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Caso Abu Omar, Franco Ippolito: "Una vergogna nazionale"

giudice

Il tribunale di Pisa

Si è concluso oggi pomeriggio a Pisa il seminario di Magistratura democratica e Questione Giustizia “Terrorismo internazionale. Politiche della sicurezza. Diritti fondamentali”, in ricordo di Alessandro Pizzorusso.

La seconda giornata di lavori è stata aperta dalla tavola rotonda in cui Massimo Donini, docente di diritto penale dell’Università di Modena, ha dialogato con Giovanni Salvi, Armando Spataro, Adriano Prosperi, Alberto di Martino e Marco Pelissero. Nella sua introduzione Donini ha messo in guardia sui rischi di una giurisdizione che si trasformi in strumento di lotta al terrorismo, diventando parte del conflitto.

Giovanni Salvi, procuratore generale della Repubblica di Roma, nel suo intervento ha sottolineato come l’approccio che esalta la giurisdizione nella lotta al terrorismo sia ormai assodato e interiorizzato. “Ma – ha evidenziato Salvi – la risposta della giurisdizione deve essere all’interno di un approccio più generale. La sfida è nuova rispetto al passato, dobbiamo cominciare a studiare, capire l’humus culturale, costruire strumenti diversi per non rischiare di finire travolti”. Per Salvi sono in gioco “non solo i diritti degli imputati, ma anche i nostri diritti. Per questo non possiamo guardare al terrorismo soltanto con l’ottica delle garanzie dell’inquisito”.

Armando Spataro, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino ha precisato che “non possiamo parlare di guerra quando parliamo di terrorismo. Non in Italia – ha aggiunto abbiamo respinto la teoria del “war on terrorism”. Sugli strumenti: “Non si può negare l’importanza delle intercettazioni, servono. E la loro autorizzazione, poi, è sottoposta a controllo giudiziario”. A riguardo, facendo riferimento alle disposizioni interne varate da alcune procure (tra cui quella di Torino) ha sottolineato: “E’ una sciocchezza che le disposizioni per tutelare la privacy limiterebbero il diritto all’informazione”. Spataro si è poi detto “preoccupato di vedere un panorama internazionale in cui la risposta al terrorismo internazionale sembra concentrarsi su due aspetti: la raccolta di dati e le attività di intelligence. Non possiamo accettare un sistema che vada contro la giurisprudenza delle corte europee”. Sui rimedi: “Cosa occorre? Far funzionare la cooperazione internazionale perché sia vera e non soltanto affermata. Abbiamo delle criticità evidenti con il sistema francese. Non abbiamo avuto informazioni tempestive. Con la Gran Bretagna è come se esistesse un muro invalicabile. Prevale – ha concluso il magistrato - in alcuni Paesi una marginalizzazione della magistratura e la proprietà della notizia".

Il ruolo della Corte penale internazionale, di Eurojust e delle altre istituzioni europee è stato affrontato negli interventi di Cuno Tarfusser, presidente della pre-trial Chamber della Corte Penale Internazionale e di Ignazio (Juan) Patrone, sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione e di Antonio Cluny (membro nazionale per il Portogallo di Eurojust).

Magistrati di varia provenienza, appartenenti all’associazione “Medel”, hanno analizzato poi cosa accade nei loro Paesi. Simone Gaboriau (Francia) e Manuela Cadelli (Belgio) hanno evidenziato i rischi di far diventare lo stato d’urgenza la legge del quotidiano, come sta accadendo nei loro Paesi: una condizione per cui ogni misura viene giustificata attraverso l’eccezionalità. La testimonianza di Laabidi Raoudha si è concentrata invece sulle difficoltà vissute dalla Tunisia.

Franco Ippolito nelle conclusioni del convegno ha sottolineato che “il diritto penale non deve essere usato per combattere fenomeni generali, anche se gravissimi. Il panorama europeo è allarmante come ci hanno riferito i colleghi della Francia, del Belgio e della Spagna. Chi per mestiere deve garantire diritti, come noi magistrati, di questo deve essere preoccupato”. Sulle cause dell’attuale minaccia terroristica: “Non mi persuade la lettura che àncora l’esplosione del terrorismo islamico al fenomeno religioso.  Sono più d’accordo con chi sostiene che siamo di fronte a un’islamizzazione della radicalità e non a una radicalizzazione dell’islamismo. E’ giusto tuttavia non restare legati ad analisi del passato e cercare di costruire strumenti nuovi.”. Infine un riferimento alla vicenda Abu Omar e alla recente sentenza della Corte Edu che ha condannato l’Italia: “E’ una vergogna per il nostro Paese, che avevamo denunciato in tutte le salse. La risposta da parte di 4 governi di orientamento diverso è stata l’assoluta indifferenza e la Procura di Milano è stata anche insultata da esponenti politici. Ma i magistrati, che sono i garanti dei diritti, quando è il caso devono tirare la giacca alla politica”..

Fonte: Ufficio Stampa

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