La prima omelia del nuovo vescovo Tardelli. Il sindaco gli dà il benvenuto

La visita del vescovo Tardelli
La visita del vescovo Tardelli

La visita del vescovo Tardelli

«Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te». E' con il saluto col quale l'arcangelo Gabriele si presentò a Maria che mons. Tardelli si rivolge già con affetto paterno alla Diocesi di Pistoia:

«Come Gabriele, anch’io mi sento realmente inviato dal Signore ad annunciarti questa gioia, ad invitarti a rallegrati e a esultare. Non tanto perché oggi hai un nuovo vescovo, un nuovo pastore nella mia persona: avresti ben poco da rallegrati per questo, vista la mia pochezza, quanto piuttosto perché Dio ti ama, ieri e oggi; ti ha riempito del suo amore, sei la sua sposa bella, in cui Egli ha riposto la sua compiacenza.

Si, carissimi, è questa la prima cosa che la festa solenne dell’Immacolata concezione di Maria ci ricorda: che l’amore del Signore è grande e non viene meno, che il suo amore per noi è senza limiti e che questo amore è creativo, rigenerativo, trasformante. Capace cioè di trasfigurare la nostra pochezza in santità. In Gesù Cristo, il Padre – ce lo diceva San Paolo nella II lettura – “ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo.”

Siamo convinti di questo, fratelli e sorelle? Ne siamo esistenzialmente convinti o forse andiamo a cercare le nostre sicurezze altrove, le nostre gioie e consolazioni in ciò che non può darci né gioia né consolazione? Siamo profondamenti consapevoli che è solo nell’essere amati da parte di un Dio che ci è Padre che sta la nostra consistenza personale e di Chiesa? Oppure confidiamo in noi stessi, nel nostro amor proprio, nell’idolo del nostro io, nelle nostre idee che divengono ben presto “ideologie”? Se fosse così, non potremmo altro che sperimentare alla fine l’amarezza del nostro peccato – come ci narra il racconto della Genesi – la rabbia delle nostre sconfitte, l’amara gelosia del sentirci defraudati di qualcosa da qualcuno, il risentimento che diventa giudizio rancoroso del fratello. E non ci sarebbe più pace.

Quando invece sentiamo per davvero di essere amati nonostante i nostri limiti e peccati. Quando ci accorgiamo di non essere niente, ma che ugualmente Dio ci invita a rallegrarci, perché Egli, nel mistero insondabile del suo amore ci ha scelti, ci ha fatto suoi e ci ha innalzato fino alla dignità di figli veri; quando la consapevolezza dell’amore di Dio per noi fa traboccare di gioia il nostro cuore e riconosciamo, con infinita riconoscenza che proprio anche a noi, l’angelo dice: il Signore è con te, rallegrati! Beh allora le cose cambiano veramente. Allora sorge l’alba di un giorno nuovo nella nostra vita e il canto sgorga dall’anima come un fiume in piena. L’amore si diffonde intorno a noi e ogni fratello, anche il più piccolo e dimenticato si sente coinvolto da un torrente di benedizione e di consolazione, al nostro solo incontraci.

Ce lo ha ricordato Papa Francesco nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” proprio nelle prime parole, alle quali, lo dico da subito, vorrei ispirare tutto il mio ministero in mezzo a voi: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.”

La Chiesa del Signore non esiste altro che per questo. Per fare questa esperienza e trasmetterla al mondo: l’esperienza cioè della gioia vera. La Chiesa non è altro che amore ricevuto e donato, gioia della scoperta di una misericordia che ci è usata e che diventa messaggio di speranza per tutti. La Chiesa di Gesù Cristo - non quella di Papa Francesco, o di Paolo VI o di Papa Benedetto o di chiunque altro - la Chiesa di Gesù Cristo sono uomini e donne, che non smettono di riconoscere il proprio peccato, ma sanno di poter confidare nella potenza dell’amore di Cristo, nel soffio vitale dello Spirito e come ossa aride, riprendono vita e ogni giorno provano a vivere nella giustizia, nella verità e nella pace. Così la chiesa è vessillo innalzato in mezzo alle nazioni, luce del mondo, città posta sul monte. In questo modo la chiesa si dimostra veramente serva di ogni uomo sull’esempio del suo Signore e si fa segno umile e forte dell’unità di tutto il genere umano.

