore storico e artistico di quell’incontro all’interno della Biblioteca Laurenziana. Ma non sono rimasti soltanto atti o dipinti: il mondo della cultura dell’epoca ne fu profondamente influenzato anche nel vivere comune. Fu un evento straordinario e non è un caso che molti storici individuino in quel Concilio un momento fondamentale della storia moderna, un momento che dette un forte impulso alla cosiddetta “rinascita della civiltà”, l’uscita definitiva dal buio del Medioevo e l’ingresso in una nuova epoca.

Non credo che vi stupiate se in qualche modo voglio legare ‘idealmente’ quell’evento con il nostro di oggi. Non sono il primo e spero nemmeno l’ultimo a pensare la città di Firenze come luogo ideale per la mediazione, la ricerca dell’armonia, l’incontro tra i popoli e le culture lontani. Già lo fece un mio illustre predecessore, Giorgio La Pira, di cui proprio oggi si celebra l’anniversario della morte, che 60 anni fa organizzò proprio qui, nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, un grande convegno, che in pieno clima di Guerra fredda, voleva far dialogare le grandi città d’Oriente e d’Occidente, del Sud e del Nord, molte delle quali tornano ad essere presenti qui con i suoi sindaci e rappresentanti. Il tema di allora era urgente quanto oggi: la pace. All’epoca era la bomba atomica che spaventava, oggi sono l’estremismo religioso, le crisi economiche, le derive xenofobe, il terrorismo.
Il sindaco Giorgio La Pira credeva fortemente nel valore del dialogo tra popoli diversi e religioni lontane per raggiungere la pace e nell’importanza che le città possono avere nel favorire questo lungo e difficile percorso. Sosteneva ad esempio che Fez, in Marocco, che è qui presente, e Firenze fossero due facce della stessa medaglia, così diverse eppure così simili: anima e memoria del mondo musulmano la prima e del mondo cristiano la seconda.

A tal proposito lasciatemi raccontare un aneddoto a suo tempo narrato dal politico italiano Giulio Andreotti: il re Hassan II del Marocco, che durante il suo regno incontrò più volte La Pira, avendo saputo del procedimento di beatificazione del sindaco di Firenze avviato dal Vaticano dopo la sua morte, chiese ad Andreotti: “Senta io sono Musulmano, ma, secondo lei, posso testimoniare a favore del procedimento di beatificazione di La Pira?”.
Ricercare l’uguaglianza nella diversità, questo significa dialogare e La Pira, di tale ricerca, ne era un instancabile promotore.

Tra i molti insegnamenti che ci ha lasciato ce n’è uno che vorrei fosse condiviso da tutti noi: ovvero credere fermamente che una città, non sia solo un luogo dove abitare, ma un microcosmo umano concreto e perfetto, dove coltivare il valore del dialogo, conditio sine qua non per immaginare ponti simbolici che leghino i vari popoli, ponti che permettano alle generazioni future non di riparare danni o raccogliere macerie, ma di progettare e costruire città del futuro che abbiano salde radici nel passato. I regni passano, le città restano, amava dire il sindaco La Pira.

Il sindaco in effetti ricordava quanto le città fossero le vere depositarie del passato e futuro. Guardate queste due mappe che noi abbiamo voluto esporre per la prima volta in occasione di questa assemblea: sono due opere dell’artista italiano Alighiero Boetti, ricamate su cotone dalle donne afghane negli anni Ottanta e Novanta ed esposte qui nel Salone. Ci accorgiamo che esse riproducono il passaggio epocale della trasformazione dei confini sovietici con la perestrojka, quando dalle ceneri dell’Unione Sovietica sorse la Russia nell’agosto del 1991. Queste mappe oggi ci appaiono così diverse e lontane, perché i confini degli Stati sono cambiati. Il messaggio dell’artista Boetti riprende il pensiero di La Pira: i confini degli Stati cambiano, ma le città restano. Ricordiamocelo: le città custodiscono il passato e costruiscono il futuro per le generazioni a venire, non è compito di noi sindaci curarci della ragione di Stato, ma preoccuparci delle ragioni dei nostri cittadini.
Cari sindaci e delegati delle città di tutto il mondo, gentili ospiti, premi Nobel per la pace e la cultura, rappresentanti delle organizzazioni internazionali, artisti e intellettuali, il mio augurio è che, per i giorni che trascorrete qui, mentre passeggerete per le vie di Firenze, possiate percepire ogni palazzo, ogni meravigliosa opera dell’ingegno umano, non solo come l’espressione di una storia, che pure è intensa e preziosa, ma come antiche e solide fondamenta di un edificio del futuro. Il mio augurio voglio sia rivolto in particolare, consentitemelo, alla nostra ospite Sua Altezza Reale Haya Bint Al Hussein, ringraziandola per il gesto di vicinanza che mostra con la sua presenza. Un ringraziamento all’assessore Nicoletta Mantovani Pavarotti che ha curato tutto il lavoro di invito, e preparazione di questo convegno.

