Società partecipate, Bellini (FI): "No al capitalismo municipale. Bisogna vendere le aziende che pesano sul bilancio"


“La partecipazione di enti pubblici in società ed altri organismi di diritto privato è il retaggio di quel socialismo municipale nato a cavallo del secolo scorso dall’esigenza di provvedere all’erogazione di servizi pubblici a prezzi più contenuti rispetto a quelli di mercato ma, dopo oltre un secolo di vita, il fenomeno della proprietà pubblica delle aziende ha mutato forma e in gran parte anche obiettivi.” Inizia così la riflessione del Consigliere azzurro.

Anche la Corte dei Conti ha osservato che il fenomeno presenta ormai criticità evidenti, che “inducono a ritenere la costituzione e la partecipazione in società quale strumento spesso utilizzato per forzare le regole poste a tutela della concorrenza e sovente finalizzato ad eludere i vincoli di finanza pubblica imposti agli enti locali” (cfr. Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie, Indagine sul fenomeno delle partecipazioni in società ed altri organismi da parte di comuni e province, del. N. 14 del 22.6.2010, depositata il 30.6.2010, pag. 6)

Dal socialismo municipale (così venne definita, per sottolinearne l’aspetto attivo e dinamico, la stagione di protagonismo dei Comuni nell’economia dei servizi pubblici dopo la legge Giolitti n. 103 del 1903 sulla municipalizzazione dei servizi pubblici, che ha avuto il merito di infrastrutturale le città attraverso il ruolo attivo delle aziende pubbliche) si è passati in maniera passiva ed inconsapevole al capitalismo municipale (ovvero alla proprietà pubblica di assetti statici, mantenuti a prescindere ogni valutazione sulla permanenza di un pubblico interesse, in aziende che gravano sui bilanci pubblici e sulle tasche dei cittadini).

Inutile negare le colpe della politica nel recente passato, poiché non potendo più sfamarsi come prima con le grandi aziende pubbliche, quasi tutte passate sotto la mannaia di fantomatiche liberalizzazioni, ovvero le privatizzazioni degli anni Novanta soprattutto dai Governi Ciampi, Prodi e D’Alema (tra cui ricordiamo quelle di Iri, Enel, Eni, Telecom, Ferrovie ecc…), si è rifatta avidamente su scala locale.

E’ innegabile quindi che la classe politica locale di maggioranza, che trae dal controllo diretto di alcune imprese una delle fonti di potere, possa piegare le società partecipate a obiettivi extra-economici causando disfunzionalità e inefficienze sul piano operativo.

Ma il punto è anche un altro: gli alti compensi degli amministratori a confronto con le alte tasse soprattutto sulle attività economiche e sulle famiglie: si pensi alla Tari sugli esercizi commerciali che ha raggiunto numeri a quattro cifre.

In questo lungo periodo di recessione non è più ammissibile che un amministratore di una società con capitale pubblico, finanziato cioè dalle tasse e dalle tariffe pagate dei cittadini, percepisca un compenso sia come organo amministrativo (facciamo un esempio su dati estrapolati dal sito web di una  partecipata di zona: oltre 30.000 euro annui lordi) e quello stesso amministratore sia allo stesso tempo dirigente a tempo indeterminato magari senza laurea universitaria, della stessa azienda, con uno stipendio base di 80.000 euro annui lordi.

Anche se l’azienda non ha perdite, ma impone alte tasse, senza che per altro il Consiglio Comunale possa intervenire su quelle tariffe, quale senso ha chiamarle ancora aziende pubbliche?

Non sarebbe meglio chiamarle “pensionati per ex politici”? La soluzione? Chiudere o vendere, il mercato farà il resto.

Per quelle aziende che vanno male si deve avere il coraggio di chiuderle: una gara fornirà il servizio mancante.

Il Governo invece avrebbe l’intenzione di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere, anche quelle aziende che pur non avendo bilanci negativi rappresentano una zavorra economica.

Insomma vale sempre quel famoso slogan del lontano 1992 che lo stratega della campagna elettorale di Bill Clinton urlò allo staff elettorale per incalzare le mosse di George W.Bush., “It’s the economy, stupid” .

 

Fonte: Gruppo Consiliare Forza Italia - Comune di Castelfiorentino

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