“Supportiamo l’Assemblea tunisina nella creazione del modello istituzionale e regolamentare degli enti locali”, il sindaco Dario Nardella ha raccolto oggi l’invito di Fadhel Moussa dell’Università Ancien Doyen di Tunisi a collaborare alla nuova fase costituzionale del Paese. “La nuova Costituzione della Tunisia – ha detto Nardella - è un passo avanti di grandissima rilevanza e la sua attuazione nella parte che riguarda i governi locali è un’altra frontiera altrettanto importante. Da Firenze raccogliamo l’invito a contribuire a costruire un modello legislativo e organizzativo basato sul decentramento dei governi locali attraverso la collaborazione scientifica e lo scambio di esperienze. Penso – ha proseguito il sindaco - che tutti noi possiamo raccogliere questo invito affinché si possa sviluppare una concreta collaborazione, partendo dalle nostre esperienze e dalle leggi che abbiamo nei nostri paesi in materia di enti locali e trasmettendo queste proposte alle istituzioni e autorità tunisine”.
Terza giornata, I sessione: Migrazioni, sfide ed opportunità. Come contenere la crisi dei rifugiat
La terza giornata di Unity in Diversity a Palazzo Vecchio si è aperta questa mattina con il saluto dell’assessore alla cooperazione e relazioni internazionali Nicoletta Mantovani, e ha visto come primi interventi Laurens Jolles, responsabile per l’Europa del Sud dell’UNHCR e Fadhel Moussa, professore dell’Università di Tunisi, membro dell’Assemblea Nazionale Costituente della Tunisia.
Questa la sintesi dell’intervento di Laurens Jolles
“E’ evidente che in Europa stiamo vivendo una crisi di grandi dimensioni riguardo ai rifugiati: 700mila arrivi nell’ultimo anno sul suolo europeo. Ed è altrettanto evidente che gli strumenti che abbiamo per fronteggiare la crisi non sono adeguati. Ogni giorno dalle 5 alle 10mila persone arrivano in Grecia da paesi come Afghanistan, Iran, Siria, Libano, Turchia. Ci sono molti fattori che contribuiscono a questo fenomeno, ma alla base c’è il fallimento della Comunità Internazionale nel gestire i conflitti. Quello che vediamo oggi è un fenomeno nuovo, con migliaia di persone che attraversano l’Europa alla ricerca di un luogo dove potersi ricostruire una vita, ed è un fenomeno che non può coinvolgere la sola Europa. Queste persone scelgono infatti i luoghi che offrono le migliori opportunità di integrazione, in Europa come negli Usa o in Canada.
Questa situazione presenta molte sfide, non solo per una politica comune da parte dell’Europa, ma anche per le responsabilità dei singoli stati nell’individuare le corrette pratiche da adottare per i rifugiati.
Queste alcune delle principali domande a cui dobbiamo cercare una risposta:
1) Il sistema attuale in Europa è in grado di affrontare la crisi dei rifugiati?
2) E’ ragionevole pensare che paesi con un forte tasso di disoccupazione e politiche di welfare deficitarie possano accogliere i migranti?
3) Può l’Unione Europea continuare a permettere che centinaia di migliaia di persone restino intrappolate nei confini di paesi minacciati alle proprie frontiere, come avviene ad esempio in Siria, Libano, Palestina?
4) Come sconfiggere xenofobia e razzismo abilmente cavalcati da politici populisti e senza scrupoli?
5) Come dare soddisfazione alla richiesta del diritto di cittadinanza da parte dei profughi?
6) E’ giusto continuare a distinguere tra profughi di guerra e migranti economici? O non dovremmo piuttosto inquadrare entrambi i fenomeni in una più vasta crisi globale?
Le due parole chiave sono SOLIDARIETA’ e RESPONSABILITA’. Finalmente si è compreso che non possono essere le sole Italia e Grecia ad affrontare i flussi migratori, ma si devono ancora trovare risposte concrete per accogliere ed identificare i rifugiati in Europa.
