Nello spazio sobrio e storicizzato delle Scuderie di Palazzo Bicocchi a Pomarance (PI) è in corso, dal 13 al 27 agosto 2016, la mostra di pittura “Luciano Sozzi-Opere dal 1970 al 1989”.
Evento espositivo a cura di Sergio Borghesi, con il Patrocinio del Comune di Pomarance (Assessorato alla Cultura), in cui si riscopre uno dei suoi figli più eccellenti di Volterra: autore visivo che ha diviso la sua carriera di pittore e di grafico fra le rallentate ambientazioni della storia e della natura, l’impegno politico a Pisa, e le ragioni underground, metropolitane ed alienanti, della più frenetica Milano.
Nei “tempi delle grandi illusioni, naufragate negli anni di piombo”, Luciano Sozzi trasformava la buona retorica in opere pittoriche graffianti per forza narrativa e persistenza esistenzialista, in composizioni di matrice surrealista.
E ora che sembra che la luce abbagliante delle sue sopraffine opere iperrealiste, sia tornata negli “occhi azzurrissimi” e ironici - come descritti da Ilaria Oberti - di un artista dal percorso di vita travagliato, ma dalla straordinaria creatività, competenza tecnica e spessore umano, Luciano Sozzi, sperimenta anche lavori informali, in antitesi a quella perfezione quasi scioccante degli anni ‘70-’80.
Un’ampia produzione di lavori, abitata dai nottambuli, come in Hopper, soggetti remoti e inaccessibili, prigionieri di una struggente sospensione temporale, ora però perturbata dal movimento incalzante della memoria.
Ma ci sono anche gli influssi pop art: il protagonismo accentuato, e la sintetica solitudine, dell’oggetto d’uso e di consumo.
L’iperrealismo invece, nella definizione estrema del dettaglio, rivelato da luce e colori squillanti, rimanda un racconto romantico e misterioso di cui restano solitari e sganciati fotogrammi salienti.
Lavori il cui filo conduttore sembra essere il movimento sequenziale in chiave esistenziale, dal taglio di stile americano del periodo, e del suo “versante” milanese, ma con impliciti rimandi metafisici e surreali.
C’è qualcosa che accade, o che è accaduto, nel retroscena di una rievocazione perturbata anche nella statica, e dove la figurazione restituisce identità fragili, pur nel mostrarsi in una inconfutabile evidenza visiva. Rivelate da una luce che non scalda, definite da volumi morbidi, si pongono, con straordinaria sintesi, fra semplice spontaneità e accentuato protagonismo. Animate da un denso autentico pathos, che si insinua, con sapiente maestria, nella comunicazione mass-mediatica seriale e artificiale.
Fonte: Ufficio Stampa
