
Gli empolesi Fabio Sani e Lorella Sostegni, da anni accademici a Dundee in Scozia, chiudono questa miniserie di interviste a universitari. Il ritratto che danno del Paese che lasciano è simile a quello che ha tracciato una settimana fa da Paolo Carloni, anche se questa coppia conosce meno il mondo accademico italiano rispetto al chimico fiorentino.
Questa settimana oltretutto compare in Toscani all'estero la prima donna. Una donna che racconta esperienze importanti, come il progetto Erasmus fatto quando non era una consuetudine.
LA SCHEDA di lei
Nome: Lorella Sostegni
Anni: 50
Cresciuta a: Empoli
Residenza e professione: Dundee Scozia, dove lavora nella Abertay university. In questo periodo è in Australia per un anno sabbatico.
Studi: Ragioneria all'istituto “Fermi” di Empoli (diploma nel 1982), laurea in Economia e commercio all'università di Firenze (1994), master in financial services all'università di Reading (UK)
Lavori in Italia: Durante l'università ha avuto alcuni impieghi saltuari nel campo della comunicazione/pubbliche relazioni
Prima esperienza all'estero: il progetto Erasmus a Reading (UK) durante l'università, nel 1992
La frase: “Ricordo che lì lo studio era pura gioia e i programmi erano molto interessanti, mentre in Italia spesso studiavo su libri scritti da professori per il solo motivo di vendere più copie”.
LA SCHEDA di lui
Nome: Fabio Sani
Anni: 53
Cresciuto a: Empoli
Residenza e professione: Dundee (Scozia), dove lavora alla University of Dundee. In questo periodo è a Brisbane (Australia) per un anno sabbatico.
Studi: Diploma nel 1980, laurea in pedagogia a indirizzo psicologico all'università di Firenze (1986).
Lavori in Italia: dopo la laurea ha lavorato per qualche anno nella Asl nel settore della salute mentale. Poi ha intrapreso
Prima esperienza all'estero: Master in psicologia sociale alla London school of economics nel 1990
La frase: Il sistema accademico italiano è nepotistico, quello anglosassone è meritocratico.
L'INTERVISTA
Lorella, ci parli del progetto Erasmus, che quando lo ha fatto lei era ancora agli inizi. Come arrivò a farlo e che ricordo ne ha?
Io avevo desiderato fin da bambina di andare a studiare all'estero, in Inghilterra. Io lo feci nel 1992 e fui fra le prime in Italia. La mia facoltà lanciò un bando e mi iscrissi subito. Non fu facile perché anche allora le richieste superavano di gran lunga i posti disponibili. Però uscì un argomento che conoscevo e vinsi il posto. Ricordo che allora la procedura per farsi convalidare gli esami era ancora molto farraginosa, però fu un'esperienza incredibile. Ricordo che lo studio lì era pura gioia e i programmi erano molto interessanti, mentre in Italia spesso studiavo su libri scritti da professori per il solo motivo di vendere più copie.
Come è maturata la decisione di andare all'estero per sempre?
Nel mio caso sarebbe stato più opportuno chiedere come è maturata la decisione di rimanerci. Io dopo la laurea feci un master, sempre a Reading. Alla fine feci domanda in una grande multinazionale in Scozia. Un lavoro molto interessante, nel quale serviva anche l'italiano. L'azienda infatti aveva anche delle filiali in Italia e per questo mi mandavano spesso in Italia. Nel frattempo Fabio aveva finito il Phd, avevamo deciso di mettere su famiglia e a quel punto quel lavoro non era più quello adatto a una donna con figli piccoli. Comunque da allora non sono più tornata in Italia a lavorare.
Come si è inserita nel mondo accademico?
A questo proposito devo dire che a quei tempi era molto diverso. Io sono riuscita a entrare nel mondo accademico senza un phd, cosa che adesso non sarebbe possibile. Quelli in generale erano tempi in cui inserirsi era molto più facile. Io entrai sostituendo una persona in malattia. L'anno successivo mi contattarono dicendo che c'erano ancora delle ore di insegnamento e l'anno successivo mi offrirono un contratto a tempo indeterminato, senza neanche un concorso.
Nella tua esperienza, qual è la principale differenza fra il mondo del lavoro italiano e quello estero?
La semplicità dell'inserimento. Ripeto, erano gli anni '90, che sono lontani in tutti i sensi. Però io trovavo un lavoro dietro l'altro, uno migliore dell'altro. Quello per la multinazionale in questo senso era stato l'ultimo di una lunga serie.
In quel periodo ricordi qualche significativa conversazione con amici italiani.
In generale c'era per me una grande ampiezza di orizzonti che in chi era rimasto in Italia non c'era assolutamente. Io tornavo in Italia ogni estate con un lavoro diverso, mentre all'epoca la mentalità italiana era quella di cercarsi un lavoro e non cambiarlo per tutta la vita.
La parola passa quindi al marito di Lorella Fabio Sani, che dopo la laurea a Firenze e una breve esperienza come psicologo alla Usl di Empoli ha percorso con successo la carriera accademica. Stessa domanda: nella sua esperienza, qual è la principale differenza fra il mondo accademico italiano e quello estero?
Innanzitutto in Scozia c'è la possibilità di fare ricerca perché ci sono i fondi e i mezzi. Però è troppo semplice ridurre tutto alla mancanza di soldi, il problema è più ampio. Io affermo senza timore che nelle università italiane, nel mio settore, c'è una larga fascia di incompetenti. Persone che non conoscono la disciplina della quale si occupano, ma sono arrivati alla posizione che occupano servendo qualcuno, facendogli le fotocopie o da portaborse. Molte di queste persone, non tutte ma la tendenza è quella, sono in quelle posizioni senza neanche una pubblicazione internazionale di rilievo. Alcune di queste persone non sanno nemmeno leggere bene l'inglese, dunque non sono in grado di leggere le riviste internazionali e rimanere aggiornate. Queste persone non possono che circondarsi di mediocri, perché bravi e competenti li oscurerebbero. In Gran Bretagna invece devi pensare solo a far bene ed essere bravo, poi le cose accadono da sole. Certo, anche qui ci sono atenei deboli e non tutti i docenti sono pieni di talento, però di sicuro il livello medio è enormemente più alto. Qua il sistema è alla fine anche meno stressante, devi pensare solo a fare bene il tuo lavoro, a realizzare pubblicazioni di livello internazionale ed ad attrarre fondi di ricerca. Sai che se fai questo non avrai problemi.
Torneresti a lavorare in Italia?
No, perché non fido del sistema accademico italiano. Alcuni anni fa venni invitato da un'università per una serie di lezioni e in quell'occasione mi fu offerta la possibilità di usufruire di una di quelle leggi per il rientro dei cervelli. Non presi neanche in considerazione l'ipotesi perché era un contratto di due anni, forse rinnovabile. Chi lascia un lavoro ben pagato a tempo indeterminato per un contratto di due anni?
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