Riforma Senato e Titolo V Costituzione, il dibattito con Bugli, Venturi, Benedetti, Antichi e Rossi, poi gli altri a seguire

Il consiglio regionale

Da tempo le Regioni chiedevano la riforma del Senato e la riscrittura del Titolo V della Costituzione, quindi, secondo l’assessore alla presidenza Vittorio Bugli, è positivo che questo avvenga in un unico contesto, significativo per l’Italia e per la Toscana. Per la nostra Regione in particolare significa riprendere il percorso tracciato nel 1984 dall’allora presidente Gianfranco Bartolini, quando presentò al Parlamento una proposta di riforma costituzionale basata sul Senato delle Regioni.
Da qui l’invito, però, a prendere bene questo percorso, nei due sensi: nell’incoraggiamento a proseguirlo, ma soprattutto nel definirlo con chiarezza, in un equilibrio virtuoso tra tutte le parti dello Stato. Con la dignità di rappresentare quel regionalismo fondamentale per il buon funzionamento della nostra democrazia, specialmente nel processo parallelo di superamento delle Province.
Ed entrando nel merito del disegno di legge presentato dal Governo, l’assessore ha invitato a riflettere sul Senato che vogliamo e su tutta la partita del Titolo V, che rappresenta la parte più delicata della riforma. Tra le proposte avanzate, la necessità di rappresentare le comunità regionali nel loro insieme, magari pensando anche ad un voto per delegazioni regionali, che non possono essere tutte uguali; ma anche l’opportunità di salvaguardare l’equilibrio tra i due rami del Parlamento.
Sul fronte del Titolo V, le Regioni chiedono di non rinunciare a un elenco espresso di materie concorrenti, che chiariscono l’ambito di intervento della legislazione regionale, pur nel rispetto dei principi statali. E sulle materie di competenza esclusiva dello Stato occorre procedere ad uno snellimento, nella eccezionalità della clausola di supremazia. Secondo Bugli inoltre, è determinante non solo citare i titoli ma soprattutto entrare nel merito delle singole materie e delle funzioni. L’assessore ha infine chiuso il proprio intervento garantendo che la Toscana continuerà a lavorare su queste basi, con responsabilità e decisione.
Gianfranco Venturi, partendo dall’utilità del dibattito in aula, perché venga deciso insieme dove vogliamo andare, ha focalizzato il ragionamento sulla Repubblica che vogliamo, quindi sullo spirito costituente aggiornato ai tempi e poggiato sul tessuto delle autonomie.
Secondo il consigliere, la riforma del Senato così proposto e il ruolo delle Regioni vanno rivisti: il Senato non può essere una sorta di conferenza stato-regioni integrata da 21 signori, nel segno dei tagli e dei risparmi. Se si parla da tempo di riforme e adeguamento indennità, è quanto sostiene Venturi, se anche il Consiglio regionale della Toscana ha provveduto a tagliare i vitalizi e a ridurre i componenti dell’assemblea, come mai il Governo ha deciso di intervenire solo sul Senato? La Camera, così com’è, ha aggiunto Venturi, con i suoi 630 parlamentari, ha il 50 per cento in più dei membri del Congresso degli Stati Uniti e i nostri deputati hanno l’indennità più alta d’Europa.

Due sono le premesse che hanno anticipato l’intervento del vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Roberto Benedetti. La prima ha rilevato come la disputa dottrinale sul bicameralismo perfetto sia stata ormai superata dai fatti. La seconda è servita per chiarire come ci sia bisogno di una riforma e che tuttavia non la si può fare senza rispettare le istituzioni. Molti sono i dubbi che Benedetti ha espresso sul progetto in discussione. Il nuovo Senato sembra una specie di super assemblea dell’Anci, una Camera dei Lords di regia nomina e, in questo senso, il processo rischia di diventare una farsa che si abbatte sulle istituzioni.

La convinzione del vicepresidente è che questa riforma sia frutto di altre riflessioni: da parte di centri di potere che nulla hanno a che fare con la democrazia, c’è l’interesse a depotenziare le assemblee elettive. In tema di costi, infatti, il taglio che si sta portando avanti elimina una parte risibile di quelli della struttura, a dimostrazione che si parla alla pancia della gente in una deriva, secondo Benedetti, populista preoccupante. Sulla Riforma del Titolo V della Costituzione, Benedetti ha riconosciuto quanto ce ne sia bisogno ma se deve essere un taglio, un togliere i poteri alle Regioni, allora non è la strada giusta, creerebbe un pasticcio e un danno alle comunità.