Il mio augurio infine a tutti voi per questi giorni di lavoro che ci attendono. È quello che ciascuno di noi nelle proprie città possa costruire un futuro aperto, solidale, un futuro dove tutto il mondo sia consapevole che, come disse il politico socialista Filippo Turati alla vigilia della prima guerra mondiale parafrasando un antico proverbio romano: “Si vis pacem non para bellum, si vis pacem para pacem” (“Se vuoi la pace non preparare la guerra. Se vuoi la pace, prepara la pace”).
E noi vogliamo dare il nostro contributo a prepararla qui, oggi, tutti insieme. Grazie e buon lavoro.

 Unity in diversity. Gli interventi della I sessione di lavori

Nella I sessione del Forum Internazionale “Unità nella diversità” è intervenuto il Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri Mario Giro a nome del Governo italiano. “Credo che siamo davanti ad una grande svolta: per la prima volta, nella storia, la parte della popolazione che vive in città ha superato quella che vive nelle zone rurali. Si potrebbe dire che il mondo intero è diventato una città. L’urbanizzazione sta rivoluzionando il nostro modo di vivere e di agire, allo stesso tempo questa situazione genera nuove sfide sociali, politiche e culturali, aumentando il movimento di trasformazione del nostro mondo. Ecco perché siamo qui. È bello convocare questa riunione qui a Firenze, che nel Rinascimento fu modello di città e di vita comune. La domanda che dobbiamo porci oggi, allora, è quale modello dobbiamo seguire in questi tempi. Ogni grande città è il risultato di una miscela di culture diverse, che nel tempo si sono incontrate ed amalgamate. Oggi possiamo dire che ogni città ha bisogno di trovare una sua prospettiva. Le città non sono solo dei luoghi di aggregazione, ma di convivenza. Il problema dunque è vivere insieme, con le nostre pluralità religiose e di costumi. Oggi l’economia globale porta molte persone a spostarsi, creando di conseguenza nuove aggregazioni di convivenza. E questa è la sfida a cui siamo chiamati a rispondere oggi: l’integrazione, come riuscire a vivere insieme, ognuno con le proprie peculiarità. Fenomeni di xenofobia ci fanno capire che la cultura del vivere insieme è un patrimonio che dobbiamo costruire ancora oggi, giorno dopo giorno. Vivere insieme è la sfida della storia, è il nostro destino. Pensare di separarsi dagli altri è solo un’illusione. La sfida del vivere insieme appartiene a tutti, nessuno può sentirsi escluso”.