Non sono le strutture da cambiare nella chiesa, carissimi amici! Non è l’alchimia di nuove formule, magari maggiormente democratiche a fare della chiesa qualcosa di più rispondente al suo Signore! Non sarà un adattarsi allo spirito del mondo, alle mode culturali del momento o ai capricci dell’uomo a renderla fermento del mondo nuovo! Non sarà il trasformarsi in un’impresa sociale a farla essere gesto concreto d’amore per gli ultimi: sarà invece soltanto la gioia sperimentata nell’incontro con Cristo, in un incontro di salvezza e di profondo rinnovamento interiore che trasforma la mia, la tua, la nostra vita, a fare bella la sposa di Cristo. Mi vengono qui in mente le stupende parole di San Macario il grande in un’omelia a lui attribuita: “Povera quell'anima in cui non cammina il Signore, …. Guai all'anima che non ha in sé il vero timoniere, Cristo! Avvolta dalle tenebre di un mare agitato e sbattuta dalle onde degli affetti malsani, sconquassata dagli spiriti maligni come da un uragano invernale, andrà miseramente in rovina. Guai all'anima priva di Cristo, l'unico che possa coltivarla diligentemente perché produca i buoni frutti dello Spirito!” (Om. 28; PG 34, 710-711)

Cara Chiesa di Pistoia, rallegrati allora ogni giorno, dell’amore del tuo Signore. Non cedere al lamento, alla paura, alla recriminazione, alla stanchezza. Godi della presenza del tuo Signore in mezzo a te. Amalo con tutte le tue forze e in ogni tua componente, a partire dai presbiteri e dai diaconi. Ama il tuo Signore, rallegrandoti del suo amore per te e del fatto che se ti ha scelta come sua sposa, questa scelta non verrà meno, perché Egli è fedele per sempre. Le tue rughe non contano, le tue ferite non significano niente, i tuoi peccati non hanno il potere di distruggere l’amore che Dio ha per te. Rinvigorisci le tue membra fiacche, rialzati se sei caduta, asciuga le lacrime se qualche volta hai pianto. Profumati il capo, ungi di olio di letizia tutte le tue strutture, i tuoi servizi, le tue realtà. Diffondi nella città degli uomini, in questa terra pistoiese il buon profumo di Cristo, l’aria fresca dell’amore fraterno, l’aria pulita della condivisione delle gioie e dei dolori, delle attese e delle speranze degli ultimi e degli scartati di questa società. L’Immacolata vergine Maria è il tuo modello, il nostro punto di riferimento. Lei la tutta santa. La piena di grazia. La fedele ancella del Signore. La donna forte. La sua umiltà la fa capace di proclamare la sconfitta dei superbi e degli orgogliosi; la sua semplicità la mette in grado di contestare i potenti di questo mondo e la sua povertà le permette di profetizzare che i ricchi se ne andranno a mani vuote. L’essere tutta di Dio, la fa essere annuncio e presenza rivoluzionaria nel mondo: la rivoluzione dell’amore di Cristo. La sola che può cambiare davvero il mondo, a partire dai nostri cuori.

A Maria SS. vogliamo assomigliare perciò, come singoli e come Chiesa. Non possiamo andare al Signore se non passando da lei. Lei può aiutarci con la sua materna vicinanza. Affidandoci a lei possiamo sconfiggere il serpente antico, perchè da Lei esce Colui che schiaccia la testa a quel maligno che è sempre all’opera, che insidia la nostra vita personale, quella dei presbiteri e delle nostre parrocchie come della società, che semina zizania nella chiesa e nel mondo, che divide e spinge gli uomini a farsi guerra l’un l’altro, che corrompe gli animi e convince gli uomini alla menzogna e alla corruzione. In Maria abbiamo la difesa, il baluardo che riconducendoci costantemente a Cristo ci aiuta ad essere coraggiosi e a combattere decisamente le forze disgregatrici che sono in noi e nella società. Non avremo perciò paura, nel combattimento. Non ci smarriremo, nella lotta. Non ci ingannerà il menzognero. Anche se la lotta oggi si fa dura e la verità del Vangelo è attaccata da ogni parte, apertamente o in modo subdolo, restando uniti tra di noi e con Maria, il Regno di Cristo si affermerà e le tenebre, ovunque siano, arretreranno.

La festa odierna non è però grido di speranza soltanto per la Chiesa, per i credenti. Essa racchiude un messaggio anche per la città degli uomini, per questa città e territorio. E’ un inno alla vita, quello che si sprigiona dalla festa odierna. Un inno a non rassegnarsi. Oggi infatti si proclama in Maria che il male morale e sociale, la barbarie, l’ingiustizia, causa vera della crisi attuale, come pure ogni nefandezza e malaffare che pur sembrano dilagare, possono essere vinti. Con Dio, per chi crede in Lui. Seguendo con onestà i dettami della propria coscienza, per ogni uomo di buona volontà. Stringendoci comunque insieme nell’abbraccio solidale di persone che finalmente si riconoscono fratelli e fratelli soprattutto di chi non pare essere tale. Maria SS. concepita senza peccato originale è invito a credere alla giovinezza perenne della vita, a ritenere possibile ciò che sembra impossibile. E’ un invito forte e chiaro a vincere la rassegnazione e lo sconforto, a non inaridirci ripiegandoci nella cura dei nostri interessi individuali e nel cinismo, è invito invece a darci da fare con tutta la fantasia, l’energia e l’ostinata generosità possibile, per trovare insieme soluzioni ai problemi che diano dignità ad ogni essere umano e realizzino un mondo più giusto, dove ci sia soprattutto in questo momento, lavoro, “progresso sociale, pace duratura e libertà religiosa” per tutti. (Preghiera universale del Venerdì Santo)

