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Yoga e teatro per vincere le dipendenze in carcere

foto d'archivio

Arriva l’esperto in tecniche Yoga a dare mano a medici, psicologi e operatori sanitari che operano negli istituti penitenziari fiorentini, per aiutare i detenuti dipendenti da alcol e droghe ad allontanarsi dallo spettro che li perseguita. E il maestro di questa pratica meditativa va ad affiancare anche altri animatori di comunità esperti in attività come il teatro, l’autobiografia, la danza e la musica etnica. Queste figure professionali, insieme ad un infermiere, vengono attivate nell’ambito del progetto regionale “Prevenzione e assistenza dei detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti negli istituti penitenziari” che per l’anno in corso destina all’Azienda sanitaria di Firenze un finanziamento di quasi 100 mila euro. Il progetto è affidato al Sert B di Firenze, quello che opera all’interno del penitenziario, la cui responsabile è la dottoressa Susanna Falchini. Le attività a scopo terapeutico-riabilitativo tenute nell’ottava sezione e coordinate dagli operatori del Sert sono svolte anche da operatori esterni esperti nel loro settore.

Il maestro Yoga insegna settimanalmente ad un gruppo di detenuti le tecniche di questa disciplina come pratica di consapevolezza e concentrazione, che sono alla base del concetto di trasformazione della mente. Il primo passo sul sentiero dello Yoga è comprendere i meccanismi della mente ed imparare a lasciare andare le abitudini non salutari, le percezioni erronee e le emozioni negative che creano sofferenza nel singolo e in chi gli sta intorno. Le ripercussioni all'interno di un contesto carcerario e su persone che devono vivere una situazione di costrizione forzata sono quelle di una diminuzione del livello di aggressività che ciascun detenuto riversa sui  compagni e su sé stesso. Inoltre, lo stimolo ad una riflessione collettiva sul tema porta sempre ad una sensazione di maggiore serenità di animo che spinge alla solidarietà ed alla frammentazione delle dinamiche di isolamento ed ulteriore emarginazione di alcuni detenuti. L'attività di laboratorio teatrale, condotta da un attore con un'esperienza trentennale nel settore, consiste nel raccogliere per un anno intero le storie dei detenuti per inserirle poi in una rappresentazione scenica recitata dagli stessi carcerati in uno spettacolo all’interno del penitenziario aperto ai cittadini. Con questa pratica si segue un percorso pedagogico basato sull'autoformazione e l'autoanalisi con il quale arricchire la cura e la stima della persona, creando un'occasione di ripensamento e ripartenza per affermare la propria dignità umana e mettendosi in gioco anche di fronte ad un pubblico esterno.

L'attività del Teatro dell'Oppresso è un metodo che comprende differenti tecniche volte ad innescare un cambiamento personale, sociale e politico di chi si trova in situazioni di oppressione. Musica e danza etnica, invece, vengono impiegate per trovare il modo di esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni compiendo una rilettura dei comportamenti, come ad esempio l'autolesionismo o l'aggressività, avvalendosi anche della propria identità culturale e delle tradizioni del paese di provenienza. Il laboratorio di autobiografia, infine, mira a stimolare nel gruppo dei detenuti partecipanti un racconto autobiografico, da cui trarre una riflessione sul proprio vissuto e un disvelamento della propria storia personale faticosamente costruita all'interno delle relazioni con gli altri e con il mondo circostante. A fianco di queste attività condotte con esperti esterni, i detenuti insieme agli operatori del Sert, redigono e stampano un giornalino interno “Lottava onda”, gestiscono la biblioteca interna con il prestito dei libri, momenti di lettura collettiva di brani scelti e riflessioni sui testi letti; partecipano a un gruppo motivazionale che aiuta ad una riflessione sui propri stili di vita ed alimenta la conduzione di un percorso terapeutico.

Fonte: ASL 10 Firenze

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