Detenuti alla messa del cardinal Betori: uno di loro legge il Vangelo. L'arcivescovo: "Chi sbaglia non ha meno dignità"

Giuseppe Betori

Un gruppo di detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano stamani ha partecipato alla messa nella Basilica di San Lorenzo, a Firenze. Il cardinale Giuseppe Betori, che ha celebrato la funzione, ha salutato i detenuti augurando che la loro ''presenza sia auspicio per incrementare esperienze di compiuta umanità nel percorso di redenzione di chi ha sbagliato ma non per questo ha meno dignità''. Durante la funziona è stata eseguita la Messa in Si minore BWV 232 di Johann Sebastian Bach, con il Coro e i Cameristi del Maggio Musicale Fiorentino.

''Alla messa - ricorda una nota - ha partecipato un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Sollicciano, grazie a uno speciale permesso premio. Le due Letture che precedono il Vangelo sono state affidate a una personalità della cultura, Sergio Givone, e a uno dei detenuti''. ''Registriamo con soddisfazione - ha concluso l'0arcivescovo di Firenze - come questo evento di fede e di arte si è arricchito di un ulteriore significato sociale, come sempre accade quando la fede è autentica e l'arte è vera''.

L'OMELIA DEL CARDINALE

"“Soli Deo Gloria” sono le parole che Johann Sebastian Bach – come anche altri musicisti dell’epoca – poneva all’inizio e a conclusione delle sue opere sacre. “A gloria del solo Dio”, ovvero “Solo a gloria di Dio”, è anche il significato di questa celebrazione, con cui si è voluto riportare nel contesto sacro e liturgico che le è proprio una musica che a tale scopo fu composta. Un gesto che permette di coglierne più propriamente il significato, in quanto offre la possibilità di collocarla nella situazione vitale per cui fu voluta, pensata e realizzata. Permette anche di arricchire la celebrazione liturgica di uno spessore di bellezza inusuale, che ben riflette il ruolo che la musica deve avere nell’azione sacra e che il Concilio Vaticano II ha così sintetizzato: «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (Sacrosanctum Concilium, 112). Un’espressione che, negli aggettivi usati – necessario e integrante –, appare assai impegnativa, nell’affermazione e nella realizzazione, e si collega all’altra con cui lo stesso Concilio riconosce «il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino» (Ivi) e ne evidenzia la ragione asserendo che «il fine della musica sacra… è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli» (Ivi).

La citazione conciliare ci riconduce così al tema della gloria. Un tema che ritroviamo anche nelle letture della parola di Dio proposte in questa seconda domenica dopo Natale. Abbiamo infatti ascoltato dall’apostolo Paolo, nella lettera ai cristiani di Efeso, che il «Padre della gloria» è «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,17), il Dio che ci ha benedetti, e quindi santificati, mediante la manifestazione del suo Figlio: «benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo… per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,3-5).

Dal «Padre della gloria» – continua l’apostolo – possiamo ricevere in dono «uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui», per comprendere «a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi» (Ef 1,17-18). Con ciò appare chiaro che la gloria di Dio è anche la nostra gloria, quella che ci è consegnata come eredità dal Figlio che ci fa figli.

È attraverso Cristo che la gloria di Dio si rende manifesta e noi ne diventiamo partecipi. La gloria del Padre risplende infatti sul volto del Figlio, per cui nel prologo del vangelo secondo Giovanni abbiamo potuto udire che l’incarnazione del Verbo, in quanto abitazione tra noi della Sapienza eterna del Padre, ci ha reso possibile contemplare la sua gloria, «gloria come del Figlio unigenito, che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14).

Lo splendore di questa gloria è come uno squarcio nel mistero stesso di Dio, in cui il libro del Siracide ha indicato la presenza di una Sapienza eterna, che presiede alla creazione del mondo e viene poi inviata a condividere la storia del popolo di Dio, in un mistero d’amore che è rivelazione del Padre e rigenerazione degli uomini. Conclude Giovanni: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).

