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Premio 'Bancarella Sport 2016', giuria composta da personaggi eminenti di sport e cultura

Giovanni Trapattoni (foto da Wikipedia)

La letteratura sportiva consente di raggiungere un pubblico diverso per età e formazione e consente di affrontare temi che altri generi di libri difficilmente riuscirebbero a sollecitare. Ma in Italia qualcosa si sta muovendo?

A guardare i quotidiani e la loro copertura sportiva, no. La cronaca della partita del giorno prima rimane la stessa, il linguaggio piatto e caricaturale, il gossip di calciomercato su ogni pagina, le non-notizie sui litigi, i malumori tra “la stella” e l’allenatore. Però ci sono iniziative che provano a colmare la lacuna della scrittura di qualità applicata allo sport.

Oggi comincia a prendere forma un’offerta ambiziosa, in cui sono gli autori a cercare di crearsi un proprio pubblico, in cui sono le testate a tentare di “educare” i lettori a un genere di articoli. Nel complesso, la potenziale trasformazione di cui parliamo vede realtà editoriali di piccole dimensioni fare da avanguardie. La vittoria culturale di questo nuovo giornalismo sportivo arriverà se e quando parte dei nuovi standard, dei nuovi progetti, dei nuovi stili e delle nuove idee saranno adottati e sposati dalle grandi realtà editoriali.

Con questo scopo è nato il Bancarella Sport il 18 marzo 1964 nel ristorante “La Manganella”, una delle tipiche trattorie pontremolesi, dove si erano dati appuntamento un gruppo di amici, soci del Panathlon di Carrara e Massa, per festeggiare il “ritorno” di Cadetto Bardi, grande organizzatore sportivo, reduce da un periodo di convalescenza.

La speranza di avvicinare al libro gli appassionati di sport, che spesso leggono solo i quotidiani sportivi, è l’elemento determinante per la nascita del Bancarella Sport. Coniugare sport e letteratura per diffondere sempre più il piacere della lettura è Io scopo principale del premio.

Quest’anno la commissione di scelta, presieduta da Paolo Francia e composta da autorevoli personaggi dello sport e della cultura. Paolo Liguori, Claudio Mele, Antonio Barillà, Giacomo Santini, Daniele Redaelli, Ignazio Landi, Giuseppe Benelli, Angelo Panassi e il segretario de! Premio Giorgio Cristallini, al termine di un’ampia e approfondita discussione sui 47 volumi in concorso, inviati dalle diverse Case Editrici Italiane, hanno proclamato i vincitori del 53° Premio Selezione Bancarella Sport 2016, i sei libri che cercheranno di entrare nell'albo d'oro del Premio che vede al suo interno vincitori illustri come grandi campioni dello sport o le più grandi firme del giornalismo sportivo. Tra questi Reinhold Messner, Clay Ragazzon, Dino Buzzati, Giovanni Brera, Gelindo Bordin, Michel Platini, Sandro Ciotti, Gino Bartali, Ambrogio Fogar, Giampaolo Ormezzano, Alex Zanardi e tanti altri ancora.

E anche quest’anno la competizione, per l’aggiudicazione per il Premio Bancarella Sport, vede importanti firme giornalistiche e noti sportivi.

Prossimamente, gli Ottanta componenti della "grande

giuria” formata da personalità del mondo della cultura, dello sport, del giornalismo, panathleti, librai e bancarellai di tutta Italia, voteranno, a mezzo di scheda segreta, nelle mani di Dott.ssa Sara Rivieri, Notaio del Premio, il libro che riterranno sia il vincitore del 53° Premio Bancarella Sport. Il vincitore sarà proclamato a Pontremoli, in Piazza della Repubblica, sabato 16 luglio prossimo, a partire dalle ore 21, al termine dello spoglio pubblico delle schede pervenute al notaio.

