Una struttura per la quale è necessario ridefinire un ruolo, rafforzare l’idea di un progetto. Questo è il giudizio espresso dal Garante regionale dei detenuti Franco Corleone, dopo la visita effettuata alla casa circondariale “Mario Gozzini” a Firenze, meglio conosciuta come “Solliccianino”. Si tratta di un istituto a custodia attenuata, che ospita anche detenuti in regime di semilibertà. Attualmente i detenuti sono 74 (di cui 20 in semilibertà). Come ha spiegato Corleone “questo edificio presenta gli stessi problemi strutturali del vicino Sollicciano: celle fredde, senza acqua calda, senza docce, ascensori fuori uso”. Ma il problema più grande, secondo il Garante, sta proprio nel fatto che non è chiaramente individuato il tipo di detenzione cui si vuole puntare, che il progetto originario si è un po’ perso. “E’ un carcere che, grazie al volontariato e alla Caritas, offre molte attività: ceramica, corsi scolastici, ci sono una biblioteca e una sala di musica – ha detto Corleone -. Ma il disagio dei detenuti si avverte. Occorre riflettere sul significato di un istituto come questo, che ha un senso solo se il suo utilizzo è diverso da quello di Sollicciano che sorge a pochi passi”.
Uilpa, uno dei peggiori luoghi di lavoro
In merito ai progetti per il miglioramento delle condizioni edilizie del carcere fiorentino di Sollicciano, "trovo inutile, ora, andare a puntare l'indice sui pesanti ritardi che si sono accumulati prima di avere la minima percezione dell'interesse dell'Amministrazione penitenziaria rispetto alla fatiscenza della struttura che, unita all'insalubrità dei luoghi di lavoro, si riverbera inevitabilmente sulle già difficilissime condizioni operative della polizia penitenziaria". Lo afferma il segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria Angelo Urso. "Da molti anni cerchiamo con ogni legittimo strumento - sottolinea in una nota - di sensibilizzare i vertici del Dap, l'opinione pubblica e la politica circa le criticità del sistema penitenziario che, pur registrando alcuni timidi passi in avanti per ciò che attiene alle condizioni detentive e ai livelli di sovraffollamento (che comunque persistono), continua ad essere uno dei peggiori luoghi di lavoro". Secondo Urso "ci saremmo aspettati che il Dap ed il suo capo Santi Consolo, avessero speso qualche parola di apprezzamento anche per le donne e gli uomini della polizia penitenziaria che, senza soluzione di continuità, sono stati e sono tuttora spesso l'unica testimonianza della presenza dello Stato in luoghi ove per il resto lo Stato sembra assolutamente assente".