Altro elemento positivo è che si è compreso che l’arrivo di queste persone da altri paesi contribuisce allo sviluppo economico dei paesi europei. Sempre di più dobbiamo comprendere come il multiculturalismo rappresenti un arricchimento e non un rischio da cui difendersi.
Questo è un momento cruciale per affrontare questo fenomeno, per L’Europa e per la Comunità Internazionale. Come affronteremo le sfide che abbiamo davanti definirà chi siamo e chi vogliamo diventare in futuro”.
Il professor Fadhel Moussa della facoltà di Scienze giuridiche, politiche e sociali della Tunisia, membro dell’assemblea nazionale costituente ha ripercorso la “Rivoluzione dei Gelsomini” che ha caratterizzato la storia della Tunisia nel biennio 2010/2011.
“Il premio Nobel assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralista, dopo la rivoluzione dei Gelsomini del 2011, è stata una bellissima notizia per la Tunisia che dal 26 gennaio 2014 ha una nuova Costituzione. La transizione verso la democrazia – ha spiegato Fadhel Moussa – nata con la rivoluzione è stata portata a termine. La nuova costituzione pone la Tunisia al centro del Mediterraneo, crocevia di civiltà, parla di un Islam fondato sulla moderazione, la libertà di culto e di credenze. Punta molto sull’unità nella diversità. E, dopo anni, si riconosce la dimensione locale della Tunisia. Perché la rivoluzione è partita da una serie di manifestazioni di piazza che hanno scosso varie città dopo la morte di Mohamed Bouazizi, il giovane commerciante ambulante che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità il 17 ottobre 2010. Poteva immaginare che col suo sacrificio il martire Bouzid avrebbe fatto partire la Rivoluzione dei Gelsomini? Il Quartetto, premio Nobel, ha sempre pensato a lui ed è riuscito a mettere d’accordo i 21 partiti tunisini presenti in Parlamento. Adesso c’è un cantiere aperto in Tunisia e, dopo aver eletto un Presidente ed un Governo, stiamo riprendendo il dialogo con le diverse realtà. La Tunisia deve essere maggiormente sostenuta attraverso la cooperazione e lo sviluppo ripartendo dalle città perché, come diceva Giorgio La Pira, le città non vogliono morire”.
Il dialogo interculturale al centro dell’ultima giornata del forum che si concluderà con la presentazione della Carta di Firenze
Il dialogo interculturale come strategia per mantenere la pace e l'unità del mondo e strumento di prevenzione dei conflitti nel contesto della globalizzazione e dell’attuale clima politico internazionale. Sarà questo il filo conduttore della quarta e ultima giornata del Forum internazionale ‘Unity in Diversity’ in corso a Firenze.
La sessione di domani sarà moderata dal caporedattore di Le Monde Africa Serge Michel. Tra gli interventi in programma quelli dei premi Nobel Abdessattar Ben Moussa, presidente della Lega tunisina dei diritti umani, e Wole Soyinka. A seguire Sam Okello di Hope North Organization per un contributo sul tema dell’educazione e sostegno alle vittime della guerra civile in Uganda e sul loro ruolo di voci per la pace; l’intervento di Alberto Melloni di Unesco per il panel “Analfabetismo religioso come incubatore di violenza”; il panel sull’educazione interculturale con gli studenti della NYU Florence e il contributo della Fondazione Del Bianco. La giornata si concluderà con il confronto tra il cardinal Betori, l’imam di Firenze Izzedin Elzir e il rabbino Joseph Levi su “Dialogo interreligioso: progetto per una nuova scuola” e con la presentazione della Carta di Firenze firmata da tutti i sindaci partecipanti.
l ruolo delle tecnologie per supportare le città nella costruzione delle strategie di pace
Il ruolo della ricerca e delle tecnologie per supportare le città nella costruzione delle strategie di pace è stato il filo conduttore della seconda sessione di oggi di Unity in Diversity.