Il Premio Nobel per la Pace Tawakkol Karman (prima donna a vincerlo) ha sottolineato come: “È importante sapere che la cultura è un modo importante per raggiungere la pace e lo sviluppo, in molti campi: economico e sociale prima di tutti. La cultura è un indicatore fondamentale della vita pubblica di qualunque popolo nel mondo, ed è importante sapere che questa è una dimensione fondamentale, se si vuole costruire una buona vita. Ci sono molti modi per definire la cultura e quello al quale sono più affezionata è questo: “la cultura è il modo in cui vivono le persone”. Tutta l’umanità ha pagato un prezzo altissimo quando i capi della comunità internazionale, hanno considerato la cultura come uno dei motivi per scatenare una guerra. Il conflitto più difficile è stato quello tra il blocco socialista e quello capitalista. Queste due culture sono state utilizzate in modo sbagliato. In passato la concorrenza tra USA e Russia è stata una delle ragioni principali di scontri e guerre. Pertanto la cultura è stata utilizzata per influenzare ed imporre un modello economico e sociale. Adesso ci troviamo davanti allo stesso problema: il conflitto tra culture. Questo è molto pericoloso. Faccio un esempio: in Occidente c’è una percezione errata dell’Oriente, soprattutto della penisola arabica. L’Occidente pensa che la cultura araba si basi sugli omicidi, sull’odio e sull’emarginazione, ma ci sono persone in quei posti che soffrono a causa di questi eventi. Viceversa, in Oriente c’è la concezione che l’Occidente sia corrotto e che mostri poca importanza a temi come la famiglia, ad esempio. In sostanza, c’è un’incomprensione di reciproche culture. L’Occidente vede l’Oriente solo come lo stato Islamico o l’Isis, mentre l’Oriente vede l’Occidente come una grande corruzione. Ma questi due pensieri sono errati. L’Occidente paga oggi un alto prezzo per essere libero da estremismi. Quello che dobbiamo fare, è lavorare per accettarci reciprocamente. Dobbiamo sapere che l’unità sta nella diversità. La diversità è simbolo di vittoria. E i sindaci sono protagonisti in questo processo. Non c’è mai una cultura superiore ad un’altra. Il conflitto, oggi, è tra dittatura e libertà. Ovvero tra il bene comune delle persone e la dittatura e il terrorismo”.

Aaron Tovish di Mayors For Peace ha spiegato che: “Pur non essendo un sindaco, lavoro per più di 6800 sindaci nel mondo, che hanno costituito la rete “sindaci per la pace”. Questi sindaci si sono uniti perché le loro città sono minacciate dalla violenza dall’esterno, o in alcuni casi, dall’interno. Quando facciamo una guerra non pensiamo mai alle conseguenze che questa comporta per le città. Sia per quelle che sono coinvolte direttamente, sia per quelle che lo sono indirettamente. I sindaci devono potersi esprimere, prima che si intraprenda un conflitto. Oggi ci sono intere città che sotto attacco. Io sono un attivista contro le armi nucleari e ho capito che le sofferenze dovute alle guerre, dobbiamo affrontarle. Guardate quello che è successo ad Hiroshima e Nagasaki. La bomba atomica non ha distrutto solo quelle città e quelle popolazioni, ma anche le città e le popolazioni vicine. Ha sprigionato nell’atmosfera tonnellate di cenere e questa ha contaminato tutto l’ambiente. Nonostante questo siamo stati vicini a scatenare un conflitto nucleare. Per questo i Sindaci per la Pace daranno via ad un progetto per commemorare la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, per riflettere sull’impatto della guerra sulle città”.

Peter Madonia, direttore generale della Rockfeller Foundation ha ricordato come: “I sindaci sono in prima linea nell’affrontare i picchi dei migranti. Ci sono vari modi per aiutare queste popolazioni ma non esistono, attualmente, delle “best practice”. Alla Rockfeller Foundation applichiamo il metodo delle città resilienti: una visione globale e olistica della città. Un esempio virtuoso lo abbiamo sperimentato a Medellin, in Colombia che, negli anni ’80 e ’90 era la sede del cartello della droga. C’era una lotta tra bande per il controllo della città. Per cercare di risolvere i problemi della popolazione è stata costruita una rete di collegamenti tra le varie zone della città ed il centro economico. Questo ha creato una nuova coesione sociale. I cittadini potendosi spostare si sono sentiti più sicuri. Così come Medellin ha affrontato la criminalità offrendo delle risposte che hanno ridotto gli omicidi del 90% in pochi anni oggi le città si ritrovano ad affrontare la crisi dei rifugiati cercando risposte. Occorre risolvere il problema a lungo termine. Non con soluzioni “una tantum”. Occorrono interventi per fornire alloggi, occupazione magari tramite l’utilizzo di internet, cercando di evitare che queste persone in cerca di lavoro cadano nelle mani della criminalità organizzata. A questo proposito a Barcellona viene garantita l’assistenza legale gratuita. Inserire i giovani nelle scuole, creare sportelli per offrire informazioni. Io stesso sono un figlio della migrazione ed ho avuto modo d’inserirmi e di lavorare a New York a stretto contatto con i Sindaci.

