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Nardini (Pd): "Ore decisive per il nostro Partito"

Alessandra Nardini

“Dialettica, coraggio, lealtà e condivisione. Il PD smetta di guardarsi l’ombelico, alzi la testa e apra una discussione vera con i propri iscritti e militanti: decidiamo da che parte stare. Non esiste una comunità al lavoro per il destino di qualcuno, ha senso invece una comunità unita per un Paese più giusto. Qualunque sia la decisione di Renzi, oggi, alla Direzione nazionale, chiudiamo una fase e apriamone un'altra, ma ben strutturata. Nessun diluvio, nessuna resa dei conti sterile e vendicativa, nessuna scissione. Servono analisi, lucidità e soprattutto il voler bene ad una comunità, piuttosto che pensare ai propri destini personali.

Non trasformiamo la possibilità di fare un congresso “vero” nella corsa veloce al successo di uno solo. Nessuna corsa spasmodica ad una nuova incoronazione. Non ci serve. Per far sì che emergano le idee e le proposte migliori abbiamo bisogno di dare vita ad un dibattito che abbia tempo e modo di nascere, coinvolgere i territori arricchendosi e dar vita ad una proposta politica forte e chiara. La nostra proposta, quella che fa politica e che non solletica la pancia, che parla di Sinistra e lo fa con orgoglio. Tutto questo non lo si può certo fare con una “gazebata”, abbiamo la necessità di riaprire un dibattito che abbia dignità nei modi e nei tempi.

Un Congresso quasi rifondativo, che ci ricordi perché abbiamo scelto di stare insieme e che ci impedisca di dividerci. Questo percorso, che in tante e tanti abbiamo chiesto, non deve trasformarsi in una rivincita sul 4 dicembre e sulle precedenti sconfitte delle elezioni amministrative. Delle quali, peraltro, non si è fatto una serie assunzione di responsabilità, salvo qualche battuta. Poco credibile per un partito cardine come il nostro. Non possiamo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, o a queste sconfitte ne seguiranno altre e di peggiori. Dobbiamo interrogarci realmente, con grande onestà intellettuale, sul perché non siamo più visti come interlocutori dei giovani, di chi sta peggio.

Il Paese è stanco di leader tutto fare: io, ad esempio, sono a favore di una divisione tra candidato premier e segretario, perché l’organizzazione partitica, il coinvolgimento costante dei territori, la militanza, i corpi intermedi non funzionano per inerzia e non possono attivarsi solo in vista di scadenze elettorali o referendarie. Non possiamo essere un comitato permanente, non è questa l'essenza ed il ruolo di un Partito. Nell’era della cittadinanza attiva e dell’iperconnettività, c'è bisogno di un modo nuovo per fare politica, ma che non può rinunciare a organizzazione e radicamento territoriale. Chi pensa ad una piramide la capovolga: si riparta dalla base!

Il nostro popolo non ci vede e non ci sente, ma non siamo di fronte a un processo di sordità di massa, smettiamo di pensare che "non ci abbiano capiti" e che non ci sia più voglia di partecipazione, il 4 dicembre ci ha messi di fronte alla realtà: ad essere stata parecchio sorda è stata la nostra classe dirigente. Il congresso potrà essere occasione per ri -coinvolgere anche tutte quelle compagne e compagni che ci hanno abbandonato. Scongiuriamo le infornate di tessere, perché di un’altra umiliazione la nostra comunità non ne ha proprio bisogno.

C’è un Governo che deve portare avanti impegni urgenti: voucher, occupazione giovanile, politiche sull’immigrazione, un’imminente manovra finanziaria, misure contro la povertà, politiche decise e nessuna ambiguità contro il gioco d'azzardo, e non per ultima una legge elettorale che non ci porti ad avere l’ennesimo parlamento di nominati non rappresentativi dei territori, suddivisi in colleghi giganteschi, e che eviti una coalizione che va da destra a sinistra. E poi ci sono da affrontare i temi legati ai diritti, non certo meno importanti, anzi, e rimasti arenati per troppo tempo. Solo per citarne alcuni: la legge sui minori stranieri non accompagnati, lo ius soli, il testamento biologico, il reato di tortura, la legalizzazione della cannabis, una legge contro omofobia e transfobia, e magari anche il coraggio di dire che la Bossi-Fini non è una norma degna di un Paese che voglia dirsi civile. Mi hanno insegnato che quando ci sono tante cose da fare, non si cerca il modo di rimandarle ma si affrontano. Assumendosi tutte le responsabilità del caso, la dove è necessario farlo. Sono ore decisive, ma non per qualcuno. Per qualcosa. Che vogliamo torni ad essere di Sinistra”.

Alessandra Nardini, consigliere regionale Pd

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