Sono stati 1.482 i test effettuati negli ultimi 10 anni dai servizi veterinari dell’Azienda sanitaria di Firenze su animali a rischio specifico di Encefalopatia spongiforme bovina, la famigerata BSE. E tutti quanti hanno prodotto esito negativo.
Il dato, particolarmente interessante nel clima di attenzione al cibo che si respira a Expo 2015, emerge a bilancio della scrupolosa attività di vigilanza che recentemente ha indotto il Comitato permanente vegetali, animali, derrate alimentari e mangimi della Commissione Europea a modificare il Regolamento comunitario 999/2001 che aveva imposto significative restrizioni ad alcune abitudini alimentari italiane.
Da 14 anni, infatti, alcuni piatti tipici della tradizione culinaria e gastronomica italiana erano all’indice o comunque in stato di “sorvegliati speciali”. Il provvedimento è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di “liberalizzazioni” con le quali sono state via via allentate le drastiche censure imposte dalla diffusione di quella malattia dei bovini divenuta celebre con il nome di “Mucca pazza”.
Il primo caso di BSE fu identificato nel 1986 in un allevamento dell'Hampshire nel Regno Unito dal Laboratorio centrale di veterinaria di Weybridge (Surrey): una malattia neurologica cronica, degenerativa e irreversibile che colpisce i bovini causata da un prione, una proteina patogena. L'insorgenza della malattia fu ricollegata all'uso di farine di carne, o più esattamente alle modifiche nel processo di produzione di queste.
In seguito alla diffusione della malattia nel marzo 2001 fu vietato dal Comitato veterinario dell'Unione Europea il consumo della bistecca con l'osso. La "fiorentina" poté tornare sulle tavole solo nell'ottobre del 2005 e, a pieno titolo, il 23 aprile 2008 quando fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea il regolamento che innalzava a 30 mesi l’età dei bovini per i quali era prevista la commercializzazione di carne con annessa colonna vertebrale.
Ora, a quasi 7 anni dalla “riabilitazione” della fiorentina, con la nuova modifica del Regolamento comunitario, cade la scomunica anche per la “pajata”, il piatto tipico romano a base di intestino tenue del bue. Fine esilio anche per la “Finanziera”, piatto di tradizione piemontese composto da frattaglie e animelle di vitello.
Resta invece ancora bandito il “cervello fritto”, golosissima pietanza, perlopiù della tradizione Toscana, a base di materia grigia di bovino adulto. Nella lista dei materiali a rischio che secondo l’Unione europea devono essere eliminati, restano infatti solo il cranio (esclusa la mandibola), compreso il cervello e gli occhi, nonché il midollo spinale degli animali superiori ai 12 mesi.
Fortunatamente, invece, nell’elenco dei cibi banditi non erano mai finiti trippa, lampredotto e ossi buchi.
È dal 2009 che sul territorio italiano non si registrano nuovi casi di BSE e questo anche grazie al rigido e puntuale sistema di controlli e misure di sicurezza messe in atto dagli organi sanitari di sorveglianza.
L’inserimento dell’Italia fra i 178 paesi aderenti all’Oie, l’Organizzazione mondiale della sanità animale, nella ristretta cerchia dei 19 a trascurabile rischio per la BSE, deve molto alle rigide norme di controllo e al sistema obbligatorio di etichettatura completa delle carni bovine in circolazione sul mercato.
Fonte: Ufficio stampa Az. Sanitaria Firenze
