
"Gli insegnanti dell'istituto "Il Pontormo" di Empoli esprimono delle perplessità sul decreto, già convertito in legge, che prevede delle misure correttive nelle modalità dell'insegnamento laddove si riscontrino,attraverso dei test, delle carenze sul piano delle competenze acquisite dagli studenti.
La filosofia delle prove INVALSI, genera delle perplessità nei docenti del Pontormo, i quali ritengono che eventuali carenze registrate con i test appaiono fuorvianti rispetto alla vera natura dell'insuccesso scolastico, che a parere dei firmatari del documento, è dovuto più che ai metodi di insegnamento all'estrazione sociale, all'ambiente culturale e familiare dove vive lo studente. Il progetto prevede corsi di aggiornamento per i docenti delle classi che producono risultati negativi nei test.
Il giudizio è che questa soluzione sia, ancora una volta, inefficace, la proposta è quella di ampliare il tempo dell'offerta formativa, per chi proviene da zone di disagio culturale c'è bisogno di tempo pieno e di una didattica specifica, imporre agli insegnanti corsi di aggiornamento e nello stesso tempo ridurre il tempo scuola e formare classi-pollaio, sembra una misura contraddittoria. Quello che si teme uno spreco di denaro pubblico.
A queste perplessità si aggiunge la mancata consultazione con il mondo della scuola per cercare di favorire nel migliore dei modi la formazione degli allievi, come spesso succede le decisioni vengono prese senza consultare quelli che nella scuola ci vivono e ci lavorano. Chiediamo ad altri insegnanti di inserire il loro parere su questa iniziativa e atutti quelli che sono interessati alle problematiche della scuola".
Paolo Capezzone
LA LETTERA FIRMATA DA 24 INSEGNANTI DEL LICEO 'PONTORMO' DI EMPOLI
“Il decreto 104/13, già convertito in legge, prevede, all’articolo 16, delle misure correttive nelle modalità dell’insegnamento laddove si riscontrino delle carenze accentuate sul piano delle competenze acquisite dagli studenti. Sebbene il principio sia condivisibile, anche nell’ottica di una razionalizzazione della spesa tramite la destinazione dei fondi dove maggiormente servono, tuttavia le modalità proposte per rilevare l’insuccesso e le conseguenti misure correttive rischiano di essere del tutto inadeguate rispetto alla reale natura del
problema. La legge appena promulgata prevede infatti che:
• l’insuccesso scolastico sia rilevato tramite il test invalsi
• siano stanziati dei fondi specifici finalizzati al finanziamento di corsi di aggiornamento/formazione degli insegnanti nelle aree dove l’esito risulta non soddisfacente.
Benché a una lettura superficiale tali misure possano risultare razionali e funzionali allo scopo, riteniamo che esse non rappresentino una reale soluzione del problema. In quanto diretti operatori nel campo dell’istruzione sentiamo l’esigenza civica e morale di entrare nel merito della questione in primo luogo affinché la percezione pubblica del problema sia più completa e, quindi, per proporre dei miglioramenti a quanto previsto dalla legge, redatta inevitabilmente da personale lontano dal problema diretto; sarebbe in effetti gravissimo per il mondo della Scuola se gli intenti positivi che sembrano animare queste nuove misure si risolvessero, di nuovo, in un dispendio di energie e di soldi che rischia di essere inutile. L’esperienza personale, sviluppata attraverso anni di lavoro in istituti diversi, in realtà geografiche e sociali diverse, palesa, infatti, che l’insuccesso scolastico è generalmente dovuto all’estrazione sociale degli studenti, all’ambiente culturale in cui ci si muove e alle peculiarità di quei territori ad alto tasso di immigrazione.
Proponiamo quindi che:
• si effettui un monitoraggio adeguato della correlazione fra le caratteristiche sociali del contesto in cui si opera e il successo formativo
• Si utilizzino dei parametri che individuino le caratteristiche dei diversi contesti socio-culturali come criterio fondamentale per l’assegnazione dei fondi. Gli esiti di test specifici sulle competenze, come l’invalsi, possono essere certamente incrociati con tali parametri, ma non costituire il riferimento principale, sia perchè, comunque non centrano, come detto, il cuore del problema, sia perchè la reale validità dei test, almeno per come fino ad ora son stati proposti, sta già venendo messa in discussione da più parti nel mondo della Scuola.
• Si riconosca agli istituti, nell’individuazione delle misure correttive, l’ampia autonomia che è necessario avere a causa delle specificità dei vari contesti. Tali misure possono consistere sia nell’organizzazione di corsi di recupero, ormai resi inconsistenti dai tagli radicali sul finanziamento statale dei fondi di istituto, sia nella realizzazione di attività extracurricolari che possano promuovere l’emancipazione culturale e l’affrancamento da situazioni di disagio, sia, infine, nella sperimentazione di approcci didattici diversi da quelli praticati per i quali può rendersi necessaria una formazione appropriata che preveda, quando neessario, l’affiancamento al corpo docente di figure competenti in materia psicologica, pedagogica o sociologica.
• Si renda più efficace l’azione dell’insegnante attraverso la riduzione del numero di studenti per classe nei contesti di maggior difficoltà e dove siano presenti studenti con bisogni educativi speciali o vere e proprie disabilità certificate; in generale, infatti, riteniamo che l’azione dell’insegnante, consistendo in un lavoro di relazione, richieda un contatto tanto più diretto e un coinvolgimento tanto maggiore quanto più lo studente è privo di strumenti autonomi e di una autentica motivazione.”
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