DANIELA GIUFFRE - ANTONIO SCUGLIA, Game over. Calcio truccato ora basta!. Minerva, Bologna 2015

Daniela Giuffrè, nata a Lipari (ME) nel 1970, è Avvocato e Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato. Parla quattro lingue e dal febbraio 2012 lavora presso il Segretariato Generale dell' INTERPOL, con sede a Lione (F). Qui fa parte dell’Unità "Integrity in Sport", ufficio che mira a combattere il fenomeno del match fixing a livello mondiale.

Antonio Scuglia, (1963) giornalista professionista dal 1993, è redattore del quotidiano II Tirreno e corrispondente da Pisa di Tuttosport. Ha pubblicato alcuni libri: Notizie alla Sbarra, commento di sentenze della Cassazione sulla diffamazione a mezzo stampa; Tototruffa (insieme a Silvio Scuglia), manuale antifrodi, per Felici Editore; 1001 consigli per risparmiare (insieme a Pino Staffa), manuale pratico del risparmio, per Hoepli.

La manipolazione delle partite di calcio e le scommesse si sono rivelate un nuovo business per la criminalità organizzata. Sono una nuova frontiera del crimine. Pensi a quanta importanza è stata data a Dan Tan, il cittadino di Singapore che ha operato in mezzo mondo inquinando il calcio: ma lui non è che uno dei tanti, la punta di un iceberg, alle sue spalle ci sono ricchissimi finanziatori, appartenenti alle più temibili organizzazioni criminali dell’Estremo Oriente.

Ci sono dei Paesi dove è emerso, a seguito di numerosi scandali, che circa l’80% delle partite erano decise a tavolino, lontano dal campo di gioco. Le recenti indagini di polizia e magistratura partite nel 2011 e tutt’ora in corso con “Dirty Soccer” e “I Treni del Gol”, sono state l’ennesimo terremoto per il calcio italiano.

Questo libro vuole rendere il lettore partecipe di quel che accade nel mondo parallelo del calcio truccato e soprattutto spiega cosa si può fare per salvare la genuinità dello sport più appassionante per gli italiani. I due autori, sulla base della loro specifica esperienza di cronaca sportiva e di conoscenze investigative, spiegano il match fìxin: come si svolge, con quali metodi, quali legami abbia con la criminalità organizzata e il mondo delle scommesse.

Un libro per calciatori, arbitri, allenatori e sportivi, ma anche per fans e per chi ama il calcio e vuole saperne di più: salvare il gioco più bello del mondo è possibile.

FRANCESCO MOSER con DAVIDE MOSCA, Ho osato vincere. Ho vinto spesso, qualche volta ho perso, non ho mai partecipato, Mondadori, Milano 2015.

Moser è stato il corridore che ha vinto più di ogni altro collega italiano. Ma tutti i suoi grandi successi - dal Mondiale su pista del 1976 a quello su strada del 1977, dalle tre Parigi-Roubaix inanellate di seguito fra il 1978 e il 1980 alla vittoria al Giro d?Italia del

1984 - sono stati costruiti dalla tenacia con cui si è saputo risollevare dopo le sconfitte, rimontando ogni volta in sella deciso a dare battaglia, senza mai risparmiarsi.

Prima di lui i suoi fratelli si sono e si stanno distinguendo in quegli anni; Aldo, soprannominato il piccolo Coppi e designato come l’erede di Bartali (segno di come la stampa fosse volubile anche allora...) che vestirà la maglia rosa. Enzo, anche lui indosserà il rosa. Biego, che però preferirà tornare alla sua amata campagna.

Già, la campagna, un ambiente che mai mancherà nel cuore di Francesco, uomo legato alle proprie origini perché, come dirà egli stesso, nessuno è straniero se ha sempre dove tornare. Una storia, quella di questo ciclista caparbio come solo la gente di montagna sa essere; gentiluomo come solo la gente di campagna sa essere; curioso come solo i grandi sanno essere, che vale la pena essere conosciuta.