In apertura gli interventi di Lorenzo Giorgi e Giacomo Battaini di Liter of Light Italia che hanno presentato l’esperienza dell’organizzazione non governativa che si occupa di diffonde nei Paesi in via di sviluppo una nuova tecnologia ecosostenibile e open-source per illuminare le comunità che non hanno accesso alla corrente elettrica. Il sistema Liter of Light si compone di un pannello solare collegato a un led alimentato da una batteria al litio ricaricabile. Durante il giorno la lampada irradia luce tramite la rifrazione dei raggi solari prodotta dall’acqua nella bottiglia. Il led invece si accende automaticamente al calare del sole grazie ad un interruttore.
“Il progetto nasce con lo scopo di portare la illuminazione ecologicamente sostenibile a tutte quelle popolazioni povere che non ce l’hanno in maniera ecosostenibile – ha dichiarato Lorenzo Giorgi, Ceo di Liter of Light Italia -. Per la sua semplicità e per il suo basso costo questa soluzione può essere adoperata in ogni parte del mondo. Liter of Light è attivo in 26 Paesi e più di 500mila lampade sono già state installate nel mondo. Investire nell’ecosostenibilità è l’unico modo per garantirci un futuro migliore. Sono molto contento di parlare con voi sindaci: siamo qui per far vedere che ci sono altri modi, semplici ma rivoluzionari, per lo sviluppo”.
Questo sistema innovativo di creare luce consente quindi anche il riciclo di bottiglie di plastica, dannose per l’ecosistema. Ma Liter Of Light non si limita a collocare fonti di illuminazione sul territorio: fornisce alla popolazione locale un programma di formazione finalizzato ad apprendere come costruire e riparare le lampade, rendendo possibile la creazione di microimprese.
Liter of Light ha vinto la settima edizione dello Zayed Future Energy Prize (categoria Non- Profit Organization), il più prestigioso premio al mondo per le energie rinnovabili e la sostenibilità, lo scorso aprile le Nazioni Unite hanno insignito l'organizzazione con l'UN World Habitat Awards, a fronte della facile replicabilità e adattabilità delle luci solari.
I lavori sono proseguiti con una riflessione sul ruolo della “Scienza per la pace e il progresso”. Il primo a prendere la parola è stato Francesco Pavone, direttore del Laboratorio Europeo di Spettroscopie non lineari dell’Università di Firenze, che si è soffermato sulla necessità di individuare un “contenitore internazionale sulla scienza per la pace e il progresso”. “Gli strumenti per pace e progresso sono la conoscenza, la cultura, la ricerca, lo sviluppo tecnologico ed il trasferimento di tecnologie: elementi molto importanti per risolvere alcuni problemi nel mondo. La scienza è un ponte: attraverso la politica, religioni, ideologie, economie, etnie, fattori geopolitici. La comunità scientifica ha caratteristiche uniche: gli scienziati vogliono scoprire la realtà, corrono tutti insieme, usano la stessa metodologia, la stessa lingua, lo stesso atteggiamento verso le scoperte senza pregiudizi. Abbiamo bisogno di una piattaforma comune, di una lingua comune, uno scopo comune, per trovare il modo migliore per aiutarci a vicenda nello sviluppo della pace e del progresso. Un ‘think tank’ internazionale sarebbe molto utile per trovare strumenti, azioni, progetti basati sulla scienza e tecnologie per portare pace, sviluppo e progresso nei paesi meno favoriti e non solo: un gruppo di lavoro, un tavolo di lavoro, dove tutti i soggetti mondiali possano dialogare”.
