Il tutto esordì quando Riccardo Raspi, musicista e ricercatore della “traditional folk music”, ossia la musica popolare genuina in terra di Toscana, ricevette in regalo un disco molto particolare.
Una raccolta di quei brani che andavano oltre la fruizione musicale per incontrare i ritmi reali della vita. La sua autrice era la numero uno: Caterina Bueno.
Ed è a Volterra, dove la storia è sempre attuale e orientante, che avviene l’incontro tra la grande etnomusicologa italiana e l’ideatore e voce solista della formazione “La Tazza d'Arianna”: il progetto che apre la “tazza” magica della tradizione più densa, sanguigna e autentica.
Riccardo come è avvento l’incontro con Caterina Bueno?
Riccardo Raspi. Musicalmente quando mi fu regalato un disco di Caterina da cui rimasi completamente affascinato.
Personalmente, quando venne a cantare a Volterra, e dopo il concerto a San Giusto ebbe un guasto all’automobile. Le diedi una mano e passammo insieme la serata. Fu il nostro primo approccio di amicizia, approfondito con i miei viaggi a Firenze e continuato fino alla sua scomparsa.
Un sodalizio che nasce da una comune passione: la musica popolare e i suoi profondi risvolti esistenziali. Da cosa scaturisce questa sensibilità e l’interesse di Riccardo Raspi per quei canti antichi, ancora oggetto di un’incessante ricerca?
Riccardo Raspi. Negli anni del boom del folk-revival, dal dopoguerra alla seconda metà degli anni ‘50, mio padre, che era stato cuoco per gli inglesi in India acquistò, dopo avervi lavorato come cameriere, il ristorante Etruria, in Piazza dei Priori a Volterra. Da lì passavano i più significativi cantastorie dell’epoca. Fin da piccolo ascoltavo dal vivo storie e rime in ottava. Non esistevano fonti scritte. Allora cominciai a registrare i ritornelli di quella cultura orale che si compone e ricompone continuamente.
Qual è lo spirito di colui che insegue un patrimonio così solido eppure così mutevole?
Riccardo Raspi. Fondamentale è saper creare e vivere gli aspetti di convivialità, entrare in contatto diretto con le persone. In senso stretto andare a “rompere le scatole” alla gente. Caterina Bueno stessa era definita “Caterina raccatta canzoni”.
E la finalità che “giustifica il mezzo”? la funzione sociale e storica della ricerca di chi “raccatta le canzoni” popolari?
Riccardo Raspi. La cultura orale è il documento vero e proprio di un’epoca. Non la solita “canzoncina” leggera, ma documenti storici e sociali: l’unica forma che la classe subalterna aveva per esprimersi.
GianPaolo Bartalozzi. I cantastorie fungevano da nostro telegiornale, ma era anche un momento d’incontro culturale, dove tutto era come la cultura orale: in divenire.
Musica e parole egualmente fondamentali?
GianPaolo Bartalozzi. La musica era il “tappetino” per accompagnare le parole e rendere il testo più fruibile. Spesso e volentieri nelle sale dell’Etruria era la chitarra lo strumento che più si adattava a questa mutevolezza di significati, fra storiografia ed atmosfere.
Aldo Martolini. Era meno significativa la musica, molto di più le parole, ora quasi “di nicchia”.
Riccardo Raspi. Emergeva una realtà, una cultura negata da quella ufficiale. Un esempio: molti cantanti erano donne, pensiamo alle ninne nanne sussurrate ai bambini. Attraverso la canzone aprivano un occhio nell’ufficialità.
GianPaolo Bartalozzi. Il folk-revival ha raccontato la condizione sociale del contadino soprattutto nell’epoca in cui forti erano le spaccature sociali. Il lavoro di Caterina in Toscana ha contribuito a far emergere questa realtà.
E …oltre i confini regionali? Cosa scoprono i “raccatta canzoni”?
