
Una laurea in ingegneria a Pisa e, dopo, la ricerca di un lavoro. Sembrava questa la strada di Claudio Fanciullacci, 30 anni, empolese adesso ingegnere a Londra per Immarsat. Tutto è cambiato quando un amico di università gli ha detto di andare con lui a fare un Erasmus. All'inizio era titubante, quasi non voleva partire. Dopo due settimane in Olanda non era più lo stesso, e non è più tornato.
LA SCHEDA
Nome: Claudio
Cognome: Fanciullacci
Anni: 30
Studi: liceo scientifico Pontormo di Empoli, laurea in ingegneria delle telecomunicazioni a Pisa, gli ultimi sei mesi alla Delft university of Technology (Olanda)
Residenza e professione: vive a Londra dove lavora per Inmarsat. Prima lavorava a Parigi per Eutelsat.
La frase: Non dobbiamo meravigliarci che gli italiani vadano all'estero, dobbiamo chiederci perché gli stranieri non vengono in Italia.
L'INTERVISTA
Hai lavorato in Italia?
Le mie esperienze di lavoro sono state quelle dei lavori svolti mentre facevo l'università: apprendista installatore di impianti di condizionamento, o alla Coop con un contratto per il solo sabato.
Quando e in che modo hai deciso di andare all'estero?
Quando mi sono iscritto all'università non pensavo certo di andare all'estero. È stata più che decisiva l'esperienza dei sei mesi di progetto Erasmus., che un amico ha insistito per farmi fare. Io all'inizio ero un po' titubante, invece quando ero partito da due settimane tutte le paure se ne erano andate.
Raccontaci il tuo percorso professionale all'estero.
Adesso lavoro a Londra a Inmarsat, un operatore satellitare che si occupa di comunicazioni con mezzi mobili, procura connessione dati o voce ovunque tu sia nel mondo. Prima ho lavorato per cinque anni e mezzo a Parigi a Eutelsat, altro operatore satellitare ma televisivo.
In base alla tua esperienza, che differenza c'è fra il mondo del lavoro italiano e quello estero?
Innanzitutto per quello che ho detto prima, posso confrontare il mio lavoro con i racconti dei miei colleghi e amici italiani. Potrei parlare dello stipendio, ma sarebbe riduttivo. Quello che noto qua, sia a Londra che a Parigi, è la grande libertà e indipendenza che danno agli ingegneri e in generale ai dipendenti. Qua mi lasciano andare in riunione con i clienti da solo e rappresentare la parte tecnica di operatori satellitari che comunque hanno alle spalle fama e importanza. In Italia invece so che un ingegnere è visto più spesso come un tecnico che deve timbrare il cartellino e fare le sue ore. Qua vieni pagato per la qualità di lavoro che fai, non per la quantità. L'altro aspetto importante è la grande fiducia che viene data ai giovani. Qua non guardano l'età ma soprattutto quello che hai fatto finora e come sai produrre.
La tua storia professionale fa pensare che l'impatto con l'università olandese sia stato molto importante. Quali differenze vedi con i percorsi accademici italiani?
Secondo me la preparazione dell'università italiana è di altissimo livello. Ingnegneria a Pisa forma tantissimo, aiuta a riflettere sulle formule senza limitarsi a insegnarle. Il problema sono i laboratori, che assolutamente non sono al livello della preparazione degli studenti. L'università olandese però mi ha permesso di imparare molte altre cose, la prime delle quali è che dobbiamo avere un approccio diverso all'università. A Delft avevamo il pub dove andavamo a bere con il professore alla fine della lezione. Il docente che fino a poco prima ti aveva spiegato la formula, dopo beveva una birra con te parlando del più e del meno. L'altra grande differenza è che là le facoltà hanno legami strettissimi con le aziende. Ricordo che il ragazzo con cui stavo preparando la tesi ha fatto 17 colloqui di lavoro prima ancora di laurearsi.
Torneresti a lavorare in Italia?
Oggi grazie ai voli low cost e ai social network si è lontani ma non lontanissimi; però mi ci vedo tornare in Italia. Il futuro in generale non vedrà l'italiano in Italia e il francese in Francia. Secondo me non dobbiamo meravigliarci che gli italiani vanno all'estero, dobbiamo chiederci perché gli stranieri non vengono in Italia. Mi piacerebbe vedere anche gli stranieri nel nostro Paese. Per rispondere, dico che sì, mi vedo tornare in Italia, però si devono creare le condizioni giuste.
Cosa ti manca dell'Italia?
Gli amici e la famiglia innanzitutto. Poi sarò banale, ma mi manca molto il cibo. Inoltre mi manca la semplicità delle persone. Molte volte in una grande metropoli come Londra o Parigi, le città in cui ho vissuto, l'individuo su perde un po' nella moltitudine. In una realtà come Empoli invece ci sono quelle persone semplici, positivamente semplici, che ti fanno sentire a volte più ricco di ogni altra cosa.
Il voto alla tua vita adesso e uno alla tua vita in Italia prima di partire
Io sono un ottimista, do sempre 10.
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