Quindi un’ultima considerazione rispetto al taglio dei consiglieri operato in Toscana a detta del vicepresidente fatto in maniera eccessiva. Una riduzione era necessaria, ha chiarito, ma non tanto stringente da rischiare di comprimere ed inficiare la rappresentatività dei territori.
Partendo da un riferimento personale, per collocare il dibattito nel suo contesto, Alessandro Antichi ha ripercorso l’inizio della propria esperienza politica ricordando come 21 anni fa si ritrovava con un gruppo di amici e iniziava un percorso che già guardava al rinnovamento dello Stato, alla rivoluzione nelle Istituzioni, al rovesciamento del rapporto tra Stato e cittadini.

Antichi ha anche ricordato come dieci anni dopo, nel 2005, quel percorso si concretizzò in un disegno di riforma delle Istituzioni repubblicane approvata dal Parlamento il 18 novembre. Un disegno che metteva ordine tra competenze Stato/Regioni la cui confusione è oggi unanimemente riconosciuta. Si metteva fine, ha continuato, al bicameralismo perfetto, si razionalizzava e velocizzava la procedura di formazione delle leggi, si stabilivano norme che introducevano regole per un premierato forte e antiribaltone confermando che è in mano ai cittadini il potere di scelta di chi deve governare. Il disegno riduceva anche il numero dei parlamentari ma quella riforma vide l’opposizione di quelle che Antichi ha definito le vestali della Costituzione che mobilitarono la piazza e le forze della conservazione.

Al referendum conservativo, infatti, oltre 15 milioni di italiani votarono contro e dissero no alla riforma delle Istituzioni repubblicane. Dopo dieci anni, ha continuato il consigliere, ripartiamo da lì. Il tempo e le occasioni perdute, ha ricordato, dovrebbero insegnare che se si deve discutere, lo si deve fare per migliorare non per impedire, dando per scontato che la direttrice è quella giusta. Semmai, ha rilevato, discutiamo dei dettagli ma senza opporci ad una necessità che da decenni è impellente. Antichi ha quindi confermato di stare dalla parte di chi vuole meno Stato, meno politica, meno politici e meno pagati, meno intermediazione pubblica, meno interposizione burocratica, meno tasse e meno spese, più spazio ai cittadini. Anche se tutto questo arriva da un Governo di segno diverso.

Sul Titolo V della Costituzione, Antichi ha ribadito come debba essere ridefinito e le proposte messe in campo vanno bene. Non è possibile, infatti, far diventare le assemblee regionali baluardi della conservazione per difendere il diritto, per esempio, di opporsi a decisioni strategiche prese per le grandi opere. Il riferimento era all’autostrada tirrenica che, a detta di Antichi, rappresenta una Val di Susa al contrario vista l’opposizione delle istituzioni. Per il consigliere, infine, ben vengano le revisioni delle competenze e dei poteri per applicare, finalmente, una sussidiarietà seria. Siamo arrivati al momento, ha concluso, in cui chi vuole veramente la riforma lo deve far vedere in maniera conseguente discutendo con attenzione a quelle che sono le articolazioni di cui si compone.
Secondo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, occorre dire no al nuovo centralismo romano.

Il progetto di riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione non deve essere fatto attraverso il riaccentramento del governo delle decisioni e della loro implementazione. Riconoscendo un impianto positivo, il presidente si è detto non contrario ad introdurre in Costituzione il concetto di comunità regionali. L’orientamento volto a ridefinire i poteri delle Regioni nasce infatti dal fallimento di un federalismo degli staterelli, come lo ha definito Rossi, travolto dalla crisi della globalizzazione, dal governo centrale che vi ha scaricato i suoi costi finanziari, e da comportamenti eticamente disdicevoli. Il neocentralismo è quindi una nuova illusione che il Paese rischia di correre e su questo, per Rossi, occorre alzare la voce perché in gioco c’è il governo dell’Italia e le esigenze dei settori economici e sociali. Secondo il presidente, non esiste il rischio di una svolta autoritaria anzi, piegare il dibattito su questo profilo è sbagliato.