La parola è poi passata a Ellen Beker, direttore del Progetto ECHO presso il Reparto per la prevenzione del cancro & Scienze della popolazione al Centro oncologico Anderson dell’Università del Texas. Nel suo intervento, dal titolo “Partnership per eliminare disparità e disuguaglianze nella prevenzione e trattamento delle malattie in ambienti con scarse risorse” Beker ha evidenziato come molte malattie che portano alla morte oggi possano essere prevenute e curate, anche il cancro nonostante, secondo l’OMS, ci siano 14milioni di nuovi casi di cancro ogni anno e più di 8milioni di morti. “Questi sono numeri molto elevati e sono destinati ad aumentare del 70% nei prossimi cinque anni. Si muore più a causa del cancro che per AIDS, malaria, tubercolosi. Bisogna portare ovunque gli strumenti che abbiamo già a chi non ha accesso alle cure e per farlo abbiamo bisogno di partenariati. La mancanza di conoscenza e informazione sul cancro dipende da educazione, reddito, condizioni di vita, credenze culturali e sostegno carente da parte delle istituzioni. Mancano inoltre in molte zone del mondo le infrastrutture, l’equipaggiamento e il capitale umano che servono per curare le persone. In Mozambico, un paese con 23milioni di persone, ci sono 7 specialisti nella cura del cancro: nel Regno Unito c’è un patologo ogni 15mila persone, in altre zone dell’Africa un patologo ogni 5 milioni di persone. Per curare il cancro serve una diagnosi corretta, per la diagnosi serve la ricerca patologica: manca anche il personale necessario, dagli oncologi ai chirurghi, al personale infermieristico; a fronte della disponibilità dei farmaci, mancano le catene di fornitura: anche l’accesso alle cure palliative è limitato. I governi, con i ministeri della salute, devono sviluppare delle priorità, sorvegliare la ricerca e che le risorse vengano distribuite, devono rafforzare i sistemi sanitari per avere un progresso e uno sviluppo sostenibile. Viviamo in un pianeta fragile e abbiamo tante sfide da affrontare. Le realtà sfortunate sono tante però abbiamo gli strumenti e la conoscenza per fare la differenza e risolvere molti dei problemi che abbiamo. I materiali che abbiamo necessari al progresso sono molti e sono limitati soltanto dalla nostra incapacità di agire e di lavorare insieme per il bene comune. Dobbiamo andare avanti creando collaborazioni e partnership”.
Anche Sune Svanberg, professore all’Università di Lund in Svezia e alla Normal University della Cina del Sud nello Guangzhou e specializzato in fisica del laser, che è intervenuto a seguire ha ribadito come “la scienza offra l’opportunità di lavorare insieme a persone molto diverse: in molto ambiti della ricerca scientifica la collaborazione è fondamentale”. “Dobbiamo lasciarci alle spalle gli anni bui dei confitti e delle divisioni e imparare a superare le divisioni. Tra la Svezia e la Danimarca un tempo ci sono state guerre, oggi c’è un ponte che unisce questi due paesi. E negli ultimi tempi ho visto tanti profughi utilizzare questo ponte per arrivare in Svezia dove sono benvenuti”. Svanberg ha poi approfondito il tema del suo intervento, ovvero il ruolo della “Scienza e la tecnologica per un mondo migliore” illustrando i risultati di un workshop sull’utilizzo del laser e della luce che ha svolto in alcuni paesi africani. “Abbiamo realizzato attrezzature utili ad effettuare diagnosi precoci di alcune malattie a prezzi contenuti. In questo modo siamo stati in grado di fornire alle popolazioni locali una opportunità preziosa di utilizzo concreto della ricerca scientifica”.
La chiusura degli interventi è stata affidata a Fernando Quevedo, direttore del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” di Trieste. Nella sua presentazione, dal titolo “L’importanza della teoria per lo sviluppo” Quevedo ha evidenziato come spesso, di fronte ai problemi, si privilegino soluzioni nel breve periodo e questo è ancor più vero nei paesi in via di sviluppo. “Noi scienziati teorici pensiamo invece a progetti a lungo termine e per questo diventa essenziale la formazione delle persone. Soltanto così i paesi in via di sviluppo potranno crescere”. E sul ruolo della scienza teorica, Quevedo ha ribadito che anche quello che sembra relegato nel campo della pura teoria in realtà produce molti risultati concreti nel campo della tecnologia. Come i colleghi ha sottolineato come la scienza sia l’occasione per superare le barriere tra i popoli e come esista già quella che ha definito “la diplomazia della scienza”: “I miei studenti vengono da tutti i paesi del mondo. Lavorano insieme, imparano a risolvere problemi insieme. La scienza è universale e quindi ha la capacità di unire persone che appaiono molto distanti”.
