
L’ultimo appuntamento della legislatura, tra quelli dedicati ai genocidi del Novecento, è quello che celebra il Giorno del ricordo, le “ingiustificabili vittime di una violenza gratuita, figlia di un disegno di pulizia etnica che ha avuto troppi epigoni, anche in Europa, nei decenni successivi”. Il presidente dell’assemblea, Alberto Monaci, apre la seduta solenne e consegna un ideale testimone a “a chi, dopo di noi, occuperà questi scranni”, perché “l’esercizio della memoria è un bene collettivo” di cui “le libere pubbliche istituzioni democratiche hanno il dovere di farsi carico”. Anche quando la memoria istituzionale “è recente, per troppo tempo negata come patrimonio collettivo”.
Le vittime che la Toscana oggi ricorda non sono solo quelle delle foibe, ma anche “le vittime di un esodo forzato – 350mila – dalle proprie case verso campi profughi nella martoriata Italia dell’immediato dopoguerra”. Monaci ricorda all’assemblea “connazionali costretti a una drammatica esperienza che oggi vediamo vivere a chi fugge dalla Siria, dalle terre cadute sotto il terrore dell’Isis, dai regimi fondamentalisti dell’Africa sub sahariana”.
Forse – aggiunge – se davvero ci ricordassimo dei nostri profughi giuliani, avremmo almeno una maggiore pietas per questi nuovi profughi”.
Il presidente rimarca che “il ricordo, quando è onesto, insegna ad operare. Deve permeare, soprattutto, l’azione degli amministratori della cosa pubblica”, aiutandoli a creare “le migliori condizioni perché il cattivo passato non abbia terreno fertile per riproporsi”.
Così, “al consiglio che verrà”, va il compito di “ricordarsi per ricordare: a noi stessi, alle istituzioni tutte, alla politica, imprescindibile presidio di democrazia, ai cittadini, ai giovani”. Monaci cita “la lezione” del presidente della Repubblica Mattarella, che nel discorso di insediamento ha commemorato il piccolo Stefano Taché, “colpevolmente condannato all'oblio di una memoria civile colpevolmente distratta”. “Le istituzioni – conclude il presidente - hanno il dovere di ricordare perché il Paese non dimentichi. Mai”.
L’intervento di Massimiliano Fabbri, rappresentante dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
“La pulizia etnica a danno della popolazione di lingua italiana, avvenuta prevalentemente nei due decenni postbellici nella ex Jugoslavia, rappresenta ancora un fatto non sufficientemente conosciuto, come le 350mila persone costrette a lasciare la terra natia per non rinunciare alla propria appartenenza all’Italia”.
Lo ha sottolineato Massimiliano Fabbri, della delegazione toscana Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, nel suo intervento, ricordando che con il trattato di Parigi del 1947 “gli esuli sono stati sconfitti due volte dalla guerra, bollati non solo come italiani, ma come fascisti”, mentre, per un paradosso della storia, “nel 1969 a Tito è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana”.
Secondo Massimiliano Fabbri il Giorno del Ricordo non è solo foibe, ma è soprattutto un’occasione per ripensare il Novecento e l’identità nazionale, anche alla luce della cultura della sponda orientale dell’Adriatico. “La memoria può diventare il vettore di nuove suggestioni e narrazioni – ha affermato – Non si tratta solo di un viaggio nel passato, ma, parafrasando Proust, di avere occhi nuovi, per ritornare a noi stessi, come italiani e come europei”.
“Questa civiltà parla italiano e va ben oltre i confini dell’amministrazione statale – ha rilevato – Non sono gli stati a costruire le civiltà, ma i popoli. Questa visione ampia dell’italianità ci ha permesso di aprire fronti di dialogo nella parte orientale dell’Adriatico, al di là delle diplomazie”.
“È un mondo bellissimo, che vogliamo donare al nostro paese, perché l’italianità sia la visione plastica della rinascita dell’Italia – ha concluso Fabbri – L’auspicio è in una ritrovata identità unitaria del Quarnaro, della Dalmazia, del montenegrino. Ecco come si può essere italiani, spostando lo sguardo altrove”.