Ricordando come sia dagli anni ’70 che la politica cerca di riformare le istituzioni, ha rilevato che già allora, e negli obiettivi del suo partito, tra le proposte in campo c’erano anche quelle che prevedevano il monocameralismo con un Senato che fosse rappresentanza dei territori e il superamento delle province. Il nuovo Senato che dovrebbe trattare anche le normative europee, è visto bene da Rossi considerato che si è perso il controllo politico sull’attuazione delle norme comunitarie. Tuttavia, ha rilevato, insieme al dibattito su come funziona lo Stato, occorre avviare la discussione anche su come funziona il campo intermedio. Dichiarando di stare nel solco della Riforma, Rossi ha chiarito di guardare ad un nuovo regionalismo, meno astratto, meno borioso, più forte e più presente.

La proposta di riforma del Senato in senso federalista è motivo di soddisfazione, secondo il giudizio espresso in Aula dal consigliere Antonio Gambetta Vianna. Secondo il consigliere, il premier Renzi sta riuscendo laddove altre forze politiche hanno fallito per vent’anni. Gambetta Vianna ha anche ricordato che il federalismo promosso negli anni passati ha solo contribuito a destabilizzare il paese, ma nonostante questo il federalismo deve essere la via da seguire, proprio facendo tesoro degli errori del passato. Riguardo alla proposta del nuovo Senato delle autonomie, Gambetta Vianna ha raccomandato la necessità di fare chiarezza sulle competenze esclusive che resteranno alle Regioni e sulla legislazione concorrente, che ha creato molti paradossi. Gambetta Vianna ha sollecitato che si taglino gli sprechi del vecchio Senato, legati ai costi dei dipendenti e dei dirigenti, e che si eviti di dare al nuovo Senato un’impronta centralistica, ad esempio attraverso la nomina di 21 personalità da parte del Presidente della Repubblica. Giudicata come positiva, infine, l’abolizione del Cnel.

Secondo Marco Manneschi, il Consiglio regionale della Toscana sta affrontando la discussione con lo spirito dell’assemblea legislativa e della leale collaborazione tra istituzioni. Il consigliere ha espresso perplessità sul fatto che si stia procedendo alla riforma sotto la spinta dell’opinione pubblica, perché questo non è il modo migliore per procedere alle riforme. Ma a un processo riformatore non ci si può più sottrarre, ha rilevato Manneschi, e quindi all’assemblea toscana spetta di contribuire, riprendendo le affermazioni del presidente Rossi, con una spinta costruttiva. Le Regioni, sempre secondo Manneschi, devono dare un contributo all’insegna della ragionevolezza e in questo senso va corretta la proposta di una rappresentanza paritaria tra le Regioni e va affrontato un intervento verso il superamento delle Regioni a Statuto speciale. In questo senso servirà forte autorevolezza, perché il peso politico delle Regioni, a causa di scandali piccoli e grandi, è pari a quello di un uccellino.

Il consigliere Marco Taradash ha giudicato l’intervento del presidente Rossi, da Senato delle autonomie più che Consiglio regionale e a suo parere ha rafforzato la convinzione che la proposta di riforma del Governo sia positiva. Confermata l’idea che o si va in questa direzione, oppure si devono abolire le Regioni, ha osservato Taradash, che ha giudicato positivamente la proposta che il nuovo Senato non sia un organo elettivo. Circa la rappresentatività delle Regioni all’interno del Senato, il consigliere giudica giusta la proposta del Governo, positivo che si vada al superamento del bicameralismo perfetto, perché così funzionano le democrazie per dare competitività economica e politica agli Stati. Sulla questione delle indennità, Taradash ha rilevato un eccesso di ricerca del consenso e si è detto contrario al taglio dei deputati, perché con una sola Camera il principio della rappresentatività degli italiani va salvaguardato, altrimenti si fa del populismo.

