C'è chi il viaggio ce l'ha nel sangue, così da fare la cosiddetta 'pazzia' anche dopo i 30 anni. È la storia di Alessandro Ferrali, chimico di professione, che per continuare a lavorare tra becker e matracci ha cominciato a viaggiare tra Siviglia, Manchester e infine Barcellona. La voglia di rimanere nella penisola iberica non ha lasciato lui e sua moglie neppure dopo il furto di vestiti e oggetti personali durante il viaggio di trasferimento. Per sapere tutta la storia non vi resta che leggere questo appuntamento con i 'Toscani in giro' di gonews.it.
Nome e Cognome: Alessandro Ferrali
Anni: 41
Cresciuto a: Empoli
Studi: Dottorato in Scienze Chimiche
Residenza e professione: Barcellona - Ricercatore
Lavoro in Italia: no
Prima esperienza all'estero: 2005 a Siviglia (Spagna)
Perché hai deciso di andare all'estero? Una volta ultimati gli studi nel 2005 all’Università di Firenze (dove ho ottenuto sia la laurea che il Dottorato di Ricerca) decisi di fare una esperienza all’estero, alla tenera età di 30 anni, ed ebbi l’opportunità di una borsa post-dottorale all’Università di Siviglia, dove rimasi un anno e mezzo. In quella occasione imparai lo spagnolo e cominciai ad affezionarmi alla Spagna, al paese, alla lingua ed alla gente.
L’esperienza all’estero mi piacque e decisi di farne un’altra temporanea e in un posto completamente diverso per ambiente, cultura (e clima…): mi trasferii quindi all’Università di Manchester per un contratto di altri due anni.
Là conobbi la mia futura moglie Barbara (altra italiana in giro per il mondo) ed alla fine insieme decidemmo di trasferirci in cerca di fortuna in Spagna, dato che entrambi parlavamo la lingua e apprezzavamo molto il paese e la gente. La scelta cadde su Barcellona, in quanto sapevamo che nei dintorni c’era una gran concentrazione di industrie e centri di ricerca.
Quali sono le principali differenze fra il mondo del lavoro italiano e quello estero? Non ho avuto contatto diretto col mondo del lavoro in Italia, in quanto una volta terminati gli studi sono inmediatamente partito per l’estero. Sicuramente devo dire che fino ad adesso mi è stato possibile trovare due lavori venendo dal niente, cioè senza che nessuno qui mi conoscesse o conoscesse persone per cui avevo lavorato in precedenza. In poche parole, non avevo “rete” di contatti, ma questo non mi ha impedito entrare nel circuito.
La vita e il lavoro all'estero sono diversi dall'idea che ti eri fatta prima di partire? L’unica cosa che non mi aspettavo del tutto è la precarietà: quando mi trasferii a Barcellona nel 2009 iniziai a lavorare in una piccola impresa, ma persi lavoro dopo due anni e mezzo. La famigerata crisi ha reso la ricerca del lavoro complicata da tutte le parti…ma è anche vero che i lavori legati alla ricerca scientifica spesso implicano contratti temporanei, soprattutto nell’ambiente universitario.
Cosa ti manca dell'Italia? Famiglia, amici, le partite dell’Empoli (ad Empoli andavo spesso allo stadio, mentre a Barcellona i prezzi sono più proibitivi e non si può arrivare allo stadio in 15 minuti in bici…). Per il cibo sono ben rifornito dai miei, e i prodotti toscani veraci (olio, vinsanto, farina di castagne…) in casa non mancano mai!
Torneresti a lavorare in Italia? No, sono ormai stabilito qui con la mia famiglia. I miei 2 figli, Federico e Rubén, sono nati qui; l’ambiente mi piace molto: Barcellona è una città che offre moltissimo ed è ben organizzata. È una grande città, ma non si notano problemi di caos o traffico. Anche stabilire rapporti di amicizia con la gente del posto è relativamente agevole: non per niente abbiamo scelto comunque di vivere in un ambiente e una cultura “mediterranea”, molto affine a noi.
Hai qualche aneddoto sulla permanenza all'estero? Quando io e mia moglie traslocammo nel 2009, arrivammo quasi senza niente: venimmo in auto, ci fermammo a dormire in un piccolo hotel Francia e nella notte ci svaligiarono l’auto nel parcheggio! Tutti i nostri bagagli, contenenti vestiti, materiale da cucina e tutto il resto furono rubati: salvammo praticamente solo i computer portatili.
Cosí, appena arrivati, non solo dovemmo cercarci una casa, ma anche ricomprarci il materiale per la vita quotidiana… Quando chiamai a casa per informare i miei di quello che ci era successo, mi domandarono se saremmo tornati indietro: “No”, risposi, “andiamo avanti!”