Francesco Moser si racconta a Davide Mosca.

Bellissima la copertina, Moser impegnato alla spasimo in pista e quella frase uHo vinto spesso, qualche volta ho perso, non ho mai partecipato” che tira una linea sui principi del buon De Coubertin, ma ci rimanda l’uomo, il ciclista idolo per noi che abbiamo superato gli anta.

Il campione di Palù di Giovo è diventato uno degli sportivi più amati di ogni tempo. Non solo per il record dell'ora (in altura, al livello del mare e al coperto) ma perché fu un innovatore su tutti i fronti, proiettando il ciclismo di quegli anni nel futuro: fu il primo a usare le ruote lenticolari, ad indossare gli occhiali antivento, a sperimentare nuovi metodi d'allenamento, particolari che altri copiarono.

Con la schiettezza che l'ha reso celebre, in queste pagine Moser ripercorre in prima persona la propria epopea sportiva, dall’infanzia contadina nella sua Palù di Giovo, in Trentino, ai record messicani, dai duelli con Merckx alla rivalità con Saronni, dalle infernali classiche del Nord ai Giri d'Italia, dalle brucianti sconfitte alle incredibili vittorie.

FRANCESCO ACERBI con ANTONIO PUCCI, Tutto bene, La mia doppia vittoria sul tumore, Sperling & Kupfer, Milano 2015»

Francesco Acerbi (1988), esordisce nel Pavia a 18 anni. Arriva in serie A nel 2011 con il Chievo. Gioca per un anno al Milan, toma al Chievo per approdare al Sassuolo nel 2013, dove durante le visite di routine scopre di avere un tumore al testicolo. Nel 2012 viene convocato da Cesare Prandelli per la Nazionale maggiore e nel 2014 da Antonio Conte.

Alberto Pucci, classe ’69, racconta e commenta sport e calcio da più di vent’anni. Ha pubblicato Da San Paolo a San Siro: un angelo per il Diavolo (Limina 2008) e Io sono Zlatan... con Sperling & Kupfer (2011).

Tutto bene - La mia doppia vittoria sul tumore è un libro che parla di determinazione, voglia di lottare, tenacia e forza d9 animo. Acerbi ha 25 anni, una promettente carriera di difensore e il suo futuro appare pieno di grandi promesse, quando nel luglio 2013 una visita di routine Io mette con le spaile al muro. Deve essere operato per un tumore al testicolo. E giovane, spaventato, ma decide di non farsi impressionare e affronta l’intervento con spirito guerriero. Toma a giocare.

Passano sei mesi e, di nuovo, è costretto a fermarsi perché il tumore è tornato, questa volta più minaccioso. Amici, compagni di squadra, il mondo del calcio gli si stringe intorno. Francesco non si perde d’animo e toma a combattere con il tumore come fa

solitamente sui campi di calcio: con grande forza di volontà e spirito battagliero. Il libro è un racconto sincero e toccante di una lotta che ha cambiato una vita per sempre. Dalla malattia fino al ritorno in Nazionale

Il calciatore descrive i suoi primi passi da difensore, l’intenso rapporto con il padre, il legame con una famiglia che gli è sempre stata accanto, le passioni e i momenti spensierati di un ragazzo innamorato del calcio. Riavvolgendo il nastro dei ricordi, toma a vestire tutte le maglie da lui indossate, compresa quella azzurra della Nazionale, conquistata con la stessa grinta con cui ha battuto due volte l’avversario più temibile.

Francesco Acerbi, dopo la sua esperienza, ha deciso di schierarsi in prima fila nella sensibilizzazione e nella lotta ai tumori, con lo scopo di aiutare la ricerca e sostenere chi, quotidianamente, combatte contro questo male; da qui la scelta di donare i proventi della vendita del libro.

GIOVANNI TRAPATTONI con BRUNO LONGHI, Non dire gatto. La mia vita sempre in campo, tra calci e fischi, Rizzoli, Milano 2015.