Di progetto di riforma in gran parte condivisibile ha parlato Giuseppe Del Carlo, che giudicando positiva l’accelerazione impressa, ha messo in guardia da una certa emotività che tende a bruciare le tappe. Secondo Del Carlo, l’appello di un gruppo di intellettuali che vede rischi in un monocameralismo con eletti a liste bloccate non va del tutto sottovalutato, perché sarebbe meglio procedere di pari passo alla riforma delle istituzioni e della legge elettorale, e non procedere per binari separati. Del Carlo giudica un limite il superamento delle Province così come proposto, perché cancella i Consigli, ma lascia inalterati i costi degli apparati. Da rivedere, secondo il consigliere, il criterio della rappresentatività delle Regioni dentro il nuovo Senato, mentre sulle indennità si insiste troppo, ma non si dice nulla sulla necessità di tagliare le aziende pubbliche inutili. Del Carlo ha concluso sottolineando la necessità di evitare solo la caccia alle Regioni e ai Consigli regionali e di sostenere quanto ha affermato Rossi, cioè che non si vuole giungere a un nuovo centralismo romano.

Il consigliere Paolo Marcheschi ha sottolineato come la questione delle riforme sia stata posta male, dividendo i fronti fra ‘dinosauri’ e innovatori, quando invece esistono basi comuni e comunità di intenti su cui lavorare. Secondo Marcheschi invece che davanti a una stagione delle riforme sembra di essere davanti agli ultimi giorni dei saldi, in cui ci si affretta a comprare quello che è rimasto disponibile. Ancora, il consigliere ha spiegato che a parer suo il vero problema non è quello dei costi, ma quello dell’efficienza delle istituzioni democratiche, perché se esse funzionassero bene nessuno chiederebbe quanto costano. E’ necessario secondo Marcheschi che la riforma sia definitiva e non faccia danni e che si abbia il coraggio, se si ritengono Senato e Province enti inutili, di abolirli del tutto invece di trasformarli in feticci senza senso.

Secondo la consigliera Monica Sgherri se è vero che c’è stato un ritardo nell’affrontare le riforme, adesso il rischio è quello di fare le cose in modo frettoloso. Sgherri ha ribadito che a suo parere la riforma del Senato non può essere disgiunta dal combinato disposto della legge elettorale ed ha espresso grande preoccupazione per un periodo, riferibile come ‘terza Repubblica’, che nasce sotto il segno dell’esclusione. Da un lato l’Italicum presenta gli stessi estremi di incostituzionalità delle stesse norme  elettorali già dichiarate incostituzionali, e comunque la legge maggioritaria ha portato a una compressione della rappresentanza e l’abolizione delle preferenze a mettere tutte le scelte in mano a pochi politici. Dall’altro accompagnare adesso alla riforma in discussione una legge elettorale per cui con il 35% si ha la maggioranza, rischia di consegnare il potere a una minoranza del paese. Quanto al Senato delle autonomie, Sgherri ha sottolineato che la trasformazione di molti enti in organismi di secondo grado è funzionale a togliere al cittadino il diritto di votare. Si tratta dunque di una riforma da correggere profondamente.

La consigliera Daniela Lastri ha invece ricordato le proposte fatte da alcuni gruppi di lavoro, che in alcuni casi prevedono un numero di deputati e senatori inferiore a quello della proposta attuale, la quale pertanto non rappresenta l’unica soluzione possibile e necessariamente la migliore. Per Lastri il meccanismo indicato dalla proposta di riforma è tale che con il premio di maggioranza il premier avrà un forte potere in Parlamento e il Senato difficilmente potrà far valere la propria voce; dunque non esiste bilanciamento, si va verso un governo totalizzante. Ancora, ha osservato la consigliera, il regionalismo viene colpito, malgrado non tutte le Regioni lo meritino. La Toscana non è né sprecona né inefficiente, e del resto è difficile poter affermare che in questi anni lo Stato, per parte sua, abbia agito bene. La consigliera ha messo in dubbio che la Repubblica possa fondarsi solamente su uno Stato centrale, e ribadito che dunque è necessario pensare a un Senato a base regionale e con poteri forti.

Il confronto in Aula è proseguito con Pieraldo Ciucchi, che si è detto favorevole al sistema del bicameralismo perfetto. Secondo Ciucchi, non solo questo Governo non è emanazione del voto popolare, ma la Costituzione, ha aggiunto, non è del Governo bensì del popolo italiano. Il Senato, secondo Ciucchi, deve rimanere elettivo. Se si vogliono ridurre le spese connesse a Camera e Senato, ha detto, possono essere ridotti il numero di senatori e deputati, ma non bisogna abolire il Senato della Repubblica o trasformarlo in una Camera di rappresentanti nominati dalle Autonomie locali.