Saccardi, tratto di strada per la civiltà del futuro
“La Regione Toscana ha in grande considerazione la ‘memoria pubblica’ delle vicende tragiche del Novecento, nella certezza che si tratta di un investimento necessario da un punto di vista civile e culturale, ma, ancora di più, nella consapevolezza che la conoscenza del recente passato è un incentivo all’impegno nella vita pubblica e, quindi, alla crescita della democrazia”. Parola della vicepresidente della Giunta regionale Stefania Saccardi che, nel corso del suo intervento nella seduta solenne, non solo ha ripercorso la drammatica vicenda degli italiani dei territori del confine orientale – partendo dall’istituzione del Giorno del Ricordo quale “atto di giustizia dopo i prolungati silenzi” – ma soprattutto ha offerto una riflessione a 360 gradi sul ruolo dell’Europa, per guardare insieme al futuro.
Da qui l’invito a comprendere “come al fondo di questi drammi vi sia l’onda lunga della grande semplificazione che in un breve volgere di tempo ha distrutto il patrimonio europeo costruito sulla diversità di lingue, culture e tradizioni, immolando questa ricchezza sull’altare dell’ideologia del nazionalismo esclusivo ed aggressivo”. Comprendere “per schierarsi dalla parte giusta che è, in ogni momento, quella delle vittime”.
“Ogni volta che la ricorrenza ci offre l’occasione di ritornare con il pensiero alla storia dell’Europa dello scorso secolo – ha continuato la vicepresidente – possiamo misurare tutta la distanza che ci separa da quella stagione di guerre e stragi”. “Da quell’abisso siamo usciti a fatica e a caro prezzo, il nostro europeismo è fortemente sostanziato di scelte di civiltà politica e di valori, nell’Europa di oggi le minoranze non sono un simbolo di divisione e di esclusione, ma rappresentano una fonte di arricchimento; dobbiamo essere grati a coloro che hanno contribuito alla costruzione di questa Unione – ha sottolineato – ai giovani di tutta Europa dobbiamo una riflessione che, archiviato il capitolo delle ideologie, possa ripartire dal tema della speranza, ben rappresentata dalla figura scolpita da Andrea Pisano nel portale sud del Battistero”. Una figura “che tende le braccia impotente verso un frutto che le rimane irraggiungibile e tuttavia è alata”, per dire che sperare non significa solo spingersi alla ricerca di un mondo migliore, ma anche fare i conti col presente e col passato, proprio “per registrare i venti di guerra che soffiano ai confini orientali del nostro continente e richiamano l’obbligo di intervenire con ogni determinazione, per ripristinare una condizione di dialogo e trattativa, che escluda ulteriori rischi di conflitti”.
Saccardi ha quindi ricordato la visita di stato del presidente della Slovenia, Danilo Turk, ricevuto al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2011; gli importanti accordi intereuropei del luglio 2010 tra i tre capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia, incontrandosi a Trieste; per un “nuovo sentire su cui sintonizzarci tutti: opinione pubblica, media e politica”. Per “uno sguardo congiunto”, come affermano molti studiosi, che deve essere accompagnato da un linguaggio politico teso a rappresentare le ragioni dell’unità e del dialogo.
“Il ricordo ha una sua forza e valore se non si limita alla lettura storica degli eventi, ma se diviene elemento di crescita delle coscienze per costruire il futuro sulla base dell’esperienza del passato”, ha concluso. “Oggi la prospettiva di un’Europa di valori, di donne e uomini, di ponti e non di steccati, di accoglienza e non di paura, è la sfida vera che dobbiamo cogliere se vogliamo dare un senso al ricordo del passato, per guardare avanti sapendo che il giorno del ricordo è anche un tratto di strada per la civiltà del futuro”.
Fonte: Consiglio Regionale Toscana - Ufficio Stampa
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