Gli interventi dei sindaci a conclusione della terza giornata
A conclusione della terza giornata di lavori di Unity in Diversity, il sindaco Dario Nardella ha dato la parola a tutti i rappresentanti delle città che, fino ad oggi, non erano ancora intervenuti nel forum.
È stata l’occasione, per 12 sindaci di altrettante città del mondo, di affermare le proprie convinzioni sui fenomeni delle migrazioni e su come raggiungere l’obiettivo dell’integrazione e della convivenza pacifica tra etnie e culture diverse.
Queste le sintesi degli interventi
Rijeka – Croazia
“La nostra è una regione turistica, la città ha 100mila abitanti di cui tra i 20 e i 25mila studenti universitari. Il 21% della popolazione è composto di minoranze etniche. Quella di Rijeka è una storia molto complicata, dalla Fiume di D’Annunzio alla Jugoslavia, fino all’attualità.
Crediamo nelle città come generatrici di cambiamento; le città sono molto più dinamiche e flessibili degli stati. Oggi serve una rete veloce e moderna tra le città, che si scambino buone pratiche su come vivere tutti insieme pacificamente, e la Carta di Firenze può essere un buon inizio”
Herat – Afghanistan
“Herat è la terza città per grandezza dell’Afghanistan. Abbiamo bellissimi siti medievali, ma anche una storia molto travagliata.
La guerra ha fatto negli anni ’80 3mila vittime civili. Nel 1995 è cominciato il regime talebano, e nel 2001 è arrivata la liberazione. Oggi, a causa delle guerre, il 20% delle case sono distrutte, ed abbiamo oltre 400mila persone senza fissa dimora. In molti sono scappati. La città ha dovuto affrontare grossi problemi per l’afflusso di persone provenienti da contesti diversi. La situazione oggi, con Isis e talebani, è difficile, e l’area non è sicura. Ancora in molti fuggono. La nostra sfida è creare le condizioni perché le persone decidano di restare, felici e sicure nel luogo dove sono nate. Cerchiamo tutti insieme le soluzioni”.
Sliema – Malta
“Malta è da sempre crocevia di molti flussi migratori. Nel corso del XX secolo, a cavallo tra le due guerre mondiali, a causa delle condizioni economiche, molti maltesi sono emigrati in ogni parte del mondo. Oggi dovremmo garantire le stesse condizioni che furono garantite ai nostri connazionali anche ai migranti che provengono da zone di guerra e di carestie”.
Porto - Regione del Nord Portogallo
“Crediamo nel creare valore attraverso la cultura. Il nord del Portogallo è una piccola regione, ma contiene molti retaggi culturali diversi. Quello che tentiamo di fare è di accettare tutti e convivere pacificamente insieme.
La migrazione fa parte dei diritti fondamentali dell’uomo; in ogni epoca l’uomo si è spostato per cercare i luoghi migliori dove poter vivere.
Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, molti portoghesi sono emigrati: oggi abbiamo il dovere di rispettare tutte le diverse culture dei migranti contemporanei”.
Tirana – Albania
“All’inizio degli anni ’90, in migliaia dall’Albania migrarono in Italia. Allora, l’albanese veniva guardato come ‘il diverso’, ma oggi possiamo dire che quelle migliaia di persone, con molte famiglie alla seconda generazione, si sono perfettamente integrate e sono cittadini italiani. Lavorano, studiano, producono ricchezza per quello che oggi è il loro paese. Crediamo che questo possa essere un bellissimo esempio di come oggi dovrebbe essere trattato il fenomeno delle migrazioni”.
