
Di seguito l'omelia del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, pronunciata nella cattedrale di Santa Maria del Fiore in occasione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore.
"La celebrazione liturgica della Domenica delle Palme, dopo il gesto gioioso che ci ha introdotto nella chiesa con rami di palma ed olivo, è dominata dalla proclamazione della Passione del Signore. Essa assume particolare rilievo oggi nella nostra cattedrale per il ritorno del Crocifisso di Benedetto da Maiano, restaurato dall’Opificio delle Pietre Dure per mandato dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Ringraziamo quanti hanno collaborato a questa impresa e cogliamo il messaggio che viene dalla ricollocazione del Crocifisso a capo del nostro presbiterio per illuminare la nostra fede nel «profeta Gesù, da Nazaret di Galilea» – così lo hanno acclamato le folle all’ingresso in Gerusalemme (Mt 21,11) –, in cui riconosciamo il Figlio di Dio fatto uomo, messo a morte sulla croce al termine di un ingiusto processo associato a umilianti vessazioni e violenze.
Il colore dipinto da Lorenzo di Credi, che l’opera di restauro ci ha restituito, dona al corpo di Cristo, scolpito da Benedetto da Maiano, quella naturalità che la bronzatura ottocentesca aveva in qualche modo velato, trasformando l’umanità del Signore in una figura trascendente. Si rischiava così di oscurare la realtà del mistero di umiliazione e svuotamento di cui ci ha parlato il testo della lettera ai Filippesi: «[Cristo], pur essendo nella condizione di Dio, […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).
La nostra fede ha come fondamento questo mistero di perdita di sé, con cui il Figlio di Dio ci mostra quanto grande sia l’amore del Padre per noi. Solo la concretezza, dolorosa e sconvolgente, della passione del Signore è capace di svelare la misura di questo amore. Ne sono ben consapevoli gli evangelisti che, rimanendo fedeli ai fatti, nulla tolgono alla brutalità della sorte a cui Gesù viene condannato, ma si preoccupano di aiutarci a comprendere il significato dell’assoggettarsi del Signore alla volontà omicida di chi lo rifiuta e ne vuole non solo la condanna ma fin l'annientamento. In quest’opera di comprensione il vangelo di Matteo fa continuo ricorso alle Sacre Scritture, come parole che illuminano gli eventi e ne svelano il potere salvifico: proprio nell’accettare di diventare vittima degli uomini, il Figlio di Dio compie la salvezza promessa e attua le profezie a suo riguardo. Ci è così indicata nell’ascolto della parola di Dio la strada da percorrere per entrare nel mistero della passione del Signore e il modo quindi per far nostra la salvezza che ne scaturisce.
Il ricorso alle Scritture permette all’evangelista anche di sottolineare come Gesù entri con consapevolezza nella sua passione: egli conosce le Scritture e quindi sa cosa lo attende per essere ad esse fedele, cioè fedele al disegno del Padre che in esse era stato annunciato. La passione del Signore non è un incidente sul suo cammino tra noi, ma l’esito di una volontà di obbedienza al Padre e di amore verso l’umanità che è il senso stesso dell’esistenza di Cristo nel tempo.
Lo scopo di questa volontà di dono è descritto nella visione conclusiva della Passione: dalla croce innalzata sul Gòlgota, Gesù «gridò a gran voce ed emise lo spirito» e allora «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa» (Mt 27,50-53). L’immagine apocalittica ci rivela che quella morte ha in sé il germe della risurrezione del mondo, l’inizio di un mondo nuovo, modellato sul volto pieno d’amore del Crocifisso, a cui si rivolge lo sguardo dei pagani – il centurione e i suoi commilitoni –, che così si aprono alla fede: «furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio”» (Mt27,54).
È lo sguardo che la liturgia chiede che l’assemblea in preghiera rivolga al Crocifisso, perché riconosca di attingere da lui il dono della salvezza, che i sacramenti comunicano, e perché da lui apprenda a condividere la propria esistenza per i fratelli nell’obbedienza al Padre. A dare particolare visibilità a questo orientamento dell’azione liturgica, quest’oggi anche chi presiede la celebrazione, nella preghiera eucaristica, si volgerà con tutta l’assemblea verso il Crocifisso, facendo dell’immagine del Signore il vertice della Chiesa tutta in preghiera".
Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze
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