Ivan Ferrucci, dopo essersi detto d’accordo con quanto affermato dalla Giunta regionale, ha precisato che sulla proposta del Governo è utile svolgere un approfondimento. Proprio la mancanza di riforme, secondo Ferrucci, ha infatti creato un distacco fra Istituzioni e cittadini che adesso va colmato. Se in passato si è usato lo strumento della Bicamerale, se poi siamo passati alle riforme costituzionali da compiere a maggioranza, è perché la necessità di attuare le riforme istituzionali, presente fin dagli anni Ottanta, è un elemento ormai imprescindibile nella vita politica italiana.

Gabriele Chiurli si è dichiarato in sintonia con quanto esposto da Ciucchi e ha sottolineato la sua contrarietà ad ogni ipotesi di trasformazione del Senato in una Camera non elettiva. Secondo lui, ciò rappresenterebbe un passo verso una forma neanche troppo velata di autoritarismo se non addirittura di dittatura. Va semmai valorizzata, per Chiurli, la partecipazione diretta dei cittadini alla vita e alle scelte democratiche.

Marina Staccioli, che pure si è detta non aprioristicamente contraria a riforme costituzionali anche importanti, ha ricordato che il bicameralismo fu introdotto dai costituenti come argine contro eventuali derive autoritarie. La trasformazione del Senato in Camera non elettiva, proprio per far funzionare al meglio il sistema democratico, andrebbe accompagnata ad esempio dall’elezione diretta del presidente della Repubblica, in modo da rendere effettiva la partecipazione e le scelte dei cittadini. In mancanza di simili accorgimenti e correttivi, secondo la Staccioli, la riforma costituzionale presentata dal Governo, oltretutto nominato e non espressione del voto popolare, risulta monca e quindi non sottoscrivibile.

Mauro Romanelli è partito con l’affermazione che il bicameralismo è sempre stato da lui inteso come un ostacolo alla possibilità di governare in modo snello ed efficace. Tuttavia, se assommiamo la riforma del Senato all’abolizione delle Province e all’indebolimento delle Regioni, ha precisato Romanelli, ne esce un quadro in cui è ben comprensibile la preoccupazione espressa da intellettuali o costituzionalisti del calibro di Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà.

Ha concluso il dibattito l’intervento di Marta Gazzarri. La consigliera ha affermato che il Senato delle Regioni andava fatto quarant’anni fa, quando furono istituite le Amministrazioni regionali, e ha chiesto di conseguenza quale tipologia di Senato oggi si vuol realizzare. E’ importante fare le cose con celerità, ha concluso, ma è anche importante farle bene nell’interesse del Paese.

È stato deciso infine in Aula il ritiro e rinvio in commissione delle proposte di risoluzione presentate da vari gruppi.

Chiurli (Democrazia Diretta) presenta risoluzione per ridurre la busta paga dei parlamentari

“Abolire il Senato e ridurre gli stipendi ai consiglieri regionali? Per contenere i costi della politica cominciamo cancellando la diaria e altri privilegi dei parlamentari”. Con queste parole il consigliere regionale Gabriele Chiurli (Democrazia Diretta) annuncia la presentazione in Aula di una risoluzione per tagliare la busta paga dei parlamentari, durante la seduta del Consiglio dedicata all’esame del disegno di legge per la riforma costituzionale.

“Questa riforma è un pasticcio generalizzato – commenta Chiurli – ma se l’intento è quello di alleggerire i costi della macchina istituzionale siamo pienamente d’accordo. E proponiamo allora di cominciare tagliando tutte quelle voci che si aggiungono all’indennità di base dei parlamentari e che fin qui sono sfuggite in buona parte alle misure di contenimento della spesa pubblica”.

“Oltre 3.500 euro al mese di diaria per soggiornare a Roma, 3.690 euro al mese a titolo di rimborso spese per l’esercizio del mandato, rimborso trimestrale per trasferimenti pari a 3.300 euro circa per chi deve percorrere meno di 100 km per arrivare all’aeroporto più vicino a casa e quasi 4mila per chi deve percorrere più strada, 1.200 euro l’anno di spese telefoniche a carico del contribuente – elenca il consigliere Chiurli – tutto ciò dovrebbe sparire o subire un netto taglio, per coerenza con lo spirito della riforma. Oppure sì, è il caso che questo Governo e questo Parlamento vadano a casa”.

