A Montemurlo le celebrazioni per i settant'anni della liberazione dal nazi-fascismo sono iniziate questa mattina alla sala Banti con il commovente incontro con Marcello Martini, ex-deportato al campo di concentramento di Mauthausen e testimone di pace, a cui il sindaco ha consegnato una targa con la cittadinanza onoraria. Martini, che sulla sua storia ha scritto anche un bellissimo libro “Un adolescente in lager. Ciò che i tuoi occhi hanno visto”, ha incontrato gli studenti della scuola media “Salvemini- La Pira” ai quali ha raccontato la sua discesa all'inferno: “76430: è stato questo per un anno il mio nuovo nome di battesimo. - ha spiegato l'ex deportato - Nel campo di concentramento non eravamo persone, ma pezzi numerati e questo era il mio numero (numero che Martini pronuncia, come una triste nenia, in tedesco n.d.r.). I campi di concentramento sono stati il più grande business del Novecento e noi eravamo ingranaggi di questa macchina.
Un prigioniero dopo tre mesi di lavoro rendeva al Reich almeno 250 marchi, se si moltiplica per i 20 milioni di deportati e prigionieri nei 1632 campi di Austria e Germania, si può capire l'entità del fenomeno”. Martini ha raccontato, poi, l'impegno della sua famiglia nell'antifascismo e di suo padre, membro del Comitato toscano di Liberazione Nazionale e comandante militare per la zona di Prato “ Quando le SS entrarono nella casa di Montemurlo, dove la mia famiglia era sfollata, ero a fare i compiti di francese e all'improvviso mi trovai una pistola puntata in fronte. In pochi minuti passai così dall'essere il cocco di casa, amato da tutti, a prigioniero prima alle Murate a Firenze, poi a Fossoli per poi essere trasferito a Mauthausen in un carro bestiame”.
Senza mai perdere il sorriso e con straordinaria lucidità, “nonno Marcello”, come ama essere chiamato, racconta la vita nel lager, la privazione di ogni bene personale, di ogni ricordo, l'annientamento del corpo con la rasatura completa, la vestizione con le uniformi a righe, la lotta per una lattina dentro cui mangiare la poca zuppa che passavano al campo, le sezioni per le camere a gas e gli infiniti orrori di un anno di prigionia. Un racconto che ha commosso e colpito profondamente gli studenti. Alla cerimonia erano presenti l'assessore alla pubblica istruzione, alla cultura, la presidente della Fondazione Museo della Deportazione, la direttrice, Camilla Brunelli, Luisa Ciardi della Fondazione Cdse e il presidente dell'Aned di Prato.
Fonte: Comune di Montemurlo - Ufficio Stampa