Riccardo Raspi. Nel Nord Italia c’erano, per esempio, i cori delle mondine nelle risaie. Nelle Apuane i ritornelli degli scavatori.
Da una realtà dura, dalla consapevolezza di questa condizione, quello che per l’ufficialità era pittoresco (la campagna, l’aria buona) emerge un aspetto straordinario: come dal duro lavoro, dai movimenti fisici della mansione stessa, prendevano forma i ritmi dei canti.
Si scoprono poi similitudini e differenze fra aree geografiche: la zona di Volterra per esempio, studiata, fra differenze e analogie, rispetto a quella dell’Amiata.
Ma dal Piemonte alla Sicilia, ciò che sorprende di più è l’esistenza di veri e propri “universali”. Principalmente le guerre sono state il veicolo fondamentale di questo “mescolone”, dove i moduli originari si ri-adattano poi nei diversi contesti regionali.
Un esempio?
Riccardo Raspi. “Addio Volterra”: è la canzone degli emigranti in partenza. In condizioni analoghe, ogni città sostituisce i moduli, ma la struttura di partenza è la stessa.
Nella musica contemporanea - un esempio su tutti Fabrizio De André - il precipitato della musica popolare è riportato all’attenzione con un’originalità di stile.
GianPaolo Bartalozzi. De André sì e i cantautori italiani un po’ tutti. Anche il De Gregori di “Titanic” e il Guccini de “La locomotiva” per esempio (De Gregori è stato anche, tra l’altro, chitarrista della Bueno).
In La locomotiva emergono tracce della tradizione orale, sviluppate musicalmente in ballate. C’è la stessa cadenza musicale del cantastorie.
Un po’ come il blues che scaturisce dalla tradizione spiritual e dai canti degli schiavi d’America?
GianPaolo Bartalozzi. Sì una contaminazione in continuità, una interpretazione del tutto personale e moderna della tradizione.
Vi definite dei ricercatori?
Riccardo Raspi. Per noi è un restituire quello che ci hanno regalato. La musica popolare può essere ri-attualizzata in uno stile del tutto personale e moderno.
GianPaolo Bartalozzi. Anche se oggi nei giovani non c’è nessun interesse, sono un po’ americanizzati.
Riccardo Raspi. Nelle situazioni politico-sociali degli anni ‘60-‘70, la canzone assume valenze contestatrici. Ho scoperto anche questo mondo ascoltando dischi.
GianPaolo Bartalozzi. L’ascolto è importante. Per esempio il boom degli Inti-Illimani, di Joan Baez e Bob Dylan, è stato fondamentale per riportare all’attenzione dei giovani e della massa, il mondo e la storia della musica degli afro-americani. A Volterra avveniva con i racconti dei genitori. In Italia anche “Canzonissima” aveva un settore folk, seppure in contesto più consumistico.
Aldo Martolini. La mia natura è quella di “curioso” di tutti i generi musicali. Fin da bambino, arieggiavano gli stornelli cantati sulle madie dal babbo a Mazzolla, nella campagna di Volterra. Quelle che apprezzavo di più erano le ninne nanne sarde. Caterina Bueno, nonostante le difficoltà incontrate, ha cantato in tutto il mondo, anche nei ritrovi anarchici e religiosi. E’ al Persio Flacco a Volterra, con “La Tazza d’Arianna” l’undici novembre del 2006.
Mentre il rapporto con l’esperienza di Salvo Salviati a Volterra?
GianPaolo Bartalozzi, Riccardo Raspi, Aldo Martolini. Noi siamo degli arrangiatori, Salvo è stato un compositore ispirato alle radici della musica popolare a cui ha unito la sua creatività, riconfermando quel mondo che si evolve e si aggiorna, ancora vivo e narrante, che dà colore agli avvenimenti della vita.
Il nome della vostra formazione “La Tazza d’Arianna”: quali significati racchiude, con forse qualche rimando al mito greco?