Frank La Rue, direttore della fondazione Robert Kennedy per i diritti umani in Europa ha parlato di pace. “Un tempo si diceva che la pace era l’assenza di conflittualità. Oggi la pace vuol dire che tutti i popoli devono lottare per la salvaguardia dei diritti umani in tutto il mondo. Tutti gli essere umani hanno dei diritti e la diversità delle culture è un valore da condividere. Oggi le città sono il centro d’incontro di diverse culture. E’ il luogo dove vibrano gli essere umani. Si cerca, sempre di più, di spiegare i conflitti. Oggi i conflitti sono solo una lotta per il potere. E’ bello vedere oggi tanti sindaci riuniti a Firenze per esprimere il desiderio di pace e che s’impegnano in tal senso.

Il prof. Giovanni Puglisi, presidente della Commissione nazionale italiana Unesco si è soffermato su pace e mercato delle armi. “Non sono passati solo 60 anni tra questi due convegni ma fiumi di sangue e decine di conflitti, già nel 1795 il grande filosofo tedesco Kant scriveva il pamphlet “Per una pace perpetua”. Le tesi che sosteneva ritornano molto attuali: due punti fondamentali che voglio richiamare, la lotta al miles continuum cioè gli eserciti permanenti e, oggi, si può aggiungere eserciti mercenari e terroristi. Fino a quando c’è il miles continuum diceva Kant non ci sarà una pace perpetua nel mondo. Il secondo argomento riguarda il mercato delle armi. La guerra è l’unico modo economico per sostenere il mercato delle armi, fin quando ci sarà la guerra non ci potrà essere un mercato delle armi in crisi. Kant invocava elementi e strumenti per mettere al bando la guerra in chiave giuridica e morale. Giusto ma non basta, la carta di Firenze e questo convegno dicono qualcosa di più, richiamano i valori civili della cultura come reticolo per la pace. La cultura pertanto va difesa e i beni culturali vanno protetti e custoditi non solo come momenti estatici della bellezza, bensì come memoria del mondo ed è proprio come momento di sedimentazione dei valori che oggi vengono distrutti dai terroristi dell’Isis, pensate soltanto allo scempio di Palmira. Quattro sono le parole chiave per sintetizzare il messaggio di Unità nella diversità: conoscenza, impegno, fiducia, speranza. L’Unesco è nata quasi 70 anni fa per supplire alle defaillance della pace debole che viene fuori dai Trattati di pace per esempio quello di Basilea redatti dai politici e dai diplomatici a valle di conflitti devastanti sull’onda del sospetto e della diffidenza reciproca. L’impotenza della Società delle Nazioni alla vigilia della seconda guerra mondiale davanti alla follia nazista di Hitler fu la dimostrazione palese che la pace non si fonda sui trattati, si deve fondare su ben altro. L’Unesco è nata per dimostrare che la pace si fonda sulla cultura, sui beni culturali, sulla coscienza delle genti di tutte le età e di tutte le culture. Essa passa attraverso i cittadini, le culture, la dignità della persona, i patrimoni materiali e immateriali della cultura. La carta di Firenze che questo convegno andrà a varare è un prolungamento, un deciso passo avanti verso quel progetto di 70 anni fa che costituì l’Unesco”.

 Unity in diversity. Gli interventi della II sessione di lavori

Ad aprire la seconda sessione di oggi, l’artista ed architetto polacco Jaroslaw Kozakiewicz. Nel suo intervento, intitolato “Oswiecim-Auschwitz. L’arte e l’architettura contemporanea – costruire ponti fra le generazioni”, Kozakiewicz ha illustrato il suo progetto per la costruzione di un ponte che collegherà il museo di Auschwitz-Birkenau con Oswiecim. Le due cittadine sono separate dal fiume Sola.  Kozakiewicz ha vinto un concorso internazionale per la realizzazione dell’opera nel 2005.