Ed ora, riprendendo la celebrazione eucaristica, nella commozione di questo momento, lasciate che ricordi almeno gli ultimi pastori che con grande dedizione e amore hanno guidato questa santa Chiesa di Pistoia e che anch’io ho avuto modo di conoscere e che conosco: Il Vescovo Simone e il Vescovo Mansueto. Quanto di bene hanno seminato, ha portato e porterà frutto abbondante. Ne sono certo.

Infine, permettetemi di ricordare ancora una volta in modo del tutto speciale chi ho incontrato quest’oggi, prima di salire all’altare. In particolare i malati, i detenuti, i fratelli e le sorelle della mensa, i disabili. Assieme a loro, voglio ricordare al Signore in questa Eucaristia chi nella vita sta incontrando difficoltà, materiali o spirituali, i più dimenticati di tutti, come pure tutti quelli che provengono da altre parti del mondo e sono in mezzo a noi in cerca di pane e dignità. Tutti, voglio portare qui con me, con noi, attorno alla mensa della parola e del pane di Dio. Perché a nessuno si spenga nel cuore la speranza».

 

Oggi pomeriggio, in occasione dell’ingresso ufficiale in città del nuovo vescovo di Pistoia Fausto Tardelli, il sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli gli ha rivolto il suo saluto, in piazza del Duomo.

Ecco il testo del saluto del sindaco.

Rivolgo volentieri, in questa occasione solenne, il benvenuto dell’intera città di Pistoia al nuovo Vescovo Fausto Tardelli.

Ho già avuto modo di incontrarlo, e accoglierlo, durante una sua visita in Palazzo comunale, nello scorso mese di ottobre.

Una visita che mi ha piacevolmente sorpreso, non soltanto per la gradevolezza dell'incontro, seppur breve, ma anche, e forse soprattutto, per lo stile con il quale Egli ha voluto proporla, senza alcuna anticipazione, né accompagnamento.

Dietro questo Suo gesto, così semplice e umile, persino irrituale, si cela - mi pare - un invito alla spontaneità e un richiamo a fare compiuto ritorno alle cose più essenziali. Una salutare indicazione - che pienamente intendo corrispondere - volta a cogliere il valore autentico dell’incontro. Un appello ad andare verso l’altro senza mediazioni, presentandosi per come si è, e ad accogliere l’altro non per come si vorrebbe che l’altro fosse, ma per come esso effettivamente è, e si presenta. A non temere l’incontro, ma a cercarlo, leggendo nel volto dell’altro la nostra infinita responsabilità nei suoi confronti.

Un messaggio – questo – che risuona anche nell’ “eccomi” che ha voluto rivolgere a tutti noi nella sua intensa lettera di saluto alla città di Pistoia; “eccomi – scrive Monsignor Tardelli - con tutta la mia persona tra voi”.

È allora davvero il "tempo di andare". E di andare insieme. È il tempo di un nuovo cammino, che inizia oggi, e che tutti siamo chiamati a percorrere, nessuno escluso.

Nel travaglio di questo passaggio, torniamo a rivolgere un pensiero grato e affettuoso alla figura, lontana ma vicina, di Monsignor Mansueto Bianchi, e idealmente abbracciamo tutti i sanminiatesi, sorpresi con il loro Vescovo dal cambiamento che ora ci unisce a loro, sicuri che troveranno presto una nuova guida, e un nuovo orientamento verso il futuro, obbedendo così – loro come noi – a quella regola vitale del mutamento, propria anche della vita degli organismi collettivi, che sfida ogni nostra abitudine e frequentemente ci provoca, mettendoci su nuovi ed imprevedibili sentieri.

Oggi, dunque, l’intera comunità cattolica pistoiese, che ha trascorso - dopo alcuni mesi di inquietudine e disorientamento - settimane di gioiosa attesa, è riunita nella piazza principale della città, davanti alla cattedrale di San Zeno, per accogliere in forma ufficiale, finalmente, il suo nuovo Vescovo.

A questo messaggio di benvenuto, corale e popolare, voglio unire il saluto laico, disponibile e aperto, fiducioso e carico di rinnovata speranza, della Municipalità, di tutte le istituzioni del territorio e di tutti i pistoiesi.