Chincarini (Cd): molte perplessità sulla nuova impostazione del Senato delle automie

"Stamani in Consiglio regionale abbiamo discusso della riforma del Senato approvata lunedì dal Consiglio dei Ministri. Io rimango scettica dinanzi all'impostazione che si vuole dare al nuovo Senato delle Autonomie. Se, infatti, sono convinta che sia necessario uno snellimento non soltanto dei costi ma anche dell'iter legislativo nel nostro Paese, l'impostazione del nuovo Senato mi lascia perplessa. I Senatori, non più eletti, saranno 128, tra Governatori, Consiglieri regionali e Sindaci e questo porterà certo un piccolo risparmio.

Ma la struttura, il carrozzone, resta in piedi, e invece credo che proprio lì, pur tutelando i posti di lavoro, si dovesse intervenire per abbattere in modo decisivo i costi e avvicinarsi a quel miliardo di risparmi ventilato dal Premier Renzi. Inoltre, questa riforma non ha inteso toccare in alcun modo i numeri e le prebende dei nostri Deputati, né ha voluto modificare la disciplina, ormai superata, delle Regioni a statuto speciale. Ma c'è un aspetto che, più degli altri, mi lascia sgomenta: se i nuovi Senatori saranno chiamati a dare un parere non vincolante su tutte le leggi dello Stato in discussione alla Camera, come faranno Presidenti di Regione e Sindaci a svolgere il proprio lavoro negli Enti locali? Delle due l'una: o il nuovo Senato non sarà altro che una scatola vuota, oppure Regioni e Comuni capoluogo si vedranno privati dei loro amministratori. In ogni caso, è una contraddizione inaccettabile".

Maria Luisa Chincarini, capogruppo Centro Democratico in Consiglio regionale

Sgherri (Federazione della Sinistra - Verdi: "Combinato disposto tra nuova legge elettorale, riforma del Senato e e del Titolo V danno il segno di una nuova stagione autoritaria”

"Il combinato disposto fra le cosiddette riforme costituzionali e la proposta di nuova legge elettorale di Renzi disegna un quadro nel segno di una deriva autoritaria, che si situa nel solco di provvedimenti presi negli ultimi anni, accelerando e peggiorandoli nettamente.

La legge sulla riforma del titolo V e del Senato non può essere affrontata e capita senza vederne il rapporto stretto con la nuova legge elettorale. E’ una premessa obbligatoria.

Va ricordato che la Corte Costituzionale ha sanato un vulnus gravissimo alla democrazia annullando il Porcellum, Ebbene l’italicum ripresenta peggiorandoli gli stessi profili di incostituzionalità della legge bocciata: un abnorme premio di maggioranza e soglie di sbarramento che potrebbero dare ad una forza politica anche con il 20 – 25 % dei voti la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (da qui il pericolo che vediamo nel mono cameralismo se legato ad un possibile scenario del genere), impedendo quindi la rappresentanza del pluralismo politico, nonché liste bloccate (senza il voto di preferenza)  riproponendo un parlamento di “nominati” negando ancora una volta il potere di scelta dell’elettore. Tutto ciò in continuità, però con un peggioramento progressivo, con la china che si è assunta dall’introduzione del maggioritario nel 1993, delle successive soglie e premi di maggioranza fino alle liste bloccate,  che consegna a pochissimi la scelta della “casta” politica! 

Da una parte quindi una proposta di legge elettorale che peggiora il cosiddetto Porcellum, dall’altra un Senato non più eletto dal popolo ma camera di  secondo grado (“un orpello senza peso” come definito dal Presidente Rossi), che esprime pareri (ma ci ricordiamo che fine e che peso hanno avuto i pareri obbligatori ma non vincolanti dei consigli di quartiere rispetto agli atti del comune?!). Una camera questa composta con quote fisse che non tengono conto del diverso peso demografico delle Regioni. Un ritorno al centralismo statale sottraendo competenze alle Regioni invece di proporre un riordino serio delle competenze evitando sovrapposizioni e definendo bene  limiti d’azione. Il segno vero della proposta di riforma nel suo complesso è la riduzione quindi degli spazi elettivi. Prima con l’obbligo di esercizio in forma associata dei servizi essenziali per  i Comuni sotto la soglia di 5000 abitanti, poi lo scioglimento dei consigli provinciali (e non delle province!) e ora il Senato trasformato in un non meglio identificato ente di secondo grado.