In tal modo il tema della gloria collega, nell’orizzonte della fede, il mistero di Dio e quello dell’uomo. Dirà Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Nella vita dell’uomo, nella sua esistenza anzitutto e poi nelle sue opere si manifesta la gloria di Dio. E lo percepiamo in modo tutto singolare quando, percorrendo la via della bellezza, incontriamo le opere dei sommi artisti. Ma, continua il vescovo Ireneo, «la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio» (Adversus haereses, IV, 20, 7), vale a dire che non ogni vita è capace di farsi manifestazione della gloria di Dio, bensì solo quella che si apre alla contemplazione di Dio e del suo mistero. Di questa visione la liturgia è accesso privilegiato offerto ai credenti su questa terra. La liturgia, infatti, in quanto “opera di Dio”, cioè sua azione mediante Cristo nello Spirito attraverso la Chiesa (cfr. Sacrosanctum Concilium, 7), ci rivela il suo volto d’amore: Nel contempo, ogni “opera dell’uomo” diventa glorificazione del suo Creatore, manifestazione della sapienza che egli ha seminato nelle sue creature.

Tutto questo proclamiamo in questa celebrazione, dando lode a Dio con uno dei vertici dell’arte musicale di tutti i tempi e riannodando la trama di un’indispensabile alleanza tra l’arte e la fede, la musica e l’azione sacra. Ne era ben consapevole Johann Sebastian Bach che “Soli Deo Gloria” compose le note che ci fanno oggi gioire e godere, in un’esperienza che è insieme di preghiera e di bellezza. “Soli Deo Gloria”".

RINGRAZIAMENTI FINALI

"Al termine di questa celebrazione ho il dovere di dire una parola di ringraziamento. Anzitutto a Dio, perché condividiamo fino il fondo le parole di Johann Sebastian Bach “Soli Deo Gloria”: grati a Dio per averci dato la possibilità di rendergli gloria nell’azione liturgica e per aver posto nel cuore e nella mente delle sue creature il genio della creazione artistica.

La gratitudine si estende ovviamente a quanti hanno reso possibile questa esperienza di fede e di arte: l’Insigne Basilica di San Lorenzo, con il suo Priore mons. Angiolo Livi, che ci ha accolti; l’associazione “La Pasqua di Bach”, e segnatamente il suo presidente il maestro Mario Ruffini, che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’Ufficio Cultura dell’Arcidiocesi, e il suo direttore don Alfredo Jacopozzi, coadiuvati dal direttore dell’Ufficio Liturgico diocesano, don Roberto Gulino; al maestro Mario Ruffini siamo grati anche per l’esemplare direzione della Messa in Si minore di Johann Sebastian Bach, validamente sostenuto dai bravi coristi del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, diretto dal maestro Lorenzo Fratini, con gli egregi solisti Giulia Peri, Anastasia Boldyreva, Alfonso Zambuto e Gabriele Spina, nonché dagli ottimi maestri Cameristi del Maggio Musicale Fiorentino; ancora gratitudine si deve alla nostra Cappella Musicale della Cattedrale di Firenze e al suo valente direttore, il maestro Michele Manganelli; grazie poi all’Assessore alla Cultura del nostro Comune, il prof. Sergio Givone, intervenuto anche a proclamare una delle letture sacre; grazie, da ultimo ma non ultimi, ai detenuti di Sollicciano, presenti con una loro delegazione, anch’essi protagonisti con uno di loro nella proclamazione della Parola; ne sono grato alla direzione e alla magistratura che lo hanno consentito; anche questa presenza sia auspicio per incrementare esperienze di compiuta umanità nel percorso di redenzione di chi ha sbagliato ma non per questo ha meno dignità. Con quest’ultima annotazione registriamo, con soddisfazione, come questo evento di fede e di arte si è arricchito di un ulteriore significato sociale, come sempre accade quando la fede è autentica e l’arte è vera".

Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze

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