I professionisti e la crisi: parla Sergio Paparo, presidente dell'ordine degli avvocati della Provincia

Sergio Paparo, presidente dell'ordine degli avvocati della Provincia di Firenze

"Il numero più rilevante è che negli ultimi 10 anni il reddito medio si è ridotto del 25% (dato nazionale), a fronte di una crisi che ha determinato aumenti notevolissimi dei costi"


Della crisi e delle aziende sappiamo tante cose; i sindacati mantengono alta l'attenzione sui singoli casi e spesso anche i politici se ne occupano pubblicamente. Molto meno sappiamo di quello che sta accadendo ai liberi professionisti; cioè quelle categorie che, qualche volta a torto, vengono definite di privilegiati.

 

Invece se ci sono meno soldi in giro loro sono fra i primi ad andarci di mezzo, perché prima di tagliare la spesa si tagliano l'avvocato, il commercialista, l'architetto, o anche il dentista. Si taglia nel senso che non si paga, o non ci si va. Oltretutto i liberi professionisti non hanno sindacati che fanno battaglie per loro, cassa integrazione straordinaria, e appunto, spesso neanche politici dicono una parola sulle loro difficoltà.

 

Gonews.it ha deciso di fare un piccolo viaggio fra le difficoltà dei colletti bianchi, parlando con i presidenti di tre ordini professionali della Provincia di Firenze: avvocati, commercialisti e architetti. Sentiremo da loro come se la sta cavando la loro categoria nel mezzo della recessione.

 

Questo breve viaggio inizia con Sergio Paparo, presidente dell'ordine degli avvocati della Provincia di Firenze, che apre un'altra finestra sulla crisi.

 

La crisi per gli avvocati quando è iniziata? Ricorda un momento (una notizia, un provvedimento, l'intervento di un collega a un convegno) che le hanno fatto pensare "ecco, ci siamo".

La crisi per gli avvocati non è conseguenza di un fatto specifico ma di una serie di “fenomeni” che hanno origini e tempistiche diverse, che qui posso solo provare a sintetizzare.

In primo luogo il progressivo disimpegno dello Stato dalla Giurisdizione. Nelle ultime tre legislature abbiamo avuto una serie di provvedimenti che hanno avuto come finalità principale, se non esclusiva, di ridurre la domanda di giustizia invece che aumentarne l’offerta; essendo la Giurisdizione il terreno elettivo e prioritario delle attività professionali degli avvocati è evidente che questo disimpegno ha ridotto significativamente il “mercato del lavoro” forense.

Aumenti spaventosi dei costi del contributo unificato (la tassa che ogni cittadino deve versare allo Stato per poter proporre una domanda giudiziaria), introduzione di barriere e filtri di accesso (il più eclatante la media-conciliazione obbligatoria e a pagamento), riduzione delle facoltà difensive, riduzione drastica dei finanziamenti a favore del comparto giudiziario: sono tutti interventi che hanno gravemente ridotto il “mercato” dei servizi professionali tipici prestati dagli avvocati.

In secondo luogo: l’allargamento a soggetti, non sempre professionalmente attrezzati, diversi dagli avvocati di attività professionali che per competenza e qualità delle prestazioni dovrebbero essere riservate ai giuristi; di contro l’esclusione degli avvocati da servizi professionali e competenze che ben potrebbero essere da noi svolte e che invece continuano ad essere appannaggio esclusivo e “corporativo” di altre professioni (soprattutto i notai).

Infine: la quasi assoluta equiparazione della professione forense all’attività di impresa senza che questa tendenza sia stata però accompagnata dalle misure di sostegno che invece sono riservate all’imprenditoria.

 

Avvocati e crisi, ha qualche numero a disposizione?

Il numero più rilevante è che negli ultimi 10 anni il reddito medio degli avvocati si è ridotto del 25% (il dato è nazionale, ndr), a fronte di una crisi che ha determinato aumenti notevolissimi dei costi di produzione del reddito, così riducendo ancora di più i margini di guadagno. A ciò si aggiunga una tassazione fiscale elevatissima e studi di settore non coerenti con le capacità reddituali della categoria.

 

Un episodio della crisi che la ha particolarmente colpita (senza far nomi, ovviamente).

Gli episodi sono, purtroppo, moltissimi: colleghi che sono costretti a licenziare dipendenti ed a cessare collaborazioni con i giovani praticanti, colleghi che non sono in condizione di far fronte ai versamenti contributivi, colleghi che ricorrono con sempre maggiore frequienza alla richiesta di assistenza della nostra Cassa previdenziale.

 

Crisi e numeri. Quando altri professionisti - primi fra tutti noi giornalisti - parlano di avvocati, di solito la prima cosa che dicono è: in Italia sono troppi. È vero? Che si fa?

Gli avvocati sono circa 240.000; erano meno di un terzo quindici anni fa. I laureati in giurisprudenza in questi anni sono rimasti pressoché costanti; ma mentre prima c’erano sbocchi professionali alternativi alla professione (pubblica amministrazione, terziario, imprese) negli ultimi quindici anni il 90% dei laureati in giurisprudenza non ha avuto altra opportunità che tentare di entrare in avvocatura, perché la pubblica amministrazione non bandisce più concorsi, banche e assicurazioni hanno fortemente ridotto gli organici (anche per effetto della informatizzazione di servizi e prestazioni) e la crisi delle imprese ha sostanzialmente chiuso anche questo sbocco occupazionale.