“Il ponte è portatore di un forte messaggio simbolico. Attraversarlo rappresenta il cambiamento ed anche il collegamento tra due mondi” ha spiegato l’artista, che ha poi illustrato il progetto con l’aiuto di alcune slide. Il ponte sarà realizzato con una struttura in acciaio coperta interamente con legno di cedro.

Di seguito ha preso la parola Maria Letizia Sebastiani, direttrice dell’Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Patrimonio Archivistico e Librario, che si è soffermata sull’istituzione dei “caschi blu della cultura”. “Si tratta di una proposta italiana, recentemente approvata dall’Unesco, e attualmente in fase di attuazione dei modelli operativi. L’obiettivo è dare vita a una struttura, composta da personale specializzato nella conservazione e restauro proveniente da enti come l’Istituto Centrale del Restauro, l’Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Patrimonio Archivistico e Librario e l’Opificio delle Pietre Dure e dal nucleo tutela del patrimonio dei Carabinieri, in grado di intervenire in tempo reale per il recupero dei siti storici e culturali”. Sebastiani ha aggiunto che il primo nucleo di personale è già stato selezionato.

L’intervento successivo, affidato Irene Zanella dell’Ong ‘Un ponte per..’, è stato dedicato al progetto di cooperazione internazionale a sostegno e tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale dell’Iraq. Il progetto, di cui è capofila il Comune di Firenze, vede il coinvolgimento dell’Università di Firenze, dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, della Biblioteca Nazionale di Firenze, del Ministero degli Affari Esteri e gestito dall’Ong ‘Un ponte per’ per Inla (Libreria Nazionale ed Archivi Iraq) e HCECR (High Commission for Ebril Citadel Revitalization) relativamente nella parte antica di Ebril. Filo conduttore è la collaborazione di soggetti italiani ed iracheni per la salvaguardia del patrimonio culturale dell’Iraq e si articola in due principali linee di intervento: la collaborazione con la Biblioteca Nazionale ed Archivi di Baghdad per la salvaguardia del patrimonio librario nazionale attraverso il capacity building di alto livello per i bibliotecari ed archivisti della BANB con particolare riferimento alla digitalizzazione dei testi; e la collaborazione con l’High Commission for Erbil Citadel Revitalisation per il rafforzamento delle competenze dello staff della Cittadella nella gestione e promozione turistica di un sito UNESCO attraverso training course e study visits effettuati in Iraq ed in Italia. “Si tratta di una esperienza di grande rilievo – ha sottolineato Zanella – che ha consentito la formazione di personale locale di alto livello specializzato nella tutela del patrimonio culturale del popolo iracheno. E grazie al lavoro effettuato insieme all’HCECR per la cittadella di Ebril, siamo riusciti anche a promuovere la collaborazione tra le minoranze presenti in Iraq”.

La professoressa Mirella Loda (SAGAS – Università di Firenze) e l’ingegner Feridum Sarwary (Direttore del Settore Architettura e Ingegneria – Dipartimento dello Sviluppo Urbanistico di Herat) hanno illustrato il progetto di cooperazione quinquennale finanziato dal Ministero degli Affari esteri italiano e diretto dall’Università di Firenze.
Grazie a questo progetto, avviato nel 2003, subito dopo la caduta del regime talebano ad Herat, è stato possibile creare il Dipartimento urbanistico, che non esisteva precedentemente nell’Università della città. 18 persone (tra cui anche 4 donne) sono state formate a Firenze in urbanistica, e tornate ad Herat hanno contribuito alla stesura del primo master plan per lo sviluppo della città e ad un piano regolatore applicato ad un quartiere.