Giovanni Trapattoni pubblica la sua prima autobiografìa, scritta in collaborazione con il giornalista Bruno Longhi. Dagli esordi a metà tra lavoro e settore giovanile del Milan, fino all’ultima esperienza sulla panchina dell’Irlanda. Passando per gli insegnamenti di Nereo Rocco e i trionfi con Juventus, Inter, Bayern Monaco, Benfica e Salisburgo.

Il libro è divertente, scorrevole. E onesto.

“molto beneeee". Anche con le parole più semplici del mondo, il commentatore televisivo Giovanni Trapattoni riesce nell'impresa di diventare più personaggio. A76 anni suonati, lfinedita esperienza da seconda voce in telecronaca è solo i’ultimo capitolo non scritto di un’esistenza strapiena che è stata riassunta in un volume, come da tanto tempo il popolone calcistico attendeva. Non dire gatto, eccolo qui, nel titolo, uno dei trademark trapattoniani.

Il racconto comincia dalla sua tenera infanzia, dalla guerra, dalla cascina della periferia milanese in cui è cresciuto. E da lì in giù, o perlomeno dal debutto con la maglia del Milan, hai voglia. ??La mia vita in campo tra calci e fischi”, recita la copertina, e si tace con modestia tipica del personaggio una terza parola: successi, sotto forma di scudetti. Coppe, coppette. Almanacchi del calcio alla mano, Giovanni Trapattoni mediano prima e allenatore poi, è il signore più vincente del nostro football: facile (eufemismo) vincere tutto, Coppe Campioni, Intercontinentali, scudetti non ne parliamo perché 10 in 4 paesi diversi (più 2 da giocatore) vengono quasi a noia.

"Sì, vero - ancora Longhi - in Trap c'è quel tipo di italiano che si è fatto da solo, lungo la strada. Lui sa dove è cresciuto, la sua estrazione, sa che ha studiato pochissimo e ha cercato di farsi una sua cultura attraverso il pallone. E arrivato dove non avrebbe mai immaginato di arrivare, diventato un personaggio mondiale attraverso il calcio. Di questo è perfettamente consapevole e ciò gli fa uscire la sua dote più netta, perfino esagerata, che è la modestia. Se senti lui, gli è sempre andata bene: annulla Pelé, e dice che era infortunato, poi che si è trovato al posto giusto al momento giusto, coi passaggi a livello alzati, e poi tira in ballo Boniperti. Pare che tutto gli sia capitato per fortuna, se stai a sentirlo, i meriti se li riduce al minimo".

La lunga storia del Trap scorre via veloce tra gli anni, i capitoli, gli aneddoti che danno i tocchi necessari alla definizione di un personaggio unico. E a proposito di questo, del titolo del libro, di Strunz e di tanti altri capisaldi della filologia trapattoniana, non si può richiudere il volume senza farsi (rifarsi?) la domanda definitiva: ma ci è o ci fa? A Bruno Longhi la sentenza, per nulla ardua: "Lui sa che alle volte la gente si aspetta determinate cose e può giocarci un poco. Ma io posso garantire che anche a casa, in privato, tra noi, magari sta parlando e viene fuori con queste cose tipo quella del gatto e del sacco. È assolutamente spontaneo in questo, fa parte di una cultura sua che nasce dalla famiglia, dalla cascina dove è cresciuto. Strunz? Caricò consapevolmente quella conferenza, ma per arrivare ai tedeschi, non agli italiani.

Poi è arrivata da noi ha avuto tutto un altro effetto. Insomma, ci è. Lui è così, altri, invece, ci fanno sul serio”

Gaia Piccardi e Andrea Pasqualetto, Per Amore. Storia di Karolina Kostner (e Alex) Piemme, Milano 2015.

