Educazione di genere a scuola, associazioni familiari e Manif Pour Tous: "La famiglia naturale non è uno stereotipo culturale"

manif_pour_tous1

La senatrice Valeria Fedeli ha presentato ieri nel palazzo della provincia di Arezzo il disegno di legge che porta il suo nome, che introduce la cosiddetta “educazione di genere” nel sistema scolastico e universitario. La norma prevede che «i piani dell’offerta formativa delle scuole adottino misure e contenuti di conoscenza ed educazione per eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria “identità costretta” in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza». Se approvato, il disegno di legge verrà a costare 200 milioni di euro per la sostituzione dei libri di testo e la distribuzione di finanziamenti a progetti educativi.

Ma il fatto grave è che questo denaro sarà usato per esercitare un tentativo di rieducazione sulla cittadinanza, già a partire dalla scuola dell’infanzia. Secondo i progetti esaminati a più riprese sul territorio nazionale (collocabili nella stessa prospettiva ideologica - quella del “genere” - in cui si situa anche il decreto Fedeli), le iniziative che ne scaturiranno, lungi dall’essere orientate alla promozione delle diversità legate all’identità sessuale, mireranno infatti piuttosto a demolire nelle menti dei bambini l’evidenza che maschi e femmine sono differenti, e non solo banalmente da un punto di vista fisico. Maschile e femminile sarebbero solo strutture sociali da decostruire.

Ma davvero annullare le differenze è la strada giusta per insegnare il rispetto dell’altro? Lo scopo dichiarato è quello di eliminare il bullismo e la violenza sulle donne, ma non è svuotandoci della nostra essenza, negando le differenze e sperimentando sulla psiche dei bambini che si insegna la tolleranza. Infatti nei paesi del nord Europa, dove tali indottrinamenti scolastici sono in atto già da decenni, si riscontra un’incidenza molto più alta che in Italia di fenomeni di violenza tra i sessi.

Purtroppo l’incontro di ieri non è servito a dare risposta a tutti i nostri dubbi. Infatti, se da un lato la senatrice si trincera dietro alle affermazioni che la sua legge non ha niente a che vedere con le "teorie gender" e che vuole una ampia condivisione con i genitori e la scuola, dall'altro sfugge alle domande che la incalzano riguardo cosa accade realmente nelle nazioni dove da decenni questi metodi vengono propugnati.

La realtà è che, oltre a non ottenere distribuzioni omogenee nelle attività produttive, il 25% delle donne dichiara di aver subito violenza. La nostra paura è che le definizioni nel DDL, che lasciano ampio margine interpretativo, possano essere utilizzate impunemente da chi promuove la decostruzione della famiglia naturale, da più parti definita uno stereotipo culturale, a servizio della violenza di genere. A dimostrazione di ciò basta citare proprio i famosi progetti tirati in ballo dal pres. Vasai, dove si parlava apertamente di nuovo alfabeto familiare. Sbalorditi di fronte a tali posizioni ideologiche, noi continueremo a vigilare su quel che accade nella scuola e a informare i genitori, così che possano decidere con consapevolezza se questo è davvero il tipo di pedagogia sperimentale che desiderano per i propri figli.

Fonte: Ufficio Stampa

Tutte le notizie di Arezzo

<< Indietro
torna a inizio pagina