“Grazie a questo progetto, ad Herat è stato possibile per la prima volta sviluppare il governo del territorio” ha notato la professoressa Loda.
L’ingegner Sarwary ha rivolto un ringraziamento al Ministero e all’Università che hanno reso possibile la creazione del Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Herat.La chiusura della II sessione è stata affidata a Mario Primicerio che ha dedicato il suo intervento a “Il sindaco La Pira: ricordando la sua idea ed il suo contributo in favore della pace”. Il presidente della Fondazione intitolata a Giorgio La Pira, dopo aver tracciato un ritratto dell’allora sindaco di Firenze di cui oggi ricorre il 38esimo anniversario della morte, ha ricordato alcuni principi ispiratori della sua politica come primo cittadino. “La Pira disse che un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i più poveri e i diseredati è come un pastore che abbandona il suo gregge per paura dei lupi. Ebbene, penso che queste parole possano essere di ispirazione ai sindaci che oggi sono qui nel Salone dei Cinquecento”.

Primicerio ha ricordato i tre diritti che, secondo La Pira, dovevano essere le priorità nell’attività di un sindaco: il diritto alla casa, il diritto all’occupazione e il diritto alla pace sul quale le città possono svolgere un ruolo fondamentale. “Nel suo discorso di inaugurazione del summit mondiale dei sindaci per la pace, che si svolse proprio qui nel Salone dei Cinquecento 60 anni fa, La Pira affermò il diritto delle città ad esistere, per le generazioni presenti e soprattutto per quelle del futuro. E auspicò che il desiderio di pace delle città fosse raccolto dalle politiche nazionali. Un auspicio che resta ancora attuale”.

Unity in diversity, a Mayors for Peace il premio Giorgio La Pira

È andato a Mayors for Peace, rappresentata dal direttore internazionale Aaron Tovish, il primo premio ‘Giorgio La Pira’. A consegnarlo, nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, è stato oggi il sindaco Dario Nardella in occasione della giornata di apertura del Forum internazionale ‘Unità nella diversità’.
“Un riconoscimento all’impegno di Mayors for Peace per la pace e la solidarietà tra le città del mondo e alla visione di un mondo senza armi nucleari”, ha detto il sindaco Nardella.
Mayor for Peace, lanciata dal sindaco di Hiroshima nel 1982, definisce un programma per promuovere la solidarietà tra le città in vista della totale abolizione delle armi nucleari. Un modo per superare i confini nazionali e lavorare insieme promuovendo l’abolizione delle armi nucleari. Mayor for Peace e la sua 2020 Vision Campaign, oggi contano 7mila membri in 161 Paesi, tutti impegnati a lavorare insieme per un mondo senza armi nucleari nel quale tutte le città siano protette dal flagello della guerra.

Fassino: “Ruolo delle città nella costruzione della pace”

La pace e la stabilità del mondo sono garantite in primo luogo dalla politica internazionale però c’è anche una responsabilità e un ruolo delle comunità locali. E noi sappiamo che spesso le relazioni tra le città possono produrre e promuovere iniziative, atti e risultati che non sempre la diplomazia degli Stati è in grado di realizzare”. Lo ha detto il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Piero Fassino, intervenendo nella sessione pomeridiana del forum ‘Unity in diversity’ dedicata alla discussione tra i sindaci partecipanti.

“Sessant’anni fa l’allora sindaco di Firenze La Pira, grande uomo di pace, riunì i sindaci di tante città del mondo nel pieno della Guerra fredda quando era diviso in due blocchi contrapposti e quando il pericolo di una guerra nucleare gravava sull’umanità. Sessant’anni dopo ci riuniamo in un contesto molto diverso - ha spiegato -: la Guerra fredda non c’è più, come non c’è più la contrapposizione ideologica tra due blocchi, uno dei quali si è dissolto, ma i rischi per la pace non sono minori. L’affermazione della pace rimane una priorità delle nostre agende: di quelle dei governi e delle nostre città”.

“Rispetto a quegli anni ci sono due differenze significative: la prima è che non ci sono più guerre locali - ha continuato Fassino -. Viviamo nel mondo della globalizzazione, in un mondo caratterizzato da un elevato tasso di interdipendenza dove tutto quello che accade in qualsiasi angolo ci riguarda direttamente. La sicurezza è un problema che ci riguarda tutti e ogni insidia, ovunque si produca, investe la nostra vita. Da questo deriva la seconda differenza di oggi rispetto a sessant’anni: abbiamo la responsabilità di produrre la sicurezza tutti insieme. Ai tempi di La Pira eravamo tutti consumatori di una sicurezza che la cui produzione era affidata ad altri. Oggi siamo tutti chiamati ad essere produttori della sicurezza che consumiamo”.