E’ evidente che qualora anche un a forza politica riuscisse a eleggere una sua pattuglia alla Camera o in Consiglio Regionale non supererebbe la mannaia non entrando in nessun ente di secondo grado!.

Una “grande contro riforma” quindi che non aumenterà l’efficacia istituzionale, che a cerchi concentrici riduce gli spazi di democrazia, punta a un bipartitismo e all’interno di questo a rispondere ad un unico “capo”. E’ una svolta dal sapore autoritario, un riforma basata sul criterio dell’esclusione. Una riforma fatta in nome di un risparmio dei costi della politica ma che con quest’obbiettivo non c’entra nulla. Riforme ci vogliono, ma di segno ben diverso.

Invece di cavalcare strumentalmente l’onda dell’anti politica per trasformare il Senato in un guscio vuoto,  si affronti veramente la questione dei costi della politica: si riduca il numero di componenti di camera e senato, rivediamo le loro indennità legandole da subito allo stipendio del comune capoluogo, Roma (come proposto per i consiglieri regionali), ma nel contempo si faccia un riordino serio di competenze fra Stato e Regioni ripulendo dal conflitto di competenza ma senza tornare – come è la direzione della riforma - a un nuovo centralismo statale, che nulla promette di efficace ed efficiente visti i clamorosi errori, mancanze e vuoti che ha dimostrato in questo ultimo decennio (dall’assenza di una politica industriale nazionale, ai danni della riforma Fornero, solo per ricordarne alcuni)".

La Capogruppo Monica Sgherri

 

Romanelli (Sel): "L'IMPIANTO COMPLESSIVO DELLE RIFORME E' DI DESTRA"

"Premetto che sono sempre stato favorevole all'abolizione del bicameralismo perfetto, fin dagli esordi della mia attività politica. Ed è vero che la Sinistra ha sempre sostenuta questa necessità, come quella di superare le Provincie" - esordisce il Consigliere Regionale di Sinistra Ecologia e Libertà Mauro Romanelli, prendendo la parola in Consiglio durante il dibattito sulla Riforma del Titolo V e l'abolizione del Senato.

"Ma è anche vero che l'impianto delle Riforme va valutato nel suo complesso, e che le istanze riformatrici in questo Paese sono sempre state perorate dalla Sinistra ma gestite e realizzate da Destra".

"E io vedo un impianto schiettamente di destra nelle riforme renziane, che oltre ad eliminare il Senato e le Provincie indebolirebbero gravemente le Regioni, porrebbero nelle mani del Presidente del Consiglio un potere molto più forte di adesso, e ci consegnerebbero una Camera dei Deputati fatta di nominati di partito, eletti con un sistema ultramaggioritario, peggiore del Porcellum".

"uttavia, non si può non riconosce lo spirito autoritario che pervade questa riforma e che si manifesta ogni giorno nei ripetuti attacchi a costituzionalisti emeriti come Zagrebelski e Rodotà" dichiara Mauro Romanelli, Consigliere regionale di Sinistra Ecologia Libertà.

"Non condivido quindi gli attacchi e le ironie su Rodotà e Zagrebelski, dalla cui parte mi schiero, come da quella del Presidente Grasso, oggetto di un improprio richiamo alla disciplina di partito".

"Sono contento comunque che dalla maggioranza in Consiglio Regionale della Toscana venga ancora una volta, scontata la necessaria diplomazia del Pd e del Presidente Rossi verso il loro Premier, un contributo importante e positivo su temi così delicati. Abbiamo marcato la nostra diversità rispetto agli equlibri romani, proponendo una posizione costruttiva ma ferma, che non cede allo spirito liquidatorio e populista che oramai pervade le azioni del Governo Renzi" - conclude Romanelli.

Fonte: Consiglio Regionale Toscana

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