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Treno della Memoria, l'esperienza di Auschwitz raccontata dagli studenti

Al rientro dall’esperienza del Treno della Memoria, in questo giorno del 27 gennaio, settantaduesimo anniversario della liberazione del Campo di Auschwitz, vogliamo dare voce alle sensazioni che ci hanno accompagnato in questi giorni.

Grazie all’organizzazione della Regione Toscana abbiamo potuto visitare i siti di Birkenau, sede del campo di sterminio con i quattro crematori che i tedeschi hanno fatto saltare in aria ai primi di gennaio ’45 nell’illusione di poter insabbiare le atrocità commesse, e di Auschwitz 1, il campo base, contraddistinto dal cancello con la celebre scritta “Arbeit macht Frei”, il lavoro rende liberi.

Il primo luogo visitato, Birkenau, ci ha colpito per l’immensità dello spazio, ormai in gran parte vuoto dato che molte baracche erano costruite in legno. Una pianura a perdita d’occhio, circondata da reticolati di filo spinato, all’epoca elettrificato, al termine della quale ancora si possono vedere le rovine dei crematori nei quali l’obbrobrio dello sterminio raggiunge l’apice. Erano infatti gli stessi ebrei, appartenenti al cosiddetto reparto del “Sonderkommando” (comando speciale), a lavorare presso le camere a gas e i crematori.

Sempre a Birkenau abbiamo visitato la baracca dei bambini, mantenuti in vita per essere usati come cavie negli esperimenti del dottor Mengele. Questo racconto, dalla voce emozionata ma decisa delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, sfuggite a quell’inferno, ci ha toccato profondamente.

E poi la cerimonia della lettura dei nomi di deportati, di cui solo pochi sono scampati alla morte, accompagnata dal canto ebraico “El maalè rahamim”, O Dio pieno di misericordia, che risuona in tutto il campo e dentro a ciascuno di noi in quel silenzio quasi irreale.

Il campo di Auschwitz 1 invece, con le baracche che sono state nel tempo allestite come museo, non colpisce tanto per le dimensioni quanto per ciò che lì è conservato. Montagne di oggetti di uso quotidiano: occhiali, scarpe, valige, stoviglie, fino alla stanza che conserva circa due tonnellate di capelli.

Il sistema concentrazionario, nella sua lucida follia, arrivava a conservare non solo gli effetti personali ma tutto quello da cui sperava di poter ricavare un profitto, come i capelli da cui veniva ricavata una stoffa.

I testimoni, che abbiamo potuto incontrare per due pomeriggi, ascoltando le loro storie e rivolgendo loro delle domande, ci hanno passato il testimone della memoria: “potergli stringere la mano, ascoltare le loro storie e ringraziarli è stata un’occasione enorme…il compito che loro ci passano lo assumo con grande impegno e soddisfazione” scrive Bianca. Non si tratta, però, di qualcosa che deve essere semplicemente ricordato, nascosto sotto una teca di vetro per utilizzarlo una volta l’anno in occasione del giorno della memoria.

“Deve essere il no agli stereotipi che ci circondano, il no al razzismo, il no alla semplificazione, il no a qualsiasi tipo di violenza ed il sì al dialogo, il sì al diverso, il sì alla giusta informazione” scrive Amedeo. Questo perché non siamo costretti a vivere in un presente che sia ripetizione di un passato, certo lontano per le forme e i modi, ma spesso troppo vicino per contenuti e comportamenti.

Gli studenti, Amedeo Cantini, Bianca Ceccarelli, Chiara Coletta, Lorenzo Curini, Elisa De Felice, Lisa Santoni, Elisa Simoncini, Francesca Suriani. Il docente Daniele Mangini.

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