“Per gestire le diversità - ha ricordato Ahmed El Ktibi assessore alla solidarietà di Bruxelles - abbiamo sviluppato strumenti politici e urbanistici”. Nella regione di Bruxelles, che conta oltre 10milioni di abitanti, ci sono 170 diverse nazionalità, arrivate in diverse ondate migratorie. “Le istituzioni - ha aggiunto - hanno anche attivato collaborazioni con la società civile per progetti in vari campi”.
Secondo Marianna Savrami, sindaco di Korydallos (Grecia) l’ondata migratoria (“700mila persone negli ultimi 10 mesi”) può “mettere in dubbio il principio della libera circolazione” e per affrontare il problema è necessaria una “soluzione comune ed europea”.

“Kyoto è sopravvissuta per 1000 anni - ha ricordato Yoshimoto Daido, vicepresidente del Consiglio dell’antica capitale giapponese, gemellata con Firenze - perché ha assorbito e assimilato le diverse culture”. “Coniugare tradizione e modernità - ha concluso - permette anche di attirare i turisti”.
Per il sindaco di San Vicente del Caguán (Colombia), Emilio Perez Cuellar, “la responsabilità fondamentale per contribuire alla costruzione della pace è garantire i diritti fondamentali alle persone”.

Mustafa Abdi: “Siamo un simbolo di resistenza per tutta l’umanità”

“La nostra città è divenuta un simbolo di resistenza per tutta l’umanità”. A sottolinearlo Mustafa Abdi, nella sessione pomeridiana del forum ‘Unity in diversity’, dedicata alla discussione tra i sindaci partecipanti, il primo cittadino di Kobane (Siria).

“Abbiamo uno slogan, ‘Donna-Vita-Libertà’ - ha ricordato - perché la donna è madre della terra ed ad essa è legata e terrà è cultura. Con la nostra resistenza abbiamo cercato di costruire un ponte tra culture per poter resistere insieme. Il modello che abbiamo cercato di costruire prevede di riconoscere tutte le identità perché possano diventare insieme veicolo di pace e democrazia”.

“La ricostruzione di Kobane - ha dichiarato Dario Nardella - è una priorità per tutti i sindaci del mondo”.
Secondo Kisanak Gultan, sindaco di Diyiarbakir (Turchia), “le lingue diverse e le diverse religioni possono diventare un ponte che avvicina”. “La nostra - ha aggiunto - è una città che per secoli ha cercato di proteggere la propria identità multiculturale. La lingua curda, quella turca e l’armena sono considerate lingue proprie della nostra città che vuole creare ponti di amicizia e di pace. Siamo anche un territorio dove si ricerca l’integrazione con tutte le religioni, stiamo anche lavorando perché si trovi una soluzione pacifica alla questione curda. Questi sono i valori che stiamo portando avanti e per questo stiamo diventando un esempio per tutto il medioriente”.

Luigi Ammatuna: “Pozzallo è una città che è votata all’accoglienza e all’ospitalità. La città di La Pira non si tira indietro"

“Sono onorato di essere qui questa sera a rappresentare la città che ha dato i natali a Giorgio La Pira. Pozzallo è una città che è votata all’accoglienza e all’ospitalità: dal 2013, dopo Lampedusa, è la città che accoglie più migranti. La Pira definiva la nostra città ‘la terrazza sul Mediterraneo’, oggi è diventata la porta sull’Europa”. Lo ha detto il sindaco della cittadina del ragusano Luigi Ammatuna, intervenendo nella sessione pomeridiana del forum ‘Unity in diversity’.

