Ecco il testo della testimonianza fatta oggi pomeriggio nel Salone dei Cinquecento dall'Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario dell'alluvione di Firenze.
Il mio ossequio al Signor Presidente della Repubblica.
Un cordiale saluto a tutti i presenti.
Sono grato al Signor Sindaco per avermi chiesto di portare una testimonianza.
Non posso dimenticare che quando Papa Benedetto XVI mi fece sapere che voleva nominarmi arcivescovo di Firenze, il mio pensiero fu che un bastone a Firenze lo avevo già preso in mano: non era però un pastorale, bensì un badile. Mi dissi che poteva ben essere il segno del mio ministero di vescovo: come allora dovevo mettermi accanto alla gente del popolo – a Firenze nel 1966 non spalai il fango nobile di biblioteche, musei e chiese, ma quello umile delle cantine! – e mettermi a servizio di questa città.
Mi si chiede dei miei ricordi di quei giorni. È ancora viva in me l’immagine del volto delle persone provate e sgomente, ma al tempo stesso dignitose e coraggiose, e poi grate, per un dono che non si attendevano; per questo ci chiamarono angeli, un’apparizione che era come una grazia.
Sono scene che rivediamo oggi tra la mia gente umbra e che sono il profilo bello della nostra Italia: sofferenza e dignità, speranza e gratitudine. E, ancora, la consapevolezza che si deve reggere non solo per noi, ma per il mondo, perché ci è stato fatto il dono di essere custodi di bellezza, cultura e civiltà incomparabili, che non sono nostre ma dell’umanità. Questo ci renda ancor più responsabili di noi stessi e ci ricordi che i nostri paesi e città sorgono da un’esperienza alta di umanità.
Un’ultima cosa, come vescovo di questa città, ritengo di dover ricordare: la vicinanza e il monito dei Papi a questa città, a partire dal beato Paolo VI, che non solo mandò aiuti per l’alluvione, ma venne egli stesso, celebrando nella nostra cattedrale la Messa della Notte di Natale di quell’anno e apponendo al gonfalone di Firenze la medaglia d’oro del Pontificato, quella del Concilio Vaticano II, gesto unico nella storia della Santa Sede verso una città. In quella notte ci disse: «Conosciamo le vostre virtù umane e civili, la vostra tempra fiorentina, vibrante d’intelligenza, di coraggio, di laboriosità, di senso acuto ed operante della realtà […]. Ma c’è ben altro nelle riserve della coscienza fiorentina: le riserve geniali e spirituali che vi ha depositato la vostra incomparabile tradizione».
Da allora altri due Pontefici ci hanno visitato, per ricordarci la nostra missione spirituale e civile. Così san Giovanni Paolo II nel 1986: «È necessario proclamare alto, da questa città dello spirito, che è oggi urgente dovere promuovere con tutti i mezzi la verità sull’uomo […], del suo essere finito e del suo destino infinito». E proprio un anno fa abbiamo sentito Papa Francesco dirci: «Dio e l’uomo non sono due estremi di una opposizione: essi si cercano da sempre, perché Dio riconosce nell’uomo la propria immagine e l’uomo si riconosce solo guardando Dio. Questa è la vera sapienza […]. È questa la strada su cui incrociamo l’umanità e possiamo incontrarla con lo spirito del buon samaritano. Non per nulla l’umanesimo, di cui Firenze è stata testimone nei suoi momenti più creativi, ha avuto sempre il volto della carità».
Riserve di genio e di spiritualità, verità dell’uomo e sull’uomo, un umanesimo che abbia il volto solidale della carità: sono coordinate imprescindibili per un cammino di rinascita di questa città e di tutto il Paese.
Giuseppe card. Betori