GianPaolo Bartalozzi, Riccardo Raspi, Aldo Martolini. La tazza d’Arianna è un oggetto artigianale in alabastro, identitario e tipico della produzione delle botteghe volterrane. Una grande tazza con quattro uccelli, riprodotta in diversi formati, da 6 a 50 cm di larghezza.
Per noi è un omaggio ai volterrani e agli alabastri della tradizione, che cantavano l’Opera durante il lavoro. Un tessuto sociale e culturale denso e singolare, quasi perduto.
Ora quella conca con i quattro uccelli, che simboleggiano anche gli elementi originari del gruppo, è riprodotta sul primo cd che porta la firma del maestro storico d’avanguardia di Volterra: Mino Trafeli. Il prossimo sarà a cura dell’artista Stefano Tonelli.
Quale è lo status de “la Tazza d’Arianna”, con gli scenari del contemporaneo?
GianPaolo Bartalozzi. L’intenzione è quella di ridare forma nel contemporaneo alla tradizione, ma i disagi sociali di oggi sono altri.
Oggi il genere è più di nicchia. Siamo consapevoli di come nello spirito dell’epoca sia venuto meno quell’aspetto “sanguigno” e autentico tenuto in vita dal Folk-revival
E forse, come gli uccellini sul bordo di quel vaso elegante e mitico, la linfa della tradizione, abbevererà ancora di poesia, fantasia e “saper essere”, con l’impegno di musicisti di talento e ricercatori infaticabili, i drammi e il disorientamento esistenziale del nostro tempo.
“La Tazza d’Arianna” è formata da: Riccardo Raspi, ideatore del progetto e voce solista; con Jamie Marie Lazzara, violino, lira e voce, già violinista di Caterina Bueno; Aldo Martolini, co-ideatore di Volterra Jazz Festival, per chitarra classica, mandolino e voce; GianPaolo Bartalozzi, chitarra folk, percussioni e voce. Più di recente si unisce al gruppo Eleonora Tassinari, cantante, performer, e straordinaria polistrumentista, che suona clavicembalo, organo, ghironda, bombarda, archi, sassofoni e fisarmonica.
Al suo esordio, si è esibita in Valdicecina, nei centri della geotermia Pomarance e Montecerboli e a Villa Pignano, dopo Volterra. Ma il vero debutto avviene proprio a Volterra, l’11 luglio 2006, nelle intense atmosfere di vita condivisa della festa de “L’Unità” di Borgo San Giusto, dove ampi sono da subito i consensi.
Altro concerto, “in casa”, a luogo all’antico Teatro Persio Flacco, il 30 settembre 2006, in occasione della manifestazione “Il mio canto libero”, rassegna di cori dei “diversamente abili”, dove il gruppo si è esibito in qualità di ospite d’onore. In ordine di data, “La Tazza d’Arianna”, segue l’esibizione del 15 ottobre 2006 a Castelnuovo Val di Cecina.
Il più importante concerto, sarà comunque, per la importante presenza di pubblico - e anche perché alla loro esibizione era presente la grande Caterina Bueno - può considerarsi quello tenuto a Volterra presso il Teatro Persio Flacco l’undici novembre del 2006.
Altre importanti performance live, hanno visto protagonista la formazione all’Istituto De Martino ed al "Castello dell'acciaiolo" di Scandicci dove si sono esibiti in occasione dello "Slow Folk" organizzato dall'Istituto De Martino e da lo "Slow Food".
Il gruppo ha collaborato con la cantante di musica popolare toscana Lisetta Luchini suonando e partecipando all'arrangiamento di due dei suoi brani. Per l'etichetta Pegasus "musica popolare toscana" esce il primo CD, che introduce brani inediti del Volterrano e del territorio. Il 18 Giugno 2015 La Tazza d’Arianna, con i suoi canti della musica tradizionale toscana, ha partecipato a Milano all’evento organizzato dal Consorzio Turistico di Volterra a “Toscana Fuori Expo”.
Fonte: Volterra Jazz - Ufficio Stampa
