Abbiamo seguito a suo tempo con interesse i convegni Forestazione Urbana e infrastrutture Verdi nei quali è stato presentato il Master Plan del Verde 2016-2015 (in seguito illustrato in varie conferenze di quartiere e comunicati stampa).
Al WWF va bene il proposito di piantare tanti alberi e di aprire nuovi parchi, ma, in entrambi i meeting, molti prestigiosi relatori hanno parlato di Riforestazione Urbana, intendendo la conservazione e la reintroduzione in città di elementi di verde spontaneo tipici del territorio. In questo senso, nei siti descritti dagli esperti, le aree non ancora antropizzate vengono riqualificate e potenziate, sfruttando il “capitale verde” già presente all’interno del tessuto urbano ed eliminando gli elementi di degrado di origina antropica. Si è infatti parlato molto di una trama di parchi e corridoi verdi nella quale la “biodiversità” acquista cittadinanza e si forniscono servizi “ecosistemici” per la popolazione, come il miglioramento della qualità dell’aria, la mitigazione del clima e l’educazione ambientale di grandi e piccoli.
Dunque non si tratta solo di fare uno accurato screening dell’arredo urbano o di fare calcoli astratti sui giardini pubblici già a disposizione dei cittadini, ma di superare proprio questo concetto ancora troppo decorativo e ricreativo del verde, per giungere ad una visione basata sulle dinamiche ecologiche complesse delle comunità vegetali. Ad esempio, soprattutto dove non sono presenti vie di comunicazione, non è detto che sia scelta obbligata eliminare un albero vetusto solo perché non in perfetta salute e ipoteticamente più soggetto a cadere rispetto a una pianta giovane. Intanto i cosiddetti “patriarchi” offrono rifugio ad un’avifauna specializzata che ha il proprio habitat proprio nelle piante secolari, ma ha senso a conservarli semplicemente per la loro bellezza, o anche solo per il rispetto dovuto a una forma di vita che può durare molto di più della nostra.
Dunque, basta che lo si voglia, sarebbe ragionevole cercare soluzioni per prolungarne la vita con supporti quali strutture di rinforzo, imbracature e altro, mentre l’eventuale rischio per il passante può essere ovviato con segnali visibili e con barriere fisse che deviino brevemente il percorso pedonale nelle immediate vicinanze dell’albero. Ciò che non si è voluto fare nel caso di alcuni lecci maestosi sporgenti sull’Arno, recentemente abbattuti sulle Piagge (in questo caso non dal Comune ma dalla Provincia), e sotto i quali non c’erano strade, ma si passava solo a piedi con grande emozione. Lecci fra l’altro immortalati in numerosi dipinti di pittori pisani tardo macchiaioli di più d’un secolo fa.
In altre parole non è così semplice come sembra gestire o creare il “verde”, disponendo alberi come pedine nella scacchiera di un pratino all’inglese o rimpiazzando i filari lungo le strade, ma bisogna ricordare sempre ciò che abbiamo appreso da studenti, ovvero che la colonizzazione di un’area priva di vegetazione, in natura avviene mediante un processo graduale che passa dalle erbe agli arbusti e giunge agli alberi dopo molti anni (non a caso si parla all’inizio di “specie pioniere”), per stabilizzarsi in tempi molto più lunghi della vita di un uomo.
Ad esempio, ciò che ancora appare a occhi sprovveduti come un informe disordine “vegetale” fra i palazzi, è già un’ insieme complesso in evoluzione, che darebbe solo benefici ai residenti nei dintorni. E’ questo ciò che ai convegni della Cittadella ci ripetevano, forse non compresi a fondo, molti dei relatori forestieri.
Pertanto, in questa nuova visione, si configura come uno spreco di risorse il trattamento riservato alle poche aree di flora spontanea sparse fra i quartieri moderni di Pisa, che vengono periodicamente ridimensionate in nome di “ordine e pulizia”. Persino nel caso dell’auspicato Parco di Cisanello ( e dei suoi dintorni) si è già iniziato a scorrazzare qua e là con le ruspe eliminando i piccoli boschetti in crescita e le macchie di arbusti, forse per scoraggiare rilascio di rifiuti e attività illecite, ma in realtà solo per poter vedere decine di metri di spazio vuoto in omaggio a un senso dell’armonia molto elementare e ampiamente criticato nei convegni in parola.
Fonte: WWF Pisa - Ufficio Stampa