Piccardi, milanese, giornalista del Corriere della Sera. Ha scritto Cosimo e Martina (Bompiani) e Giallo Francia (Polaris). Conosce e segue Carolina Kostner dagli esordi e l’ha intervistata molte volte. Per amore si basa sugli atti e su numerose interviste e colloqui.

Pasqualetto. mestrino, giornalista di cronaca giudiziaria del Corriere della Sera, vive e lavora a Milano. Ha scritto Una storia criminale (Marsilio), autobiografìa del bandito Felice Maniero, da cui è stata tratta la fiction di Sky Faccia d’angelo, e La regina che faceva la colf (Marsilio).

La prima mail risale al 2009, Alex Schwazer si firma Alfred Reiner, per proteggersi, ma non si rivelerà poi uno strumento efficace. “Ciao Michele, ho ordinato tutte le cose, cioè il gel, il sat hb e la macchinetta per misurare il lattato. Inoltre ho un nuovo numero di telefono: 345... Un caro saluto. Alfred’Così inizia il suo rapporto con Michele Ferrari, il dottor Mito, comincia a occuparsi del suo caso, senza che nessuno lo sappia e men che meno Carolina Kostner, da un anno e mezzo la sua fidanzata. Un rapporto lungo un paio d9anni e centinaia di mai!, che fanno parte degli atti d’inchiesta sull’atleta altoatesino e che sono state raccolte e pubblicate da due giornalisti del Corriere della Semi la storia di Carolina e del tradimento del marciatore.

Schwazer nel frattempo fa una doppia vita. Ufficialmente si allena con Michele Didoni, il nuovo allenatore, parla e discute con i dirigenti azzurri, ma appena può si mette al computer e cerca lui: il Mito. Il rapporto con il medico va a gonfie vele e i risultati lo dimostrano: il 18 marzo Alex fa il record italiano della 20 km, risultato straordinario, perché Schwazer è specialista della 50 km, non della 20. Ma ora sembra volare su qualsiasi distanza.

Lui è sulle stelle, Carolina dentro un tunnel dopo il flop all’Olimpiade, dal 21 marzo 2010 l’attendono i Mondiali in Italia, che Carolina manda in archivio con un modesto ma dignitoso sesto posto. Nel frattempo Carolina decide di lasciare Los Angeles. A luglio, la partenza: abbandona la California e Carroll per tornare a casa, dal coach che la conosce come le sue tasche, Michael Huth. Ma, soprattutto, per tornare da Alex. "Ho un carissimo fidanzato che vorrei vedere tutti i giorni, e non soltanto a Natale" e così toma in Alto Adige dal suo campione. Ma Alex è anche il campione di Ferrari e il

22 luglio, cinque giorni prima degli Europei, ci va pure il dottore a trovarlo, a Calice. Inizia poi un momento di buio per Alex, anche la madre è preoccupata e telefona lei stessa al dottor Mito, dice che Alex è molto giù di morale, gli chiede di aiutarlo per riportarlo alla vittoria. "Farò il possibile", risponde Ferrari. Ma prima dell5infortunio succede l’imprevisto: Ferrari viene perquisito dai carabinieri de! nas di Firenze e dai finanzieri di Padova, su ordine del pei di Padova Roberti. Al dottore vengono sequestrati documenti e computer. La situazione precipita, è il 19 gennaio 2011.

Un paio di mesi dopo, guarito dall’infortunio al ginocchio e tornato alle gare, Alex viene a conoscenza della situazione. Quel giorno è traumatico: deve abbandonare Michele Ferrari, la sua guida, il mentore, al quale riconosce una parte del merito di tanti successi. Perde il vero preparatore, quello invisibile, inconfessabile, segreto.