Ma il Suo vero ingresso in Città, caro Vescovo, nel cuore della Città, è già avvenuto. Ed è avvenuto, significativamente, prima del Suo insediamento ufficiale di questo pomeriggio. Sono e siamo infatti lieti che Ella, nel solco sempre più profondamente segnato dalla Chiesa di Francesco, lungo un tracciato già percorso da Mansueto, abbia voluto incontrare, nelle prime ore trascorse nella Sua nuova diocesi, i nostri concittadini più fragili e più bisognosi di cura e di attenzione. Che abbia voluto iniziare il Suo nuovo cammino dai luoghi nei quali si esprime, attraverso le sue molteplici espressioni, la sofferenza, troppo spesso dimenticata, e in alcuni casi persino rimossa – sintomaticamente rimossa - dall'immaginario collettivo del presente che abitiamo, difficile da abitare anche perché inciso da questa rimozione.

Senza i reclusi, gli ammalati, i poveri, coloro che sono afflitti dalla disabilità, non si darebbe alcuna comunità. Né la città potrebbe esistere smembrata del suo ospedale, e di tutti gli altri luoghi della cura e della riabilitazione attiva, per chi ne abbia bisogno, alla pienezza della vita. Questa stessa festa, la ritualità antica che oggi si rinnova, non avrebbe il senso ed il sapore che invece ha, se tutti coloro che non possono essere fisicamente presenti qui con noi ora, non fossero invece, con noi e prima di noi, già parte costitutiva e irrinunciabile di questa celebrazione.

Ancora più radicalmente - con un altro gesto di apertura e saggezza che ho e abbiamo molto apprezzato - Ella ha voluto rivolgere il Suo "più caro saluto" a "tutti, credenti e non credenti, a qualsiasi fede o religione appartengano, da qualsiasi nazione del mondo provengano". Questo Suo saluto, così largo, ci ricorda ancora una volta come solo la pluralità sia costitutiva del mondo e della città, di ogni città, e ci conforta nell'impegno di ogni giorno inteso a rispondere al disagio che attraversa anche la nostra democrazia con un più tenace e appassionato spirito democratico, consapevoli come siamo che il futuro della democrazia consiste esattamente nell'incrociarsi - e nel dialogare tra loro - dei diversi e delle diversità.

Sappiamo di essere dentro una fase della vicenda nazionale terribile e difficilissima, e sappiamo che il corpo della nazione è malato e come attraversato da una febbre alta, che vediamo ogni giorno sfogarsi, pericolosamente contagiosa. Questa febbre perniciosa si insinua attraverso le ferite che lacerano il rapporto di fiducia e reciproco affidamento che dovrebbe esservi tra i pubblici poteri e il Paese reale.

Per curare le nostre comunità e il Paese dobbiamo sapere che il primo problema da affrontare è quello del lavoro, inteso come strumento di emancipazione individuale e di affermazione della dignità personale di ognuno. La crisi che attraversiamo, infatti, è, ancora prima che economica e sociale, una crisi morale e civile. Per superarla è necessario, prima di tutto, il concorso operoso di tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, che insieme debbono ingaggiarsi in una opera diffusa di vera e propria ricostruzione morale e civile, a partire dalla ricostruzionedi una cultura dei diritti e dei doveri, consapevole della centralità della persona, e del lavoro, capace di rigenerare i legami della nostra comunità.

Si tratta di un lungo cammino che dobbiamo percorrere insieme, le istituzioni laiche e le comunità religiose.

Ella, Monsignor Tardelli ha detto di voler diventare pistoiese e – come vede – i pistoiesi La vogliono sinceramente accogliere nella propria comunità. Tuttavia, Monsignore, all’inizio di questo Suo cammino per farsi pistoiese tra i pistoiesi, sarà prezioso anche il suo sguardo non ancora compiutamente pistoiese, perché noi tutti abbiamo bisogno di occhi altri che ci aiutino a meglio comprendere i nostri limiti e i nostri errori, che ci sappiano restituire anche le nostre qualità, che ci aiutino, in definitiva, a vedere meglio ciò che siamo e che non sappiamo riconoscere. Ella troverà una comunità ferita dalle difficoltà materiali, profonde, ma desiderosa di riscatto; una comunità nella quale la Chiesa che Ella da oggi è chiamato a guidare svolge una funzione fondamentale di quotidiana, attenta, ricucitura della rete di solidarietà che unisce i pistoiesi.

È un cammino il Suo nel quale ci avrà sempre, ciascuno per il proprio ruolo e con le proprie responsabilità, di fianco; è una strada che percorreremo meglio, se la percorreremo tutti insieme, dandoci la mano.

Buon cammino, caro vescovo, buon cammino a tutti noi.

Fonte: Ufficio Stampa

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