“Nel 2014 sono arrivati nella nostra cittadina circa 28mila persone, 16mila nel 2015 e la mia città ha 19mila abitanti - ha spiegato -. La nostra è un’esperienza straordinaria che ci fa comprendere quale sia il messaggio di La Pira: quello di essere accoglienti e uomini di pace, e i pozzolesi questa ‘responsabilità’ la sentono tutta. Noi abbiamo l’obbligo morale di dover accogliere tutte queste persone. Pozzallo è una città che è votata all’accoglienza e all’ospitalità e la città di Giorgio La Pira non si tira indietro, è decisa a continuare in questa accoglienza”. “Pozzallo è una città turistica e per essere città accogliente e solidale sta pagando un prezzo altissimo - ha continuato -: tanti turisti non vengono più perché convinti di trovare migranti in giro per la città e di vedere cadaveri galleggiare davanti le coste. Nonostante ci si renda conto che questo calo di presenze ci sia, continueremo ad accogliere questi nostri fratelli perché siamo convinti che la città di La Pira debba essere in prima linea”.

Nel corso della discussione è intervenuto anche il sindaco della città di Lussemburgo Lydie Polfer: “L’unità nella diversità è esattamente la nostra realtà, quella che viviamo ogni giorno. La nostra, infatti, è una situazione record perchè il 69% degli abitanti delle nostre città non è lussemburghese. E vi assicuro che è una vera sfida far coesistere tutta questa diversità. Finora ci siamo riusciti e mi auguro che questo forum possa arricchirci”.

“Nazareth tra cristiani e musulmani ha 90mila cittadini - ha detto il sindaco della città israeliana Ali Sallam -. I cittadini sono palestinesi, cristiani, musulmani, che vivono in pace con tolleranza e non si riesce a distinguere un cristiano da un ebreo da un musulmano perché vivono, lavorano, studiano insieme in pace”. “La politica della città, da quando sono stato eletto sindaco è quella di preoccuparsi della sicurezza delle persone e rendere orgogliosi i cittadini della loro città - ha aggiunto -. In questo periodo di forti tensioni vorrei invitare tutte le parti coinvolte ad incontrarsi a favore della pace e farlo a Nazareth, simbolo della pace e della coesistenza”.

“Sono nato e cresciuto in Albania, dove tutti seguono religioni diverse - ha detto il sindaco di Valona Dritan Leli -. Questo perchè la coesistenza pacifica è il punto cruciale che caratterizza la nostra società. Le differenze non bisogna solo tollerarle, ma anche rispettarle e rispettare gli altri, i diritti universali della vita, il diritto di praticare e di conoscere la religione altrui. Noi albanesi rispettiamo il diritto di religione. Siamo in un certo senso politeisti, perché festeggiamo le feste di ogni religione. Questa è una grande ricchezza che abbiamo”.

“La cultura è una priorità per lo sviluppo economico e sociale nonché per la cooperazione internazionale - ha detto il rappresentante della città di Uljanovsk, città natale di Lenin -. La base di ciò è il nostro patrimonio culturale e quest’anno abbiamo presentato la candidatura per essere inserite nella rete dell’Unesco delle città creative”. “Il patrimonio culturale di Uljanovsk è molto ricco e il compito principale che ci poniamo è quello di collegare passato, presente e futuro - ha continuato -. Solo attraverso la cultura ci si può comprendere reciprocamente e si può sviluppare una collaborazione efficace. Questo evento può essere un punto di partenza per sviluppare nuove cooperazioni, sviluppare idee e progetti congiunti perché la cultura è l’unico modo per sviluppare delle relazioni positive. Siamo aperti a qualsiasi forma di collaborazione e disponibili a costruire insieme la pace con voi, rappresentanti delle città di tutto il mondo”.

“Sulle tracce di La Pira approfittiamo di questa occasione per fare un comitato per aiutare le comunità in Tunisia che hanno bisogno di avere contatti con gli altri Paesi e le loro collettività locali - un rappresentante della città di Tunisi -. Vorremmo, entro un paio di anni, organizzare una grande conferenza a Tunisi e festeggiare l’applicazione delle due grandi leggi della decentralizzazione amministrativa nel nostro Paese e valutare ciò che da oggi potrebbe diventare una realtà operativa di cooperazione decentralizzata tra le rispettive rive dei nostri Paesi”.

Fonte: Comune di Firenze - Ufficio stampa

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