In questi giorni in Venezuela stanno avvenendo fatti importanti, fatti a cui noi occidentali non siamo più abituati. Sta succedendo che un popolo è chiamato alle urne per nominare i membri di una assemblea che possa scrivere una Costituzione che ridia ordine al paese e più diritti ai cittadini, partendo dal basso.
Non è il primo passo: dal 1999, hanno dell’elezione di Chavez alla presidenza del Paese, molti sono stati i cambiamenti sociali. Si sono formate comuni, cooperative, sono state avviate le “missiones”, cioè programmi sociali con scopi ben definiti. Sono programmi partiti sia dal governo che dai cittadini stessi; una cosa però era cambiata dopo il 1999: una larga parte della popolazione, fino ad allora ignorata, è diventata parte integrante del nuovo Venezuela e del processo progressista a cui stava prendendo parte. Gli indios, i poveri, gli abitanti delle favelas, le classi deboli e oppresse, tutti loro hanno dato il via a un grande cambiamento. Comuni, cooperative e lavori sociali sono iniziati prima da questa parte della popolazione e poi sono stati sostenuti dal governo. Un vero cambiamento dal basso, che se ignorato non rende possibile capire quanto sta avvenendo oggi.
Oltre alle votazioni tenutesi domenica passata, parte dell’Assemblea Costituente sarà eletta attraverso altri organi di democrazia diretta: le assemblee di quartiere, degli indios, degli studenti, degli operai.
L’Assemblea Costituente non ha lo scopo di incoronare Maduro quale despota assoluto, ma proteggere gli scopi sociali della rivoluzione Bolivariana e Chavista e di assicurare legittimità istituzionale alle forme di democrazia sorte spontaneamente dal basso. Ed è un dato di fatto che otto milioni di venezuelani dimostrino la loro fiducia e che abbiano fatto chilometri di coda per poter votare e eleggere i 545 futuri membri dell’Assemblea Costituente, scelti tra tutte le categorie ritenute rappresentative, inclusi indigeni, femministe, portatori di handicap, ecc.
Uno di questi diritti è quello di avere la revocabilità di tutte le cariche, qualora si presentito determinate circostanze, cosa che tra l’altro già ora vale per il presidente del governo. Tutto ciò è catturato dai media occidentali come colpo di stato o quando va bene tentativo di deriva autoritaria.
Sempre i media occidentali ci hanno presentato come “scelta autoritaria” e “abolizione del diritto a manifestare”, l’applicazione di una norma che è presente in ogni democrazia degna di questo nome: Il silenzio pre-elettorale. Si è parlato di repressione violenta da parte di Maduro, di scontri per le strade e di morti. Morti che in effetti ci sono stati, ma quasi tutti Chavisti (tra cui un candidato all’assemblea) e dei poliziotti, uccisi dai democraticissimi avversari di Maduro, ai quali era stato tolto il diritto di protestare.
Ci pare chiaro che queste distorsioni della realtà siano volte a coprire qualcosa, e non c’è bisogno di essere fini analisti politici per capire quale sia il motivo del contendere: gli interessi di USA e dell’UE che ormai da 18 anni, ovvero dall’inizio dell’esperienza Chavista, strillano alla dittatura, perché non possono più attingere a piene mani in maniera indisturbata e impunita alle moltissime risorse, per prima il petrolio, che il Venezuela possiede.
Ci pare evidente quindi da che parte stare, non tanto dalla parte di Maduro, ma dalla parte del popolo Venezuelano e del suo diritto all’autodeterminazione e al suo diritto a poter eleggere liberamente i suoi rappresentanti. E anche con il diritto di poter cambiare la propria forma di governo, verso una più diretta, popolare e socialista, anche contro il volere delle grandi forze militari ed economiche.
Il Venezuela con la sua esperienza Bolivariana e Chavista è uno degli ultimi fronti del progressismo e dell’ugualitarismo presenti in America Latina e l’alternativa che vogliono farci intendere essere democratica, è il fascismo, quello vero.
Castello a Sinistra