Ma il divorzio è inevitabile: il marciatore si ritrova così disorientato e per la prima volta avverte un senso di solitudine, come se gli venisse a mancare la terra sotto i piedi. Ma fino a quel momento non ci sono prove del doping di Schwazer. Il doping arriverà dopo, quando lui

stesso confesserà di essere andato in Turchia a prenderlo da solo, nascondendolo a tutti, compresa Carolina. E confesserà anche di esserselo iniettato sotto il suo stesso tetto, mentre lei, senza conoscere i retroscena del tradimento con il doping, dice all’ispettore antidoping: HA!ex non è in casaH, una bugia che le è costata la carriera.

GIANNA GARBELLI, Il Fighter d'Italia Giancarlo Garbelli. Il pugilato è violento, ma la violenza non è pugilato, Rai Eri, Roma 2015.

Giancarlo Garbelli, uno dei pugili più popolari a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Una storia raccontata ora dalla figlia Gianna nel libro ”11 fighter d’Italia'", omaggio - oltre che al padre - ad un campione della boxe che ha combattuto contro i più grandi della sua epoca senza mai finire ko e i cui incontri erano sempre trasmessi in diretta Tv per la popolarità di cui godeva.

Un'ascesa irresistibile, quella di Giancarlo Garbelli, destinata però a trasformarsi presto in una parabola discendente (con tra l'altro un periodo di detenzione a San Vittore per motivi di droga e un’avventura in Brasile per diventare cercatore d’oro) che lfha accompagnato fino alla morte avvenuta nel 2013, all'età di 82 anni.

Un oblio durato a lungo, ma spezzato poi lo scorso maggio, quando Gianna Garbelli ha ricevuto la notizia del conferimento a suo padre della cintura Mondiale Wbc "ad honorem" come il più grande campione di boxe italiano di sempre: "E’ stato un premio che mi ha emozionato", commenta la figlia, "anche perché nessuno lo aveva sostenuto prima. Inizialmente non volevo crederci, me ne sono resa conto solo quando ho avuto tra le mani la cintura".

Una biografìa romanzo dove il protagonista non è solo un aome, ma la boxe intera di quegli anni magici che raggruppano i decenni ’50-‘60, a detta di molti gli anni d’oro della boxe italiana, e forse della boxe in generale. Non è certo un libro comune con le sue 450 pagine, diffìcile trovarne uno biografico così consistente come afferma Alberto Brasca, presidente della Federazione, che ne illustra i pregi e il modo narrativo coinvolgente a volte in prima persona e a volte in terza persona, voluto dall’autrice.

E’ la stessa Gianna a dare la spiegazione, il libro è l’eredità dei ricordi e del pensiero di quello che fu un grande campione*, che infiammò con la sua boxe esuberante e imprevedibile i ring milanesi, formando con Duilio Loi e Bruno Visintin un trio formidabile, con caratteristiche diverse uno dall’altro.

Gianni Clerici: «Nel seguire le vicenda della vita di suo padre, Gianna Garbelli è riuscita a metterne in risalto la grande umanità, ancor prima che i successi sportivi. Successi, insidiati dalla criminalità della Mafia Italo-Americana, che si limiterà a sfruttare il Campione Giancarlo per i suoi affari economici, senza mai offrirgli l’opportunità di una corona mondiale. Titolo o non titolo il grande Garbelli ha combattuto tutti i migliori in anni fantastici per la boxe di tutto il mondo.

Non mancano, parentesi divertite, addirittura ilari, di personaggi dei tempi che parrebbero schizzate da un Bianciardi, se non da un Gianni Brera, In un momento in cui, spesso a ragione., altro non si sentono che lamenti, spesso drammatici sino al suicidio, la storia di Giancarlo ricorda, a chi non la conobbe, un’altra Italia, di gente che usciva da un campo di battaglia, dal ring della vita, con i pugni stretti e a testa alta: una generazione che non volle arrendersi».

Sabato 16 luglio, alle ore 18, il PREMIO GIORNALISTICO BRUNO RASCHI verrà assegnato da Paolo Francia e Paolo Liguori a FEDERICO BUFFA

Fonte: Ufficio Stampa

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