E’ indispensabile, per il futuro, prevedere il numero programmato di accesso alla professione ma nei prossimi anni bisognerà che si pensi seriamente ad allargare le opportunità professionali degli attuali iscritti agli albi, che non posso essere certo “esodati” verso la disoccupazione intellettuale.

 

Nella Provincia di Firenze la situazione come è rispetto al resto d'Italia? Gli avvocati sono più o meno della media del resto del Paese?

Sono molti di più. Abbiamo 4200 iscritti all'ordine e 1000 praticanti, con un bacino d'utenza di circa un milione scarso di persone. A Roma, per fare un esempio, sono 22000 ma il bacino di utenza sono oltre 4 milioni di persone, con un circondario enorme. Noi abbiamo il tribunale di Prato a 10 chilometri e quello di Pistoia a 22.

 

Allargare le opportunità professionali”. Cosa significa?

In Italia ci sono molte cose che possono essere fatte solo dai notai. Solo che molte di queste cose potrebbero farle gli avvocati, come accade in molti altri Paesi. È vero che alcuni compiti possono essere svolti solo dai notai, ma sono pochi.

 

Durante la crisi c'è stata anche la riorganizzazione delle sedi giudiziarie, con chiusure e accorpamenti sui quali la politica locale discute molto e, in qualche caso, cerca soluzioni. Lei come vede le due cose: il provvedimento del governo e la discussione politica?

La revisione della geografia giudiziaria è una richiesta storica dell’Avvocatura e la legge delega approvata nella scorsa legislatura conteneva criteri accettabili per ridisegnare una nuova mappa della dislocazione degli uffici giudiziari più coerente con le esigenze dei territori. Purtroppo l’attuazione fatta dal Governo Monti con i decreti legislativi è pessima perché è finalizzata solo a “tagliare” gli attuali presidi quando invece si sarebbe dovuto partire dalla ridefinizione dei “circondari” per ridurre i carichi in alcune sedi ed aumentare quelle delle sedi minori.

Ovviamente non tutti gli uffici chiusi meritano di essere mantenuti in vita (e da questo punto di vista l’avvocatura locale si sta facendo coinvolgere in proteste e richieste a volte solo campanilistiche e di retroguardia) ma “i tagli lineari” appena attuati non sono accettabili.

 

Venendo alla Toscana, cosa si sarebbe potuto fare?

È stato chiuso il tribunale di Montepulciano, portando il lavoro a Siena; ma senza essere sicuri che Siena possa smaltire quel lavoro. Si sarebbe potute allargare le competenze di Montepulciano riducendo quelle di Siena e Arezzo. La stessa cosa a Firenze: non è certo che il tribunale del capoluogo riuscirà a smaltire tutto il lavoro che arriva dalle sedi di Empoli e Pontassieve, appena chiuse. Oppure Pontedera, che aveva più lavoro di Pisa. È il metodo scelto che è sbagliato.

 

La crisi ha evidenziato dei problemi di formazione professionale della vostra categoria? Come li state affrontando?

La formazione di un ceto professionale deve essere finalizzata a conseguire due obiettivi: assicurare alla clientela prestazioni adeguate alla complessità dei servizi professionali richiesti e allargare gli ambiti di intervento dei professionisti. Purtroppo il sistema formativo degli avvocati (sia per l’accesso che permanente) è stato pensato ed è stato attuato in maniera solo formale e burocratica.

Speriamo che la recente riforma dell’ordinamento forense ed i nuovi regolamenti che dovranno essere varati consentano di realizzare un sistema formativo più moderno, valorizzando soprattutto le specialità e le specializzazioni.

 

La crisi è anche essere una grande occasione di cambiamento, per esempio si potrebbe ridurre la burocrazia. In questo senso quali sono le necessità principali della vostra professione?

Gli avvocati sono costretti a confrontarsi quotidianamente con la Pubblica Amministrazione (non solo quella che gestisce i nostri Palazzi di Giustizia) e ne subiscono tutte le disfunzioni organizzative, la vetustà delle procedure, la carenza di una informatizzazione che sia realmente efficiente, la mancanza di formazione ed assistenza adeguata al personale.

Per il comparto che maggiormente interessa l’Avvocatura, le procedure telematiche e la informatizzazione dei servizi è essenziale. Bisogna che il Governo ed il Parlamento però si rapportino a questo settore guardandolo come occasione di investimento e non solo come un capitolo di spesa; altrimenti non solo non si fa un solo passo avanti ma si rischia davvero la “chiusura per fallimento” dei nostri uffici giudiziari.

 

Per chiudere le do un'opportunità. Avesse il potere di fare due cose per la sua categoria contro la crisi cosa farebbe?

Ne servono almeno tre. La prima: la sospensione immediata degli studi di settore e di ogni altro automatismo fiscale che pare ignorare la gravità della crisi. La seconda : la riduzione della pressione fiscale che fa chiudere molti studi ed impedisce ai giovani di aprirne di nuovi.

La terza: l’attivazione di interventi di sostengo ai giovani avvocati così come da anni si fa per la giovane imprenditoria (crediti d’onora, prestiti agevolati, servizi, ecc.)

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