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Riforme, a rischio l’autonomia delle Regioni a statuto ordinario. Un convegno a palazzo Bastogi

Alberto Monaci

Non è opportuno, né utile a nessuno, a meno di non perseguire un nuovo ‘cesarismo’ fuori dalla storia, indebolire ruolo e funzioni delle assemblee elettive, regionali in particolare. In nome della semplificazione e della riduzione dei costi, credo si siano compiuti già abbastanza ’delitti’ alla democrazia rappresentativa. Come cittadini votavamo per le circoscrizioni, le province, il senato. Non lo faremo più”.

Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Alberto Monaci, aprendo i lavori del convegno “La Regioni dalla Costituente al nuovo Senato della Repubblica”, promosso dall’Associazione nazionale ex parlamentari e dalla Fondazione del Consiglio regionale. L’obbiettivo è fare il punto sul processo di riforma istituzionale in corso nel nostro paese.

“A questa riforma si è data una lettura prevalentemente mediatica, per incrociare la domanda di semplificazione con la legittima aspirazione del corpo sociale ad una riduzione dei costi della politica, in un quadro di forte crisi economica – ha aggiunto il presidente Monaci – Una visione legittima, ma distorcente. Si pone un problema centrale: la tutela delle assemblee elettive quali luoghi di rappresentanza, di attiva funzione legislativa, di indirizzo e di controllo sull’operato degli organi di governo di livello regionale”.

Preoccupazioni condivise da Gerardo Bianco, presidente dell’Associazione ex parlamentari della Repubblica, che ha ricordato come fin dal 1975 siano state presentate proposte di superamento del bicameralismo perfetto a favore di un bicameralismo procedurale. “Nel progetto non diamo vita ad una Camera delle Autonomie – ha osservato – ma ad un Senato della Repubblica, rappresentativo delle istituzioni territoriali”.

“Le riforme costituzionali hanno bisogno di una qualità legislativa molto alta e di questo è bene che il Parlamento sia pienamente consapevole”, ha rilevato il presidente emerito della corte costituzionale, Ugo De Siervo, sottolineando che la proposta in discussione contiene due elementi importanti e, per certi versi, necessari: la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni, o comunque la si voglia chiamare, e la revisione del Titolo V. “Le soluzioni indicate hanno, però, bisogno di miglioramenti e forti correzioni – ha osservato – Nella riforma del Titolo V c’è uno spostamento verso lo Stato molto forte, forse eccessivo, che non tocca fra l’altro le Regioni a statuto speciale”.

“Il progetto di revisione del Titolo V appare ispirato da una logica in qualche modo punitiva della potestà legislativa regionale – ha sottolineato il professor Paolo Caretti, ordinario di diritto costituzionale dell’università di Firenze – Si voleva semplificare il rapporto tra leggi statali e regionali, depurando l’elenco delle materie concorrenti, ma le soluzioni indicate non rispondono a nessuna di queste esigenze”.

Ci sono, infatti, 45 materie riservate alla competenza esclusiva dello Stato e la competenza delle Regioni diventa tutta residuale. Fanno eccezione alcuni contenuti, alcuni a carattere funzionale, come la programmazione, altri come vere materie, come i servizi scolastici. E ritorna in campo “l’interesse nazionale”. “È una clausola che già abbiamo conosciuto nel passato – ha commentato Caretti – che va bene per ogni occasione”.

L’evoluzione della forma di governo regionale è stata al centro della relazione di Giovanni Tarli Barbieri, anche lui ordinario di diritto costituzionale dell’università di Firenze. A suo parere il modello nato nel 1999 sta lentamente assumendo caratteristiche spurie e diversificare, anche per effetto di alcune norme nazionali, come quelle sul numero massimo dei consiglieri e sui gruppi consiliari ed il loro finanziamenti. “Il fenomeno dei gruppi monocellulari è una caratteristica tutta regionale – ha ricordato – Nelle quindici Regioni a statuto ordinario, solo due hanno un numero di gruppi inferiore a 10, due ne hanno nove, mentre la media nazionale è di 3,2. In Molise su 21 consiglieri, ci sono 15 gruppi consiliari, di cui 11 con un solo consigliere e 4 da due”. A suo parere è mancata una riflessione seria sulla rappresentanza politica a livello regionale e sulla funzione di controllo, ad esempio sull’attività del presidente nella varie Conferenze.

Secondo Antonio Brancasi, ordinario di diritto amministrativo all’università di Firenze, la trasformazione del coordinamento della finanza pubblica da potestà concorrente a potestà esclusiva, prevista dalla proposta di legge costituzionale, mette a rischio anche l’autonomia finanziaria regionale. “La Corte costituzionale non è mai intervenuta per dire che le leggi di coordinamento non si limitano a coordinare, ma intervengono direttamente sulla disciplina – ha osservato – È intervenuta soltanto per censurare la disciplina estremamente dettagliata”.

Fonte: Consiglio Regionale Toscana - Ufficio Stampa

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