Istanbul - Turchia
Il rappresentante del municipio di Istanbul ha sottolineato come: “Ogni popolo dovrebbe condividere le proprie conoscenze per evitare i conflitti. La Turchia ha visto arrivare due milioni di profughi. Questa migrazione è fonte di crisi. Tutta l’Europa è chiamata a trovare soluzioni per queste migrazioni. Non solo Istanbul si sta attivando ma anche altre città alle quali ripetiamo sempre: pensate locale ma agite globale”.
Mitrovica – Kosovo
Mitrovica in Kosovo è una città, ancora oggi divisa. Il rappresentante della comunità ha raccontato “di molte zone etniche ancora esistenti. Il ponte sul fiume Ibar, che dovrebbe essere un simbolo d’unione, è invece usato in modo non giusto. Ospitiamo, comunque, molti profughi e cerchiamo di lavorare per integrarli nella nostra città”.
Qalqilya – Cisgiordania
Un accorato appello per la pace è arrivato dal rappresentante della città di Qalqilya in Cisgiordania. “Abbiamo fatto tanti appelli alla Comunità internazionale al fine di lavorare per una fratellanza vera. Chiediamo pace e giustizia per la Palestina. L’occupazione e l’odio verso l’altro non aiuta a creare la pace. Gli accordi di Oslo di 22 anni fa hanno tolto la speranza a tanti giovani. I tanti profughi costretti a scappare non chiedono altro che vivere in pace e sicurezza. Il 70% dei palestinesi vive, ormai, da profugo. Siamo come tutti gli altri popoli. Il diritto al ritorno alla propria casa è un diritto internazionale sancito dall’Onu. Chiediamo libertà ed indipendenza e lavorare affinché anche i nostri bambini possano giocare e crescere in pace”.
Bled – Slovenia
Il rappresentante della municipalità di Bled ha raccontato di come siano arrivati in pochi mesi “170.000 profughi. Un flusso di migranti al quale occorre far fronte. Uno choc culturale per tutti noi. Dobbiamo fare qualcosa per evitare questo esodo di massa e devono essere l’Europa e la Nato a dare delle risposte”.
Gostivar - Macedonia
Gostivar, in Macedonia, è una città multietnica. “Vivono insieme albanesi e macedoni – ha spiegato il sindaco del comune – e cerchiamo di tenere uniti i due gruppi etnici. Credo che i governi centrali dovrebbero delocalizzare e dare più poteri alle città perché i cittadini sono più vicini al governo locale. Quando c’è stata la guerra nel Kosovo la mia città è diventata famosa perché ha ospitato il più grande campo profughi con oltre 100.000 persone. Profughi che, dopo la guerra, sono tornati a casa. Adesso assistiamo a questa migrazione dalla Siria ma siamo convinti che anche in quel paese, prima o poi la guerra finirà e dobbiamo lavorare per far rientrare questi nuovi migranti nelle loro case”.
Turku – Finlandia
Turku, cittadina finlandese gemellata con Firenze, appoggia tutte le iniziative anche se lontana dalle aree dove si sta affrontando la crisi degli immigrati. “Ma anche noi abbiamo migliaia di profughi – ha aggiunto il sindaco – ed ora che sta arrivando il freddo siamo impegnati a trovare degli alloggi. Bisogna, prima di tutto, capire perché queste persone stanno scappando lasciando le proprie case ed avere una maggiore collaborazione per capire meglio le differenze”.
Estoril – Portogallo
La comunità di Estoril, nel comune di Cascais, è l’avamposto più occidentale d’Europa. “In quel punto del Portogallo – ha detto il sindaco – sono presenti 75 nazionalità diverse. Tante religioni e tante culture. Il governo locale ha un ruolo chiave nelle politiche culturali. Noi educhiamo i nostri figli al rispetto delle differenze. E’ l’unico modo per trovare una piena convivenza”.
Fonte: Comune di Firenze - Ufficio Stampa
