Si concluderà in piazza dell’Unità d’Italia, con il comizio finale, la grande manifestazione nazionale dei lavoratori del settore moda (tessile, abbigliamento e calzature) che invaderanno Firenze, venerdì prossimo 13 Gennaio, in occasione dello sciopero generale di 8 ore proclamato in tutta Italia da Femca-Cisl, Filcam-Cgil e Uiltec-Uil per il rinnovo dei contratti di lavoro.
Venerdì dunque, nel capoluogo toscano, a sfilare non ci saranno solo i modelli di Pitti Uomo, ma anche chi, fisicamente, la moda italiana la produce. Donne e uomini che non riescono a vedersi riconosciuta, con il rinnovo del contratto, la loro parte di merito in uno dei settori fiore all’occhiello del made in Italy e che, grazie all’export, ha resistito bene alla crisi e mantenuto alto fatturati e redditività. Il concentramento del corteo è previsto alle 10,30 in piazza dei Cavalleggeri, davanti alla Biblioteca Nazionale.
“Lo sciopero fa male a tutti, sia ai lavoratori che alle imprese, perché innesca inutili attriti e conflitti. Ma non avevamo alternativa” dice Massimo Guerranti, segretario toscano della Femca-Cisl. “Abbiamo scelto la settimana di Pitti Uomo a Firenze perché vogliamo far sapere a chi guarda la moda che i lavoratori che contribuiscono a creare i prodotti che vanno in vetrina, ancora non hanno rinnovato il contratto nazionale. Vogliamo soltanto un contratto dignitoso.”
“Il settore moda italiano – prosegue Guerranti - è un sistema integrato di committenti, terzisti, filiere e fornitori e il contratto nazionale di lavoro rappresenta lo strumento economico di equità tra i lavoratori che operano sullo stesso prodotto - scarpa, giubbotto e tessuto - ma che sono dipendenti di aziende diverse tra loro. Soltanto una piccola minoranza di imprese del settore redistribuisce reddito con i premi aziendali e per questo il contratto nazionale rappresenta per la maggioranza dei lavoratori l’occasione di vedere salario.”
“Siamo passati da anni molto critici, licenziamenti, ristrutturazioni e cassa integrazione e anche nelle difficoltà i contratti si sono sempre rinnovati, perché non oggi che i fatturati hanno ripreso la buona strada? Perché se altri contratti dello stesso settore sono stati rinnovati decorosamente - come Confapi, occhiali, pelletteria, lavanderie - i calzaturieri invece continuano a non voler rinnovare il contratto? Stiamo parlando di aumenti tra 70 e 75 euro in tre anni ! Che danno gravoso possono arrecare ad un sistema che macina fatturati su fatturati ?”
Fonte: Ufficio Stampa Cisl Toscana
